Tuesday, April 03, 2012

La calma laguna musicale

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 1 Dicembre 2011


YOUTH LAGOON: “The Year of Hybernation” (Uscita: 18 ottobre 2011, Fat Possum, Goodfellas)


Youth Lagoon é l’intimo progetto musicale del ventiduenne Trevor Powers da Boise, Idaho. Youth Lagoon o laguna della gioventù, e’ un luogo immaginario nel quale Trevor Powers deve far fronte agli ostacoli dei demoni personali che tormentano il suo mondo interiore e che gli impediscono di comunicare con il mondo esteriore per raggiungere il mare dell’età adulta. Trevor Powers trova nella 
musica l’unico modo per esprimersi e inizia a comporre le sue prime canzoni all’ Università’ di Boise. Incoraggiato dalla madre, si mette a registrare le sue composizioni. Usa come studio di registrazione i suoi posti prediletti come la sua camera da letto, la sua cucina, il suo garage, unici posti nei quali riesce a esprimersi in piena liberta’ e a mettere ordine in quei pensieri che lo perseguitano, in questo difficile momento di passaggio all’età’ adulta. Pubblica le sue prime tracce su internet lo scorso Maggio e via un efficace passa parola
la sua musica arriva fino alle orecchie della Fat Possum Records che decide di abbracciare questo piccolo miracolo musicale, tra il lo-fi e il dream-pop, accogliendolo nella sua preziosa famiglia di artisti. Dopo qualche mese uscirà il suo primo disco:“The Year of Hybernation” forgiato sui languidi sogni e sulle delicate emozioni che fino ad ora hanno tempestato la vita di Trevor Powers. Canzoni composte per lo più’ al pianoforte che, con la sua soave voce in sottofondo, sembrano giungere da magiche e lontane lande musicali immerse nella nebbia. In questo disco si ritrovano le atmosfere dei Low, dei Galaxie 500, Sigur Ros ma anche stati d’ansia paralleli a quelli di Mark Linkous (Sparklehorse), la presenza di demoni, l’incapacità’ di comunicazione, gli amori incompresi.
Ma nel progetto Youth Lagoon c’e’ anche la speranza di arrivare a quel mare non lontano dell’età adulta al quale Trevor Powers continua ad anelare nei suoi sogni ad occhi aperti. Sarete incantanti da pezzi come July, Montana, e piacevolmente sorpresi da Afternoon, Posters. Ritornerete sulle ali della nostalgia ai vostri 17 anni con Seventeen, quando il mondo vi sembrava cosi’ assurdo ma anche cosi’ pieno di opportunità’ . Un album atmosferico e raffinato che vi farà rimpiangere il tempo passato ma che d’altra parte vi riscalderà il cuore. 

Musica di classe

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 29 Ottobre 2011 


"Teho Teardo e Martina Bertoni” (15 Settembre 2011, Istituto Italiano di Cultura, Londra)
Teho Teardo, Martina Bertoni e Alexander Balanescu, ICI , London, 15/09/2011
L’Istituto Italiano di Cultura di Londra e’ uno di quei posti dove ti senti ripiombato in un’Italia conservatrice e stantia. Tutti i movimenti e le conversazioni casuali diventano noiosamente formali e si respira quell’aria di pesantezza e d'indottrinamento culturale che appartiene solo a una certa élite di privilegiati, solitamente una classe alto borghese, più interessata all’apparire in certi eventi che non ad apprezzarli genuinamente nell’anonimato. E’ stato con grande sorpresa quindi che ci e’ giunta notizia del concerto di Teho Teardo in questo luogo. 
Ma il contrasto della musica con il luogo e il pubblico l’hanno trasformato in un evento alquanto inusuale e interessante. La serata faceva parte di“Synecdoche Vedute”, un progetto di Flavio De Marco, un giovane artista italiano, che basandosi su fotografie, quadri, guide, poster, mappe e varie astrazioni cromatiche ha interpretato artisticamente tramite dei dipinti e un plastico, il suo legame personale con sei città diverse: Lecce, Bologna, Milano, Roma, Berlino e Londra. Dopo Reggio Emilia, Flavio de Marco porta il suo progetto a Londra dove negli ultimi anni, si e’ sentita la rinascita di una certa psicogeografia nell’arte (i.e. Ian Sinclair, Will Self, Alan Moore). In questo progetto De Marco, non si e’ limitato solo al suo lavoro ma ha voluto confrontarsi con altri artisti come il poeta Paolo Nori per la letteratura e il musicista Teho Teardo per la musica. Questi ultimi sia a Reggio Emilia che a Londra hanno voluto sviluppare e esprimere la loro parallela e intimista visione sulle sei città nella stessa stanza dove erano esposti i lavori di De Marco. Il tempo di uno sguardo veloce sui lavori di Flavio de Marco che non mi colpiscono in modo particolare, e devo dire trovo un po’ facili e pigri, prima dell’inizio della narrazione letteraria sulle città di Paolo Nori. Narrazione che suscita molta curiosità tra i presenti che si scervellano per capire di quale citta’ stia parlando. Da canto mio mentre lo ascolto penso che mi sto sempre piu’ allontanando dallo humor italiano che capisco sempre di meno. 

Teho Teardo e Martina Bertoni - ICI - London - 15/09/2011
Dopo una pausa nella sala dei ricevimenti a base di pane carasau e vino rosso e’ la volta della narrazione musicale di Teho Teardo, chitarra e vari congegni elettronici qui accompagnato da Martina Bertoni al violoncello che era stata con lui artefice del progetto Modern Institute. Teho Teardo e’ senza ombra di dubbio uno dei musicisti più talentuosi e prolifici oggi presenti sulla scena italiana. I fan di una certa musica industriale ricorderanno di sicuro il suo gruppo industrial Meathead, una delle realtà musicale più interessanti italiane degli anni ‘90. E a seguire, oltre ai Modern Institute, ricordiamo Teho Teardo anche per il progetto musicale Operator con Scott McCloud (Girls vs Boys), Here con Jim Coleman (Cop Shoot Cop) e Matera con Mick Harris (Scorn e Napalm Death). Arrivati gli anni 2000, Teho Teardo, si dedica alle composizioni di colonne sonore per la televisione, teatro e per il cinema (più di venti negli ultimi dieci anni). Nel 2009 riceve anche dalle mani di Ennio Morricone a Cannes, il David di Donatello per la colonna sonora di “ll Divo”. Una discografia infinita per non parlare delle sue collaborazioni con una pletora di musicisti internazionali come Jim Thirwell (aka Foetus), Alexander Balanescu, Lydia Lunch, Erik Friedlander Nurse With Wound e Ramleh, Pain Teens, Zeni Geva, Bewitched, Cop Shoot Cop., Placebo, Rothko e sicuramente ho dimenticato qualcuno. Un musicista prolifico che ha sempre voglia di confrontarsi con nuovi progetti e nuove realtà. Ma ritorniamo alla serata di “Synecdoche Vedute” a Londra. Siamo in trepida attesa che inizi il concerto e ci chiediamo cosa succederà in questa saletta con uno stupendo lustro, nella quale un piano a coda si specchia in uno specchio ottocentesco. Si inizia con Prix De Rome, tratto dalla colonna sonora di “Un voyage au bout de la nuit” con violoncello e chitarra suonati con archetto che fanno salire la tensione nella stanza. Si continua con Brake che non aspettavo proprio di sentire stasera, uno stupendo pezzo nostalgico tratto dal progetto Modern Institute di Teho e Martina. 

Teho Teardo e Martina Bertoni - ICI - London - 15/09/2011
Si procede con una gradita sorpresa: dall’altra parte della stanza, opposto a Teho e Martina, un signore con cappello si mette ad accompagnare Teho e Martina al piano a coda. E sotto il cappello riconosciamo tutti Alexander Balanescu, uno dei piu’ grandi compositori della nostra epoca nonché virtuoso violinista e fondatore di Balenesqu Quarter e della Micheal Nyman Band. Una genuina improvvisata, come ci dirà lo stesso Teho Teardo che viene molto apprezzata dal pubblico. Dopo che Alexander Balanescu abbandona il piano, il nostro duo continua con Miss Agropontino tratto dal film “L’amico di Famiglia” di Sorrentino e I am going to live anyhow until I die, tratto dal film di Molaioli. Una versione inedita di E se li disturbi precede il pezzo finales/nord tratto dal film "La ragazza del Lago", durante il quale Teho alza il volume fino a far vibrare inquietamente il lustro e le orecchie dei presenti che portano subito le mani ai loro delicati padiglioni auricolari, abituati a sentire solo il loro respiro. Una serata interessante, forse per quel che mi riguarda forse più dal lato musicale che dal lato artistico/letterario. Mi piacerebbe vedere Teho Teardo e Martina Bertoni per un più lungo concerto qui a Londra, e spero che presto succederà visto la stupenda rassegna stampa estera che Teho Teardo sta raccogliendo, oltre che per le sue colonne sonore anche per il suo recentissimo 7” inciso con Jim Thirwell. Ritornando a casa per le vie di Londra, penso che in Italia, così come in certi ambienti italiani a Londra, ci vorrebbero molti più musicisti pronti e capaci di portare una ventata d’aria fresca e interessante nel ingessato establishment culturale italiano: ma la realtà e’ ben diversa e ci sono ahimè solo poche perle rare come Teho Teardo e Martina Bertoni. 


La regina delle api

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 13 Ottobre  2011 


SHE KEEPS BEES: “Dig On” (Release Date: 19 Luglio 2011, Rykodisc/Domino Records/Audioglobe)


Tra tutte le uscite di quest’estate e autunno c’e’ stato un piccolo gioiello che non ha ricevuto l’attenzione meritata da parte della stampa italiana.“Dig on” dei She Keeps Bees e’ uscito a Luglio ma e’ ancora un disco che conserva tutto il calore dell’estate per il vostro lungo inverno e le vostre innumerevoli serate romantiche, quelle per le quali oltre alla cena preparate con cura anche la musica di sottofondo. E questo e’ un disco perfetto. 
Vi innamorerete della voce calibrata e sensuale di Jessica Larrabee e della diretta semplicità del blues rock dei She Keeps Bees. Già alla loro terza uscita, poco si sapeva finora su questo duo di Brooklyn, semplicemente per nostra distrazione. Nel caso dei She Keeps Bees e’ un vero peccato. Tra il 2009 e 2010 si erano fatti notare in Europa con qualche concerto e piano piano si era iniziato a creare un certo interesse della stampa britannica attorno a questa band. Ci siamo accorti di “Dig on”, il loro nuovo disco inciso per la Rykodisc (casa anche di Seasick Steve) e dato in licenza alla Domino Records per l’Europa. I She Keeps Bees sono un duo: Jessica Larrabee alla chitarra e alla voce e il suo compagno Andy LaPlant alla batteria. Certa stampa inglese li ha descritti come il duo invertito dei White Stripes, anche se sono molto più autunnali e intimisti rispetto al duo di Detroit. Il loro e’ un blues rock riflessivo che potrebbe accomunarli un po’ di più a certe atmosfere intimiste di Cat Power e Bonnie Prince Billy. La carta vincente di Jessica Larrabee e un’energia strabiliante che riesce a calibrare perfettamente nella sua voce e nella sua musica. Vicina a Patti Smith o a Pj Harvey del primo periodo. Dal vivo si respira una forte alchimia con il suo compagno: Jessica Larrabee dimostra grande padronanza del palco e soprattutto che la sua voce non e’ un prodotto da studio.
“Dig On” inizia con All or None/Dark Horse, con la sola voce di Jessica Larrabee, un paio di note alla chitarra e una batteria quasi da sottofondo. Prosegue con un blues lento, Blind to the Cup dove viene a rafforzare l’atmosfera un impercettibile violoncello e ancora Burn, Calm Walk in Dark dove si ravvisano echi di Cat Power. Il ritmo inizia a crescere in Farm e Found you Out per poi calmarsi nuovamente inJupiter Moon e Make you Moon dove il giro di chitarra riecheggia Jeff Buckley. Saturn Return e See Me sono mordaci e grintosi e indicano una strada sulla quale molti di noi avrebbero voluto vedere PJ Harvey proseguire, invece che nei suoi leziosi atteggiamenti teatrali. E ancora la ballata di Sister Beware e il gran finale con la caustica Vulture. Sicuramente “Dig On” e’ uno dei migliori dischi del 2011. Un album vero, semplice e diretto al cuore.


She Keeps Bees, Bandstandbusking, Royal Festival Hall - 18/06/2011

Il motore da 16 cavalli


16 HORSEPOWER: “Yours Truly” (release date: 2 settembre 2011; Glitterhouse Records)

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 17 Settembre 2011 
La ragione per la quale questa recensione vi giunge con un ritardo di una quindicina di giorni non e’ dovuta tanto al mio piccolo break nella piovosa campagna inglese, quanto al fatto che non sono riuscita a staccarmi dall’ascolto ininterrotto di questa sublime doppia raccolta. Penso di aver ascoltato “Yours Truly” una trentina di volte e vi potrei anche cantare i pezzi a memoria, ma forse è meglio di no.
Sono anche diventata negli ultimi anni seguace del culto di Woven Hand, l’attuale progetto del cantante David Eugene Edwards. David Eugene Edwards è stato educato tra gli evangelisti e gli ancor meno liberali nazareni e da ragazzo, di nascosto dal suo nonno predicatore, ascoltava artisti come Gun Club, Joy Division e Nick Cave, ritrovando nei loro testi e nelle loro musiche la stessa dose di potenza, di realismo della liturgia ecclesiastica. La voce di David Eugene è altrettanto penetrante e magnetica, racconta la lotta tra il bene e il male e incita alla fede per sperare in una possibile redenzione. Testi con atmosfere cupe e inquietanti con molti riferimenti all’antico testamento. Una voce resa ancora più intrigante dall’uso di microfoni filtrati, che incolla l’orecchio alla cassa o alla cuffia anche del più ateo. David Eugene e’ anche un talentuoso musicista che alterna con estrema facilità chitarra, lap steel, banjo, varie concertine, ghironda, armonica a bocca. E non da meno sono i musicisti che hanno alimentato per più anni i 16 Horsepower: Jean Yves Tola alle percussioni e piano, Pascal Humbert al basso (che accompagna anche il progetto Woven Hand in tour).
Un southern rock con influenze bluesgrass, balcaniche, country, post rock che ti fa sentire il calore delle tue radici ma non ti fa scordare che, se non hai fede, c’e’ l’inferno che ti aspetta. Questo doppio vinile giunge come un piccolo tesoro per quelli che come me, per distrazione stavano inseguendo altri pianeti musicali alla fine degli anni 90. La prima parte e’ una raccolta di brani scelti dai fans tramite un questionario on line. Delle piccole gemme musicali pescate da tutta la loro discografia come le nervose Splinters, For Heaven’s Sake, Clogger, I have seen what I saw e le dolci Poor Mouth, Cinder Alley, Strawfoot. La seconda include delle pepite introvabili o fuori stampa, delle radio session e varie cover tra cui: Bad Moon Rising dei Creedence Clearwater Revival e quel leggendario 45 giri inciso con il gruppo francese Noir Desir, oramai andato fuori stampa, con la migliore cover dell’universo di The Partisan sul lato A (sì, anche meglio della cover di Leonard Cohen) e sul lato B la cover di Fire Spirit dei Gun Club. “Yours Truly” é disponibile su doppio vinile e cd. Se vi procurate questa compilation via MP3 purtroppo non godrete del libretto interno contenente foto del gruppo e tutti i coinvolgenti testi. E per gli amanti del vinile, ricordatevi che questo, come molti altri, al giorno d’oggi, contiene un link per scaricare gratis la vostra personalissima copia MP3. Per cui, scegliete il supporto che vi conviene ma sarebbe un peccato bypassare indifferenti questa commemorazione dei gloriosi 16 Horsepower. Consigliatissimo per il vostro d’autunno.

Gli dei minori


dEUS: “Keep you Close” (release date: 19 settembre 2011, PIAS)


Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 7 Settembre 2011
La prima sensazione che si prova ad ascoltare questo album è un sentimento misto a frustrazione e rabbia. Rabbia che un gruppo così talentuoso abbia continuato a incidere nonostante l’inaridimento di idee musicali e abbia disonorato una carriera fino a qui brillante. Ho cercato di dare un senso a questo album, l'ho ascoltato e riascoltato, perché non pensavo che un gruppo che avevo tanto amato nel passato potesse produrre un disco cosi piatto e monotono.
Leggere canzoni pop senza mordente come Final Blast, Dark Sets in e ballate soporifere come Easy, Twice (we survive) rendono questo disco molto stucchevole. E nemmeno una produzione ineccepibile e la collaborazione con Greg Dulli (ex Afghan Whigs) aiuta. Un esercizio fine a sè stesso, un riempitivo per un contratto con la casa discografica. Due canzoni di questo album possono riassumere il sentimento che prevale all’ascolto di questo disco. The end of Romance (La fine dell’idillio) e Easy Second Nature (Compiacente seconda natura). Sembrerebbe quasi di ascoltare un altro gruppo se non fosse per la voce di Barman. Se non vi siete mai avvicinati al genio creativo dei dEUS dovreste provare a scavare nella loro prima discografia e ascoltare dischi come “Worst Case Scenario” (1993) e “In a Bar Under Sea”(1996) su etichetta Bang!Records. Sentire i primi dEUS era un fare un percorso pop tra folk, punk, jazz e prog rock. Non c’era un altro gruppo al quale si potevano associare. I dEUS agli inizi degli anni novanta avevano una propria identità e avevano portato una vena d’aria fresca e progressiva nel pop rock cosiddetto alternativo, con ritmi nervosi e incalzanti.
dEUS - Mean Fiddler - London - 17/11/04
Le voci vibranti di Barman e Carlens che duettavano su quel ritmo impazzito e imprevedibile di chitarre, violino, basso e batteria rimarrà per sempre inciso nella nostra memoria. La dipartita di Carlens aveva lasciato dell’amaro in bocca ma “The Ideal Crash” (1999) il primo album sulla major Island, aveva riconfermato il genio dei dEUS anche se in una vena un po’ più elettronica. E poi vi fu la lunga pausa, durante la quale tutti i membri seguirono progetti diversi. Durante quegli anni Tom Barman portò le cover del suo connazionale belga Jacques Brel al Jazz Cafe a Londra e per l’occasione Stef Kamil Carlens salì di nuovo su scena con lui: per un momento si accesero i volti e si sperò in un futuro brillante per i dEUS. Dopo sei anni d’attesa ci fu l’annuncio di “Pocket Revolution” (2005) ma della line up originale era rimasto solo Tom Barman e il violinista Klas Janzoons. Una svolta pop per i dEUS, senza il loro mordente originale ma musicalmente un gruppo ancora di classe ed elegante, come sarà il caso anche per il loro disco successivo “Vintage Point” (2008). E poi? “Keep you close” (2011) (Tenervi vicino). Non vogliatene male ai dEUS, senza ombra di dubbio uno dei gruppi più importanti degli anni 90 ma se volete glorificarli andate a fare un salto nella loro vecchia discografia e stay away from “Keep you close” (State lontani da “Tenervi vicino”) per il bene della vostra lucidità musicale.

Monday, April 02, 2012

“Massimo Volume” (Giovedì 21 Luglio 2011, 93 Feet East, Londra)

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 22 Agosto 2011

Massimo Volume - 93 Feet East - London - 21/07/2011
Vorranno scusarmi i fan dei Massimo Volume, per essermi presa la licenza di adoperare in questo articolo frasi dei brani eseguiti durante il concerto londinese di giovedi 21 luglio al 93 Feet East. Lo scorso ottobre, noi expat indie-rock italiani avevamo esultato alla notizia dell’uscita dell’album “Cattive Abitudini”. Questi dieci anni di silenzio per molti di noi, corrispondono anche agli anni da quando abbiamo lasciato la nostra amata e odiata Italia. La voce sul concerto londinese si e’ sparsa in fretta tra di noi, grazie a Luca. Sono venuti anche dei nostri amici direttamente dall’Italia per assistere a questo unico e raro evento. C’e’ sempre una punta d’orgoglio nell’assistere a un concerto di un gruppo nostrano all’estero, un gruppo che, se l’Inghilterra non fosse così chiusa al mondo non anglofono, avrebbe sicuramente suonato davanti ad altre migliaia di persone. D’altra parte, apprezziamo anche il lato confidenziale della serata. 
I Massimo Volume ci ricordano che in Italia ci sono ancora persone che proseguono il loro lavoro in modo dignitoso, persone che non hanno venduto i loro ideali come alcune delle menti migliori della nostra generazione, che mendicano una presenza al varietà del sabato sera.
Non abbiamo di certo indugiato a prendere i biglietti per quello che per noi rappresentava qualcosa che pareva un’attesa da anni, uno dei più grandi eventi di questo mese estivo londinese, anche se l’estate non e’ ancora arrivata qui a Londra, anzi sembra che l’estate non tornerà più da queste parti. Ricordate l'estate scorsa? Tutto quel caldo, le strade deserte. Il tempo scorre lungo i bordi … chi l’avrebbe mai detto vent’anni fa di ritrovarci qui a Londra, luglio 2011, in un tardo pomeriggio di pioggia e sole.
Massimo Volume - 93 Feet East - London - 21/07/2011
Il 93 Feet East si trova all’est di Londra a Brick Lane, quartiere che ha visto un recente imborghesimento con comitive che brindano tutta la notte a testimoniare dell’ottimo servizio dei bar e dei ristoranti della zona. Arriviamo presto al locale. Fuori ci sono dei tavolini che sembrano aspettare altra gente, in un altro momento. Ci sono anche Mimi’ Clementi, Egle Sommacal, Vittoria Burattini e Stefano Pilia, circondati dai loro amici londinesi. Stasera, al 93 Feet East, non c’e’ una grandissima affluenza, ci saranno un centinaio di persone. Si inizia con Robert Lowell da “Cattivi Abitudini”. C’e’ un suono più compatto e maturo rispetto ai dischi precedenti. I Massimo Volume, non si sono presentati sul palco simili a ieri, non si aggrappano a un’immagine destinata a descriverli per sempre. Le chitarre affilate di Egle e Stefano danzano con maestria sul ritmo sostenuto della batteria di Vittoria e il basso di Mimi’. E al di sopra la voce che declama i testi, che galleggia po’ nell’aria prima di arrivarci diritta al cuore. Secondo pezzo a seguire la dolce e malinconica Coney Island con un’intro e finale di chitarra molto languidi, il ritmo avanza lentamente con La Bellezza Violata e Le Nostre Ore Contate per esplodere in Litio per il quale Mimi abbandona il basso temporaneamente.
La presentazione di “Cattive Abitudini” continua con l’elegante Tra la Sabbia dell’Oceano. Si scava poi nella vecchia discografia iniziando con l’acclamato “Lungo i Bordi”. Parte 
Meglio di uno Specchio e un coro di approvazione sale dal pubblico alle prime note di Il Primo Dio. Si continua con Fausto, da “Cattive Abitudini”, dedicato a uno dei personaggi più interessanti del panorama musicale italiano degli ultimi 40anni: il cantante, compositore Fausto Rossi.
Si tocca anche l’album “Da qui”con La città Morta e “Stanze” conCinque Strade con il quale si chiude questo set esplosivo. Abbiamo sentito il suono dei Massimo Volume. 
Era un lamento del tempo? O una nota rubata nella casa del sogno?
Restiamo ancora un po’ ad aspettare il bis che inizia con Il Tempo Scorre Lungo i Bordi. Pubblico incontenibile con i testi mitraglianti sulle chitarre fugaziane di In nome di Dio, al quale segue quello che sembra un assolo da Kashmir dei Led Zeppelin in apertura di Fuoco Fatuo. E il concerto continua in un tripudio di suoni con la pungente OrororoC'è forza nelle loro parole. Sensazione perfetta.
Mimi, Egle, Vittoria e Stefano sembrano felici dell’accoglienza. Dopo il concerto qualche momento per concedersi ai fans che hanno tutti qualcosa da raccontare: chi li ha visti vent’anni prima all’Isola del Kantiere di Bologna, chi li ha intervistati, chi ha un cugino che rubò dalla sua collezione il vinile di“Stanze”. Ma si fa tardi per la metro. Rientrando la notte per le vie del centro 
siamo allegri come vecchi bonzi ubriachi. Ascoltiamo il respiro della terra e il traffico londinese profondo come una sinfonia.Nella metro camminiamo contromano distribuendo sorrisi a baristi, a esperti di finanza, a commesse rifatte che ignorano il nostro gioiellino musicale. Massimo Volume: grazie per esserci e per darci speranza. Nei tempi inquieti londinesi torneremo a voi. 

LONDON’S BURNING: i tumulti, 6 –10 agosto 2011

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 22 Agosto 2011

I fatti
I giorni più caldi dell’estate inglese sono sicuramente stati quelli tra il 6 e il 10 agosto. Cinque giorni di scontri violenti che hanno messo a fuoco e fiamme interi quartieri del Regno Unito. Stranamente, gli scontri sono stati limitati a quartieri precisi di Londra e altre città dell’Inghilterra mentre in altre aree la vita continuava il suo corso come se nulla fosse: uomini d’affari firmavano contratti milionari, i turisti visitavano i musei e lo shopping era incessante a Oxford Street (se non per una chiusura anticipata del Lunedì perché si temeva un’estensione degli scontri). Le cause che hanno fatto scaturire questa violenza sono molteplici e i veri danni sono stati fatti nella società inglese in decenni e non solo in quattro giorni.
Giovedì 4 agosto: durante un arresto nel quartiere di Tottenham viene ucciso dalla polizia Mark Duggan, apparentemente disarmato. Un’ennesima sbavatura della polizia, questa volta letale. Tottenham è uno di quei quartieri disagiati di Londra dove se sei giovane e abiti in case popolari, sei un potenziale target della polizia per perquisizioni corporali ingiustificate. Il governo Cameron ha recentemente annunciato tagli alla pubblica sicurezza che rendono la polizia più nervosa e in cerca di facili risultati per giustificare la loro presenza. Solo dal 1998 al giorno d’oggi sono morte 333 persone in custodia della polizia inglese e nessuno è mai stato accusato. Si deve anche tenere anche conto che gli scontri sono successi in distretti dove il livello di disoccupazione è allarmante. Nel distretto di Haringey, di cui fa parte il quartiere di Tottenham, dove gli scontri sono iniziati, c’è un solo posto di lavoro per ogni 54 disoccupati. A più ampio raggio, nel Regno Unito, nel secondo trimestre del 2011 sono state licenziate per esubero di personale 154.000 persone. E vi è stato un calo di 22.000 posti di lavoro contro un aumento di 38.000 richieste di disoccupazione. Il governo ha anche annunciato un futuro fatto ancora più di restrizioni economiche e sociali. Nel frattempo gli affitti delle case popolari aumentano, come aumentano i tagli ai centri sociali. Solo nel quartiere di Tottenham quest’estate hanno chiuso tredici centri sociali per i giovani e al rientro scolastico in molte scuole pubbliche vi saranno più del 70% di tagli alle sovvenzioni. Oltre alle tensioni con la polizia, la disoccupazione e i tagli sociali si deve anche considerare che la Gran Bretagna è un paese nel quale il 10% della popolazione detiene ricchezze per 100 volte più dei poveri e dove per anni un’economia vacillante è stata coperta da un sistema di credito sempre più ampio. E sempre dal lato del divario tra ricchi e poveri, nel 2007, nelle aree più ricche dell’Inghilterra per ogni cento morti sotto i 65 anni, nelle aree più povere ne morivano 200. Un’ ineguaglianza che non si riscontrava dal 1921.
Tra i poveri, la categoria che soffre maggiormente dell’aumento della disoccupazione, delle tensioni crescenti contro la polizia, della povertà sempre più dilagante e dei tagli sociali è quella dei giovani. Giovani che crescono in famiglie sempre più assenti. Già nel 2007 la Gran Bretagna era al 21esimo posto nella graduatoria Unicef dell’indice del benessere giovanile (l’Italia al 8 posto). E non era soltanto considerata la povertà, l’alta percentuale di gravidanza, problemi d’alcool e di fumo ma anche altri fattori come un sistema educativo sempre più sovraccarico con classi tra le più affollate del mondo (una media di 26 alunni per classe). Quindi i giovani come categoria a rischio, gli stessi che sono stati all’origine degli scontri. Il 75% delle persone coinvolte in questi atti vandalici aveva meno di 25 anni di cui un terzo minorenni. 
Le cause
I giovani sempre più lasciati a se stessi crescono in giungle urbane senza punti di riferimento se non le gangs che incitano al traffico di droga, alla violenza ed i media che incitano dalla loro parte a un consumerismo sfrenato, dove l’immagine, l’apparire e il possesso di ricchezza è tutto. Non si è accettati sono accettate per quello che si è ma per quello che si vale, come ci ricorda anche L’Oreal: “Perché io valgo”. Anche il governo non dà un’immagine migliore: i profitti sono sempre più privatizzati e i rischi e costi socializzati. Con una prospettiva di futuro assente e una voglia di valere, anche se per poco, molti giovani cresciuti da soli, senza nessun valore, in queste giungle di cemento, alla prima opportunità di sentirsi vivi e far parte della società che li ha sempre scartati e rifiutati, sono impazziti come delle belve tenute in gabbia. Non hanno nulla da perdere, non potranno mai permettersi nulla, non hanno possibilità di lavorare e hanno l’impressione che ogni possibile via di scampo sia loro negata. Diceva un vecchio testo di David Bowie 'Possiamo vincerli per sempre. Poi potremo essere eroi solo per un giorno, Non siamo nulla e niente ci aiuterà' Si sono scagliati come schegge impazzite contro la società, contro quello che sta vicino a loro per appropriarsi di quello che possono, prima di farsi prendere dalla polizia. 
La violenza scappa di mano: le prime molotov sono state lanciate, il fuoco non è controllato e incendia interi palazzi. Tramite i social networks le gangs chiamano a ribellarsi con loro altri giovani, si sentono invincibili. Il passaparola attraverso il messenger blackberry è immediato, il fenomeno si amplifica, altre gangs vedono quello di cui sono stati capaci i loro vicini e vogliono anche loro provare a far parte della società consumista anche se solo per qualche ora. Una rabbia mirata sì ad appropriarsi di simboli giovanili come elettronica ed abbigliamento vario, ma anche una rabbia cieca, pronta a colpire chiunque sia a portata di mano. La polizia che ha a che fare con atti vandalici in diversi quartieri delle città inglesi, è stata presa alla sprovvista. Ci sono stati allora degli scontri anche con i cittadini che sono scesi in strada a difendere i loro beni, con i primi morti, cinque in totale. Si lascia spazio alle milizie urbane razziste che cercano di puntare il dito sugli emigrati, ma questa non è una lotta di razze, è una lotta di classe. 
Di quelle classi che i vari governi britannici hanno tanto voluto far sparire durante gli anni, dando facile accesso ai crediti, costruendo lussuosi centri commerciali nei quartiere più disagiati, creando una ricchezza apparente per far dormire tranquilli gli abitanti. Ma ora non c’è accesso per nulla, senza lavoro non puoi avere credito. Senza credito, non puoi far parte della società e quindi ti ci scagli contro. Nel frattempo il governo inizia ad accorgersi dell’escalation della violenza e dispiega più forze dell’ordine. Sono stati mandati per le strade sedicimila poliziotti, stranamente lo stesso numero che dovrebbe essere licenziato con i nuovi tagli. Le violenze sono state messe a tacere, con un bilancio di cinque morti, 3.100 persone arrestate e dei danni per più di 200 milioni di euro. 
Uno degli elementi inquietanti scaturiti è la reazione di tutti i concittadini inglesi che condannavano la violenza senza minimamente chiedersi quali ne fossero le cause. 'Sono dei vandali e devono essere sterminati'. Tutti pronti a giudicare senza in realtà capire che con il loro voto, con il loro silenzio, hanno permesso che nel 2011 si siano verificati questi gravi disagi giovanili nel sesto paese più ricco al mondo. Alcuni dei benpensanti in quei giorni hanno anche augurato l’intervento dei militari per dichiarare la legge marziale. Adesso i morti saranno pianti e i danni non assicurati saranno coperti dalla polizia, che per far fronte a tali somme farà aumentare le tasse di tutti i cittadini e non solo del 10% per i più ricchi. Delle 3.100 persone arrestate, finora 1.000 sono finite nelle già sovraffollate prigioni inglesi. I processi, visto il loro improvviso aumento, sono fatti sempre più fatti alla rinfusa da avvocati sottopagati con un sovraccarico di lavoro esorbitante. 
Il governo Cameron promette sanzioni molto dure conto i giovani che hanno sconvolto l’Inghilterra - non solo Londra, anche Manchester, Liverpool, Birmingham ... - per questi cinque giorni, e una polizia ancora più severa secondo il modello “Zero Tolerance” di New York introdotto a fine anni ‘80. Il primo ministro minaccia anche di far chiudere i Social Network, ritenuti i principali passaparola delle rivolte. 
Ancora si tace su come risolvere i problemi che hanno causato questa rivolta, su come aiutare i giovani a trovare dignità e lavoro, su come agire nel campo dell’educazione e del sociale perché questi tumulti siano eliminati. Non sono le priorità di Cameron in questo momento. Nel frattempo gli affari hanno ripreso come prima e il divario tra ricchi e poveri si allarga sempre più. Il mostro della povertà e del malessere sociale che abbiamo generato è stato solo assopito e messo a tacere, ma per quanto?
 

Other Lives - 30 agosto 2011, Hoxton Bar Square, Londra

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 7 Settembre 2011


Other Lives - Hoxton Bar Square - 30/08/2011
C’è un piccolo fermento attorno a questo gruppo, annunciato da molti come la “next big thing”. Anche Thom Yorke, sul blog dei Radiohead, menzionava un loro pezzo, tra le sue canzoni preferite. Gli Other Lives, si annunciano quindi come i degni eredi dello scettro dell’indie-folk, detenuto per ora da gruppi come Fleet Foxes e Midlake. Un Hoxton Bar sold out questa sera. 
D’apertura Daughter, una dolce e timida ragazza londinese, con chitarra e voce cristallina che presenta  brani che toccano le corde dei più sentimentali, nella sala si sentono qui e lì  languidi sospiri. 
Dopo la pausa bar, la sala si riempie sempre più. Stranamente stasera all’Hoxton Bar, nel quartiere una volta trendy di Londra e oramai preda delle popolari orde barbariche ormonali del week-end, predomina un pubblico che sembrerebbe abbastanza adulto ed elitario, quasi da addetti ai lavori. Gli Other Lives questa sera presentano il loro secondo lavoro “Tamer Animals”,uscito ieri, 29 agosto, in Inghilterra e in Europa su PIAS e con il quale si pensa conquisteranno il mercato europeo. Gli Other Lives sono uno di quei gruppi dal look vincente, quattro uomini dal capello folto e barba curata come dei sani e giovani pionieri del Far West, in compagnia di una dolce e bellissima ragazza di origine asiatica a violino, violoncello e xilophono. C’è una trepidante attesa in sala e il concerto inizia con la soave As I lay my head down; a seguire l’armoniosa Dark Horse e il concerto incalza poi con For 12 e Tamer Animals e altri brani scelti dall’omonimo disco. Gia’ dalle prime note ci accorgiamo che gli Other Lives non sono solo immagine. Dietro l’apparenza ci sono degli eccelsi polistrumentisti a 360˚. Il suono è perfetto. 
Difficile seguire, per ogni pezzo, quanti strumenti vengono suonati in contemporanea. A un certo momento del concerto penso di averne contato ben nove di strumenti suonati, nonostante ci fossero cinque musicisti sul palco. Tromba suonata in contemporanea alla chitarra, l’armonica a bocca all’harmonium, lo xilophono al violino. E come cornice una batteria e percussioni che danno ai pezzi un ritmo molto simile a quelli di antiche danze sioux. Anche se avessi preso nota, sarebbe stato impossibile seguire dei cambiamenti così tempestivi. Il concerto prosegue con una densità musicale senza precedenti, una musica folk perfetta ma con poche sorprese, su una traiettoria ben calcolata e precisa, che sembra essere costruita a tavolino, e risulta alla fine poco emotiva e viscerale. Nulla toglie alla bravura del gruppo. Le canzoni sono efficaci e ben composte: evocano un’atmosfera melanconica e quasi autunnale che fa presa tra un pubblico sognante. Notiamo anche il batterista dei Bad Seeds e Grinderman, Jim Sclavunos, sembra anche lui rapito dalle loro dolci melodie. 
45 minuti di concerto che termina con un bis, per il quale gli Other Lives scelgono The Partisan, che si pensa essere stata scritta da Leonard Cohen: in realtà e' stata da lui tradotta negli anni 60; la versione orginale e' di Ana Marly e Emmanuel d'Astier de la Vigerie, scritta nel 1943. Una cover impeccabile, molto bella, con la versione francese nella seconda parte, ma non sanguigna quanto quella dei Noir Desir e 16 Horsepower. Forse manca la grinta, un po’ di mordente a questo gruppo “troppo” perfetto. Lasciamo la sala, gli Other Lives al completo stanno già vendendo il loro merchandising dai disegni ameni a persone squisite. Benvenuti nel dolce e incantevole mondo degli Other Lives.


I Will Be Your Mirror - ATP Festival, 23 e 24 luglio 2011, Alexandra Palace, Londra

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com il 5 Settembre 2011

Alexandra Palace - London - July 2011

"I Will Be Your Mirror", curato ogni volta da artisti diversi, e’ un festival itinerante e parallelo all'All Tomorrow’s parties. Dopo Tokyo è stata quindi la volta di Londra a fine luglio. Il festival questa volta e’ stato curato dai Portishead, uno dei gruppi faro del trip-hop inglese negli anni '90 e si è svolto nel palazzo ottocentesco di Alexandra Palace, un tempo luogo di svago degli abitanti del nord di questa metropoli. Due giorni con le migliori realtà della musica e una scelta cinematografica sorprendente, anche se purtroppo in contemporanea ai concerti.

GYBE! - Alexandra Palace - 24 July 2011
Saltato il sabato, il mio festival inizia domenica 24 luglio, primo giorno di caldo estivo qua a Londra. Stringe quasi il cuore dover passare il pomeriggio al chiuso ma non c’è tempo per riflettere. Dal sole abbagliante di mezzogiorno ci ritroviamo catapultati in una sala buia (West Hall) dove salgono sul palco i Godspeed You!Black Emperor (GY!BE).
Negli spazi esterni i pochi punti di ristoro sono presi d’assalto e le code sono interminabili: non osiamo pensare cosa sarebbe stato se la giornata fosse stata sold out. Persi tra i vari corridoi, perdiamo gli S.C.U.M prima di entrare nella seconda sala (Great Hall), illuminata dalla luce diurna, molto più accogliente. La pessima acustica fa sì che non prestiamo molto attenzione ai Liars ed ai Beach House che si avvicendano sul palco: continuiamo a parlare di varie amenità seduti per terra in un angolo mentre davanti a noi sfilano vari musicisti che si fermano a guardare i gruppi sul palco e con i quali puoi scambiare qualche chiacchiera. Continuerà cosi per tutta la serata. Da questo punto di vista, un festival confidenziale con un’atmosfera molto rilassata.
Swans - Alexandra Palace - 24 July 2011
Nel frattempo, facciamo un saltino nella West Hall per vedere il progetto orchestra di Adrian Utley (Portishead) e Will Gregory (musicista che ha collaborato con Goldfrapp, Spiritualized, Micheal Nyman e Portishead): la colonna sonora del film "Passion of Joan Arc" di Theodor Dreyer del 1924. Rimaniamo solo cinque minuti, a causa di un caldo opprimente e l’assenza totale di posti a sedere, fondamentali per questo genere di spettacolo.
A questo punto prendiamo posizione sotto il palco della Great Hall, per gli Swans, gruppo seminale del post punk americano degli anni '80 e '90, che hanno pubblicato "My Father Will Guide Me Up a Robe to the Sky", dopo tredici anni di assenza dalle scene. Grazie al lungo soundcheck ad opera degli stessi musicisti, il suono per questa esibizione e’ impeccabile. Un set grintoso e pieno d’energia che ha ripercorso gli ultimi dischi degli Swans con assaggi anche di nuovi brani come The Apostate, presumibilmente presente sul prossimo disco previsto per il primo semestre del 2012. Mentre lo sciamano Michael Gira ipnotizza il pubblico, il suono greve e fragoroso delle chitarre e’ sostenuto da un ritmo dirompente: sebbene sia la terza volta che assisto a un concerto degli Swans negli ultimi nove mesi, mi lascio sempre trasportare da loro nei meandri sconosciuti dell’inconscio. Un gruppo e un suono che lascia il segno. Alle sette di sera, a fine concerto, usciamo da Alexandra Palace per stenderci sull’erba per godere degli ultimi raggi di sole mentre ammiriamo la vista su Londra. Ritorniamo in tempo nella West Hall per vedere un paio di minuti del progetto dello scrittore Alan Moore (V Vendetta, Watchmen, From the Hell) con uno dei maestri del drone doom Stephen O’Malley. Progetto sicuramente interessante, anche se la cattiva acustica rende un po’ difficile la comprensione dei testi e ci rechiamo nella Great Hall che data l’ora e’ ormai buia e dove hanno già iniziato i Grinderman.
Grinderman - Alexandra Palace - 24 July 2011
Rock al fulmicotone. Nick Cave sembra aver ritrovato una forma smagliante e il suo nuovo combo composto da qualche Bad Seeds (Warren Ellis, Martin P.Casey, Jim Sclavunos) lo asseconda a meraviglia. Il set e le canzoni sembrano però quasi un tantino troppo laccate e perfette: pare mancare quella dose di originalità e realismo che serve per convincere fino in fondo. Lascio Nick Cave e i suoi amici ancora sul palco perché e’ ora nella West Hall, dei Telescopes, uno dei gruppi icona del movimento shoegaze degli anni 90. Una luce rossa e fioca sul palco a stento illumina gli otto musicisti e la voce di Stephen Lawrie, appena udibile, si fonde come una dolce nenia con questi paesaggi lunari musicali. Si e’avvolti in vortici psichedelici e si perde cognizione dello spazio e del tempo.Un’esibizione calma e soavemente piacevole. Senza accorgersi ci ritroviamo catapultati un’ora dopo nella Great Hall, sul palco ci sono ora i curatori del festival “I’ll be your mirror”: i Portishead. Devo ammettere che ero un po’ prevenuta sui Portishead memore di una performance alquanto blanda al City Square a Milano sedici anni prima. Con gioia mi sono ravveduta. La loro esibizione e’ stata una piacevole sorpresa. Musicisti completi a 360 gradi che hanno lavorato molto sulla parte live e che sanno oggi calcare la scena con un’eleganza e professionalità come pochi altri al giorno d’oggi. Sembrerebbe che anche la voce contralto di Beth Gibbson abbia acquistato più profondità e maturità. Uno spettacolo inoppugnabile anche da parte dei più critici, corroborato da visuals accurate che rendono l’atmosfera ancor più poetica e dolce. La Great Hall si chiude con un concerto memorabile: ci spostiamo nella West Hall dove inganniamo il tempo giocando con il pubblico con degli enormi palloncini che uno dopo l’altro esplodono generando delle forti risate.
Telescopes - Alexandra Palace - 24 July 2011
I Caribou iniziano a suonare ma dopo qualche pezzo le nostre gambe non reggono più i ritmi ballerini del gruppo di Daniel Victor Snaith e i suoi amici: lasciamo alle nostre spalle l’Alexandra Palace che presto ritornerà a dominare Londra nella quiete. Scendiamo a valle in mezzo ai viali alberati di Alexandra Park, accompagnati dal rumore dei nostri passi e delle nostre parole, in una qualunque notte estiva londinese. Il loro set e’ sempre intenso e suggestivo coadiuvato da filmati di pellicole in loop che sembrano intensificare ogni nota musicale. Si tocca un po’ tutta la discografia eccetto l’ultimo "Yanqui U.X.O" uscito nel 2002 e non possono mancare gli inediti oramai conosciuti da tutti i fans, “Hope Drone” che inizia il loro concerto e la frenetica“Albanian”. Molti dei presenti si chiedono se saranno inclusi nel nuovo disco in cantiere per i GY!BE. Dopo il concerto curiosiamo al banchetto del merchandising e compriamo la prima maglietta ufficiale nella storia del gruppo: i tempi cambiano anche per i GY!BE. Andiamo fuori a prendere un po’ d’aria ma dobbiamo prima percorrere dedali di corridoi per trovare un’uscita e un’entrata che non corrispondono e che sono sorvegliate zelantemente da una security alquanto scontrosa.

Portishead - Alexandra Palace - 24 July 2011


Saturday, March 31, 2012

Intervista - Meat Puppets - 19/02/1992 - Coccodrillo Genova (IT)

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com il 29 Agosto 2011
Meat Puppets - Coccodrillo - Genova - 19 Febbraio 1992
Vent’anni fa nel 1991 usciva per la London Records “Forbidden Places” dei Meat Puppets, che coincise con il loro primo tour in Italia. Il 19 febbraio del 1992, alla fine di un energico concerto al Coccodrillo di Genova, scambiai intervistai i fratelli Kirkwood. Ero giovane, inesperta e imbarazzatissima. 

Myriam - Per il vostro ultimo disco “Forbidden place” molti critici hanno detto che avete raggiunto un suono piu’ ruvido, forse piu’ maturo 

Curt Kirkwood– (ride) Non sono d’accordo, penso che piu’ andiamo avanti e piu’ suoniamo come degli immaturi 

Myriam - Avete registrato molti dischi, diversi l’uno dall’altro: uno è piu country, l’altro piu’ rock. Molti hanno criticato la mancanza di una continuita’ organica nei vostri lavori, che ne pensi? 
Curt – mi stanco di suonare lo stesso stile di musica, penso a ciascuna canzone e cerco di mettere un feeling diverso. E’ veramente difficile per me dire cosa sto cercando di fare esattamente, faccio quello che sento e se lo dovessi spiegare non avrebbe molto senso. Sono cose molto personali. 

Entra Chris nei camerini eccitato: “ wow, quei cazzuti mi hanno colpito cosi duramente sulla testa quando mi hanno tirato giù dal palco, mi hanno spaventato. Pero’ sembravano divertiti”

Myriam – Cosa ne pensate del successo di “Nevermind” dei Nirvana che ha aperto le porte alla musica underground?
Curt – Ogni band fa quello che vuole, non sa cosa portera’. Non penso abbiano portato un notevole impatto. I Nirvana sono ok ma non ne sono un grande fan.

Myriam – Cosa c’e’ dietro il titolo “Forbidden Places”, i posti proibiti?
Curt – Sono solo delle limitazioni personali

Myriam – Hai disegnato la cover del disco, c’è qualche pittore che preferisci?
Curt – Van Gogh e qualche altro, cerco di imitare Van Gogh per allargare gli spazi della mia mente. Mi piace dipingere quando guardo la TV, ma non e’ cosi eccitante come suonare.

Myriam – che musica ascolti in questo periodo?
Chris Kirkwood – (ride) MTV
Curt – Ascolto di tutto, sicuramente nella band sono quello che ascolta meno musica degli altri. Derrick (Bostrom, il batterista) e’ quello che ascolta di piu’ musica. Mi piace il disco di KLF “The White Room”, e’ il mio disco preferito in questi ultimi mesi e anche Black or White di Michael Jackson
Chris – Anche la band di supporto stasera non era male.
Curt – Verissimo

Myriam - Quali gruppi hanno influenzato la musica dei Meat Puppets?
Curt – Penso un pò di tutto, ma forse un po’ di piu’ Black Sabbath e George Jones, anche se non se sono certo. Penso di essere tra i migliori e senza influenze. Anche se siamo stati influenzati dal country, blues, jazz, musica dei nativi d’america, latino-americana, world music, gamelan, musica balinese, musica da soweto, jive.
Chris– Dalla musica indiana

Myriam – Questa e’ la prima volta che venite in Italia, come mai non siete venuti prima?
Chris – (ride) Abbiamo realizzato solo ora che c’erano gli aerei
Curt – In realtà, non pensavamo ci fosse un seguito qui in Italia

Myriam – Cosa ne pensi del pubblico italiano?
Chris – E’ divertente, molto diverso da quello americano, che odiamo. Lo odiamo perche’ lo conosciamo. Qui ancora e’ tutto nuovo, la gente conosce i nostri testi a memoria, sorprendente. Dappertutto puoi trovare la pizza e gli spaghetti. E’ un po’ come essere a Disneyland per noi, e’ tutto straniero. Completamente diverso da Phoenix che ha solo un centinaio d’anni ed è enorme, 70 miglia di larghezza. Da noi hanno tutti una grande casa con un gran cortile e una piscina. Anch’io ho una casa con piscina ma non costa tanto, sicuramente quanto quello che voi pagate mensilmente d’affitto.
E poi ci sono le palme e c’e il sole tutto il tempo. Qui e’ diverso ma adoro il pubblico. Le ultime tre serate sono state fantastiche e la gente e’ incredibilmente ospitale. Ti ricordi Curt, quel ragazzo a cui abbiamo chiesto delle indicazioni. Non sembrava molto sicuro e dopo un po’ guardiamo nel retrovisore e proprio lui ci sta correndo dietro in macchina perche’ si e’ ricordato e stavamo prendendo la cattiva strada. La gente e’ molto diversa dagli americani. Qui sono molto piu’ simpatici. Pero’ allo stesso tempo tutto e’ molto confuso. Beh! Questa città è follia pura. Le strade sono piccole e tutti suonano il clacson.

Myriam – Adesso vorrei chiedervi un’opinione da musicisti amercani su chi vincera’ le prossime elezioni in USA? Ha per caso Jello Biafra delle buone opportunità?
Curt – (con disgusto). Le elezioni le vincera’ Bush.
Chris – Si Bush. Hey , hai sentito che Buchanan ha il 48% dei voti e Bush 52%.
Curt – Non penso Jello Biafra arrivera’ da nessuna parte. Gli americani sono molto conservatori. Quello che possiamo solo dire e’ che speriamo che chi vinca aiutera’ gli americani, ma sono dei fottuti maiali
Chris – Fottuti maiali che governano il mondo e il mondo e’ un buco di culo. Tutti i politici sono merda.

Friday, March 30, 2012

Diario di bordo tra il serio e il faceto del Primavera Sound Festival 2011

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com il 29 Luglio 2011
A cura di Myriam Bardino e Felice Marotta
Intro
Sono passati due mesi, ma sono ancora vivi i ricordi del Primavera Sound Festival. Cinque giorni di musica, festa, sole, esplorazioni cittadine, spiaggia, e rivelazioni culinarie. Senza ovviamente dimenticare la vincita della Champions League da parte del Barcellona e la protesta degli Indignatos contro i tagli del governo Zapatero.

Yuck - Primavera Festival 2011
E anche l’inizio della stagione delle ciliegie che ci accompagneranno per tutto questo festival. Il Primavera Sound Festival di Barcellona è diventato in pochi anni uno dei più grandi eventi indie-rock del vecchio continente: 150.000 presenze in tre giorni, 200 band, 7 palchi. Come qualsiasi altro festival e un’occasione per ritrovare amici che sono dispersi ai quattro lati del pianeta e anche un’opportunità per darti appuntamento con quegli amici virtuali con i quali stai ore, sui vari social networks, a disquisire il valore creativo di “Let England Shake”, l’immensa discografia degli Einsturzende Neubaten e il colore delle camice di flanella dei Fleet Foxes. Prima di immergerci nel festival: una piccola guida pratica.

Mini Guida Pratica
Al Primavera Sound festival, non ci sono spazi per il campeggio, quindi il nostro consiglio e’ di prendere una sistemazione vicino al Forum, i prezzi degli appartamenti sono ridicolmente bassi e partono dai 25 euro a notte.
Il segreto e’ anche prenotare l’appartamento per inizi dell’anno, altrimenti non trovate più niente a buon mercato. Se siete in appartamento, ricordatevi di fare una copia delle chiavi dal ferramenta, per tutti (senza ovviamente dirlo all’agenzia). I concerti, al Parc del Forum, iniziano tutti attorno alle 16, quindi si ha tempo di visitare la città e di rilassarsi sulle sue meravigliose spiagge come di partecipare alle diverse sagre di quartiere sparse per la città. Se siete in tre o quattro e’ meglio muoversi in taxi perché sono tra i meno cari d’Europa. Altro consiglio e’ quello di mettervi nell’ottica di entrare nel fuso orario di New York, perché siamo in Spagna e tutto è posticipato di cinque ore.

Pubblico del Primavera Sound Festival
Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Ci sono tre generi di pubblico:
1) Il pubblico che e’ lì per caso perché trascinato da fidanzato/a o amici ma non e’ appassionato di musica e difficilmente sopravvive ai 200 gruppi. Generalmente e’ quello che passa tutto il giorno in spiaggia e viene verso le 21 per un massimo di due ore di concerti.
2) Quello che pur essendo un fan di indie rock, non riesce a prepararsi a tempo e non sa esattamente chi sta andando a vedere e si perde tra i palchi.
3) Quello che ha studiato per settimane intere e sa a memoria tutti i gruppi, gli orari e le scalette. Un pubblico ad ogni modo molto eterogeneo con un 30% di inglesi, 30% di spagnoli, 20% di italiani e 20% di altre nazionalità (russi, svedesi, francesi, belgi, almeno quelli che abbiamo incontrato).



Giovedì 26 Maggio

                   Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Il Primavera Sound Festival e’ già iniziato la sera prima al Poble Espanol e abbiamo perso già qualche gruppo. In tardo pomeriggio, dopo esserci ritrovati da Venezia, Cambridge e Londra, ci avviamo verso il Parc del Forum, con una lunga passeggiata sulla spiaggia di Barcellona, con i suoi chiringuitos, i suoi ciclisti e le persone che prendono il sole e che già nuotano nelle acque del Mediterraneo. Quando arriviamo al Parc del Forum, riconosciamo da lontano il maestoso palazzo triangolare degli architetti svizzeri Jaques Herzog e Pierre de Meuron, stessi architetti che hanno ideato e creato la Tate Modern e lo stadio olimpico di Bejiing.
Bisogna anche ricordare che questo sito e’ stato costruito sul Camp de La Bota, un campo di prigionia durante il regime di Franco, dove i prigionieri venivano uccisi sulla spiaggia fino al 1952. Infatti su questo sito, si respira un certo surrealismo, quasi disturbante. Tra la coda mostruosa per gli ingressi troviamo altri amici arrivati poche ore prima da Milano e Roma. La coda viene smaltita abbastanza velocemente e si e’ subito muniti di: un braccialetto che servirà per l’accesso ai 4 giorni, una scheda magnetica che bisognerà ricaricare per pagare a tutti gli stands e varie mappe del sito, sito che e’ formato un po’ come una L sul mare. La distanza tra le estremità e’ di circa 20 minuti a piedi, se sei controcorrente alla calca, 40 minuti. Nei momenti di maggiore affluenza del festival il Parc del Forum ha contenuto circa 130.000 persone. Al festival oltre che i palchi, bagni e un enorme mercato coperto per mangiare e bere, si trovano anche altre tende per deimini eventi acustici, un’area per i bambini e un cinema, che per mancanza di tempo abbiamo ignorato. Appena passati i cancelli, sul lato sinistro un enorme palco, il San Miguel (sponsor numero uno del festival), dove si terranno i concerti più grossi con dietro una collina dal quale si domina tutto il sito e il mare. Proseguiamo e davanti a noi si apre un anfiteatro, con delle scalinate in cemento con in fondo il palco Ray-Ban (un altro sponsor del festival). Come per tutti i festival a cui si arriva preparati, si parte sempre con dei buoni propositi.
Per Giovedì 26 Maggio, la nostra scaletta prevedeva:
13 Gruppi "Fondamentali"
6 Gruppi "Interessanti"
19 Gruppi "Se ho tempo"
13 Gruppi "Non Interessanti"
Totale gruppi del Primavera Sound Festival per Giovedì 26 Maggio: 51
Totale gruppi visti:9
Di cui, in ordine cronologico per ciascuna categoria, abbiamo visto:
Ray Ban Stage - Primavera Festival - Barcelona 2011
6 Gruppi "Fondamentali": Moon Duo, Connan Mockasin, Grinderman, Glenn Branca Ensemble, Suicide, Flaming Lips
3 Gruppi "Interessanti": Bearsuit, Ty Seagall, Luger
Persa per il nostro ritardo la stella nascente del rock Marina Gallardo, gli psichedelici delle canarie GAF e gli onirici Emeralds, impossibilitati da andare all’Auditori per tre giorni per vedere il magico DM Stith di spalla a Sufjan Stevens per via di code interminabili e di sistemi di prenotazione intergalattici, il primo gruppo ad aprire il nostro festival sono i Moon Duo al palco Ray Ban. I Moon Duo sono Ripley Johnson dei Wooden Shjips e Sanae Yamad. La loro musica e’ a cavallo tra il kraut rock e stoner rock. Dai Moon Duo abbiamo un po’ vagato per il sito per farci un po’ l’idea del posto nel quale eravamo atterrati. Abbiamo fatto la fila per caricare la nostra scheda magnetica per poi accorgerci che non era possibile acquistare nulla a causa di un problema tecnico. Tutti i bar del sito bloccati. No birra, no acqua, nulla. Dopo qualche ora hanno iniziato a distribuire delle birre con dei fustini sulle spalle maggiorandole di quattro volte il prezzo. Insomma non di certo un buon inizio soprattutto se uno voleva bere solo acqua e voleva tenere un po’ di lucidita’.
Moon Duo - Primavera Festival 2011- Barcelona 
Quello che è importante, a un festival, è prendere subito dei punti di ritrovo con i vostri amici, perché siate sicuri che vi perderete. Chi vuol andare in bagno, chi ha fame, chi ha sonno, chi si perde con qualche ragazza, chi non vuole rimanere a sentire questo o quel gruppo, insomma i punti di ritrovo sono essenziali. Fatto questo, si salva un sacco di tempo per i giorni successivi. Ma ritorniamo a Giovedì 26 Maggio. Dopo i Moon Duo, a destra del palco Ray Ban, dopo una piccola zona verde e i bagni, si ha accesso a un altro palco: ATP. Il palco ATP e’ un po’ più piccolo ma anche questo molto comodo, con delle scalinate ad anfiteatro. Dietro, a destra del palco ATP, ancora una zona di ristoro prima di avere accesso a sicuramente il secondo palco per importanza: il palco Llevant all’estremo est del sito. Molto scomodo, con terra battuta e con nessun posto dove sedere. Ora sappiamo che siete tutti rock and roll, ma quando stai per delle ore sotto il sole, avrai ad un certo momento il bisogno di posare le tue stanche membra. E si lo diciamo anche per te, che hai ancora vent’anni e pensi di essere incrollabile.
Adesso sappiamo che vi siete già persi nella descrizione del sito, ma ritornando al palco ATP , alle sue spalle a sinistra, c’e’ uno dei palchi meglio posizionati di tutti: il palco Adidas (un altro sponsor). Le scalinate sono davanti al mare con il palco leggermente spostato a sinistra. Quindi, quando non t’interessavano i gruppi, potevi sempre sederti e goderti lo spettacolo del mare. Ok, ora siamo al palco dell’Adidas, che si trova alle spalle del palco ATP. Camminando a est lungo il mare si arriva al Llevant (quello scomodo), continuando verso ovest, il palco Jagermeister (si, un altro sponsor), dove si sono esibiti dei buoni gruppi ma con nessun posto dove sedersi, anche questo molto scomodo. Continuando verso ovest, si passa alle spalle del palco Ray Ban (quello dove hanno suonato i Moon Duo e ora si sta esibendo Big Boi) per giungere al palco Pitchfork (sponsor pure loro). Palco scomodo, con nessun posto a sedere. A destra del palco Pitchfork, il mare e a sinistra un’ enorme scalinata dominata dal passaggio sotto il pannello fotovoltaico che tanto caratterizza il Parc del Forum di Barcellona. Scalinata che porta direttamente al palco San Miguel. Sappiamo che ora vi siete fatti un’idea e se vi siete persi, iniziate a leggere da capo e seguite le indicazioni su un pezzo di carta con penna e matita. Siete troppo tecnologici per avere una penna a portata di mano? Fa nulla, andate avanti a leggere. Quindi, dopo aver reperito i luoghi, sprofondati nei puff del lounge di Jack Daniels (un altro sponsor comunque, l’area più cool di tutto il festival), dietro il palco San Miguel, abbiamo prestato un’ occhio molto stanco e distratto al circo cabaret di Kevin Barnes degli Of Montreal.
Da li, ci siamo avviati verso il nostro primo concerto al palco Adidas, dove si esibivano gli inglesi art-rocker-dancer Bearsuit, molto freschi e gradevoli.
Connan Mockasin - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Grinderman - Primavera Festival 2011- Barcelona 
Quelli di noi che hanno tentato ad andare fino al Llevant per vedere i Public Image Limited si sono ritrovati davanti al pagliaccio Johnny Lydon che inscenava un patetico spettacolo. Ma nel frattempo, urrah! i bar avevano riaperto. Con il sole che stava tramontando tra dei nuvoloni, siamo andati a vedere al palco Jagermeister, Connan Mockasin, questa nuova promessa musicale neo-zelandeseche non ci ha molto convinto vuoi per problemi tecnici, vuoi per un certo disagio sul palco. E nemmeno le geishe che lo accompagnavano sono riuscite a distogliere gli occhi da Katherine Blamire (delle Smoke Fairies) che appariva come un’ombra cinese attraverso il separé dei VIP. Ma sono già le 22.30.
C’è un fuggi fuggi al palco di San Miguel: “Felice, sei appena arrivato da Roma? Dove ci si vede? Sì, sì, a destra del palco”. I Grinderman partono fortissimi con Mickey Mouse and the Goodbye Man. Nick Cave impeccabile in abito completo con Warren Ellis che impazza sulla chitarra e il grande Jim Sclavunos alla batteria. Un epopea rock come ai migliori tempi che ci fa quasi dimenticare quale gruppo fenomenale siano stati i Birthday Party (Get It On). Nick Cave sembra aver recuperato lo smalto di un tempo ed essersi tirato a lucido.
Glenn Branca - Primavera Festival 2011- Barcelona 
Caro Nick, ovviamente ci scuserai per averti tradito, dopo venti minuti, con il maestro Glenn Branca, che sta dirigendo una mini orchestra di tre chitarre, due bassi e batteria. Figura culto dell’avanguardia, chitarrista e compositore New Yorkese, Glenn Branca, ha fatto del suo rock una vera e propria scuola di avanguardia, influenzando musicisti del calibro di Lee Ranaldo e Thurston Moore. Sembra quasi di assistere ad un concerto di musica classica, il che non è per nulla strano se si pensa che Steve Reich influenzò moltissimo il rock. A Steve Reich e’ dedicato Lesson n.3 (Part 1 - Part 2) che l’ensemble ha proposto stasera. Assistere a un concerto del Glenn Branca Ensemble, è senza dubbio partecipare ad un rito di iniziazione ad un culto. Le note si susseguono, si scavalcano, il ritmo diventa sempre più frenetico e poi rallenta, e poi di nuovo gli strumenti che s’intrecciano e ci portano via verso lidi sconosciuti. Tra una composizione e l’altra si sente anche la musica degli Eladio y Los Seres Queridos, che suonano al palco Adidas e Glenn Baranca si mette ad ascoltare cosa fanno in lontananza i suoi colleghi e a accennare qualche passo di danza. Il concerto si chiude con Lost Chord che purtroppo come ci preannuncia Glenn Branca “it’s very short, according to the stageman”(“questa composizione e’ molto corta, secondo la persona che si occupa del palco”). Il tempo stringe e deve lasciare spazio ai Caribou ma durante l’esecuzione da un calcio al leggio e dice “I am actually dying, this is so so so good” (“sto morendo, questo momento e’ così bello”).
I Grinderman stanno suonando rock sul palco San Miguel ma qui si assiste alla creazione della musica. Sicuramente uno dei concerti più spettacolari di tutto il festival.

Far seguire Glenn Branca dai Suicide, non è consigliatissimo. Abbiamo ancora le nostre orecchie sanguinanti e i vocalizzi di Alan Vega, ci giungono come delle note stridenti. In questa occasione, i Suicide presentano il loro leggendario omonimo album del 1977. L’energia del duo è sempre la stessa, nonostante abbiano superato entrambi i settant’anni, cosi come il volume degli amplificatori è rimasto sempre quello di un tempo. Un concerto a cui non si poteva mancare. Alcuni di noi rimangono ammaliati davanti al palco, ma altri fuggono. Odio e amore.
Flaming Lips - Primavera Festival - Barcelona 2011
Impossibile raggiungere il palco dei Caribou, troppa ressa. Guardiamo un pò Ty Seagall al Jagermeister siamo divisi:garage-rock adrenalinico o molto piatto? Ai posteri l’ardua sentenza. Ci si riposa un po’ ai punti di ristoro prima di ritrovare altri amici “virtuali” del Piemonte e del Lazio, seguendo le linee del mixer a circa metà davanti al palco dei Flaming Lips. E allora è festa, è bello ritrovare delle persone che conoscevi prima solo sui vari social network e non c’è che dire, i Flaming Lips aiutano a ricreare un’aria di festa con le loro magie pirotecniche sul palco, i palloncini e cotillon vari. Si disquisisce anche con qualche catalano sui Tenores di Bitti e gli effetti delle anfetamine, pillola blu o verde? Sembra di essere un po’ ripiombati nell' infanzia, con poche ore di sonno sulle spalle:può prendere bene o può prendere malissimo. She Don’t Use Jelly e The Yeah Yeah Yeah Song sono brani ancora molto piacevoli, ma c’è sempre il rimpianto di non averli mai visti negli anni di “Telepathy Surgery”. Per molti Do You Realize sarà l’inno del festival.
Alcuni di noi vanno via, un po’ disturbati dal circo di Wayne&Co, e mentre casualmente tra 130 mila persone s’incrociano amici che vengono da parte diverse del pianeta, si finisce la serata buttati sui divanetti della zona relax del Jack Daniel’s. Si parla seriamente di calcio con i ragazzi che preparano i falafel. Chi vincerà domani la Champions League? “No no, el barca, no yo soy de Madrid, tengo per el Manchester”. Nulla da fare per i Salem, riusciamo a vedere un pezzetto dei bravi Lüger ma alle 3 e mezzo del mattino, i colpi improvvisi di sonno fanno capire che è tempo di andare a riposare. Taxi, casa, spuntino delle 4 del mattino con salame e formaggio e tutti a nanna tra qualche ora ci aspetta la visita a Barcellona.


Venerdì 27 maggio 

Montjuic - Barcelona 
Alcuni di noi spinti dalla voglia impellente di vedere Barcellona, dormono tre ore e si avviano a piedi verso il centro sotto un sole cocente per una visita alle architetture di avanguardia di quel genio che è stato Gaudi. Gli altri dormono un po’ di più, se la prendono con comodo e vanno in spiaggia a rilassarsi. Altri ancora partono in tarda mattinata all’esplorazione del castello di Montjuïc, da dove si gode una vista stupenda sulla città.
Dopo essere ritornati a valle, verso le 15 , ci concediamo un’indimenticabile ristorante in riva al mare con prosciutto serrano, una gustosissima paella e un inebriante vinello bianco locale. Passeggiata digestiva lungo la spiaggia, siesta a casa, a metà strada per rinfrescarci per la seconda giornata del festival. Nel frattempo apprendiamo che ci sono stati degli scontri a Placa Catalunya, e presi dalla disinformazione abbiamo dei sensi di colpa per non essere stati lì, domani andremo in piazza per vedere quello che succede.
In programma per la seconda giornata del festival, la nostra scaletta prevede:
-15 Gruppi "Fondamentali"
-7 Gruppi "Interessanti"
-20 Gruppi “Se ho tempo”
-10 Gruppi "Non Interessanti"
Totale gruppi del Primavera Sound Festival per Venerdì 27 Maggio: 52
Totale gruppi visti: 10
Di cui, in ordine cronologico per ciascuna categoria, abbiamo visto:
-6 Gruppi "Fondamentali": M. Ward, Pere Ubu, Half Japanese, Explosion in the sky, Shellac, Battles
-4 Gruppi "Interessanti": Wolf People, Dan Melchior and Das Menace, No Joy, Perrosky

Durante il festival si respira un’aria di protesta dei giovani catalani e vari slogan contro il governo Zapatero emergono durante tutta la manifestazione sostenuti qui e lì da vari musicisti: “Continuate con la lotta e l’occupazione, esprimete la vostra opinione”. Il nostro festival, come al solito, inizia in ritardo. Si arriva al Parc del Forum giusto in tempo per apprezzare il concerto del sempre convincente M. Ward. I Wolf People, al palco ATP offrono uno spettacolo un po’ troppo dispersivo, al quale alcuni di noi preferiscono il garage rock tagliente di Dan Melchior and Das Menace al palco Jagermeister, un progetto interessante dello stretto collaboratore di Billy Childish da tenere sicuramente “sotto orecchio”. Scappiamo dai National al Llevant stage, mentre vediamo la polizia muoversi tra i vari palchi, in piedi su dei motorini elettrici. No, non siamo in una scena di Blade Runner, e non non c’erano motorini elettrici in Blade Runner. Ci saranno state almeno 130.000 persone accalcate davanti al palco dei National, caldo e acustica terribile. Ci concediamo solo qualche brano, distratti dalla folla interminabile, in quanto i Pere Ubu ci aspettano al palco Ray Ban.
E’ davvero impressionante camminare in direzione opposta ad una marea umana che ti viene addosso e non riusciamo a capire dove quella folla, che si dirige dai National, potrà arrivare considerando che abbiamo da poco lasciato l’arena dei Llevant già completamente piena. Ci sediamo rilassati sulle scalinate dell’anfiteatro del palco Ray Ban. David Thomas dei Pere Ubu dimostra di essere sempre un musicista ispirato che ci racconta a modo suo le schizofrenie ed il senso folle della vita, soprattutto donne e sesso, con una grande vocazione teatrale. Gran bel concerto, con una esecuzione quasi integrale di “The Modern Dance”.

Dal palco del Ray Ban passiamo al palco ATP per gli ultimi pezzi dei Half Japanese, I padri del punk rock fai da te, di cui e’ rimasto solo Jad Fair. Jad Fair e’ ben noto per suonare una chitarra elettrica scordata e esplorare fino ai limiti il suono della chitarra, per il quale l’unica corda (chord in inglese che significa anche accordo) e’ quella che unisce la chitarra all’amplificatore. Un concerto che finisce con All Hand in the Cook, con un sorridente Jad Fair che continua a suonare con il manico della chitarra spaccato in due.Non abbiamo tempo, né ci sforziamo di trovare iBelle And Sebastian. Dedichiamo 15 minuti alle carine e simpatiche No Joy. Nel frattempo i Low suonano sul palco ATP ma ci rifiutano di vederli un’ennesima volta soprattutto dopo la dipartita di Zak Sally al basso. Apre il concerto Nothing but heart che sentiamo in lontananza e avvolge anche i nostri cuori ormai induriti. Ma non c’e’ tempo per i sentimenti, ci aspetta il rock and roll sanguigno del duo cileno Perrosky al palco Adidas. Poche persone ma questo duo e’ esplosivo e balliamo tutti scatenatissimi.
Perrosky - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Half Japanese - Primavera Festival 2011 - Barcelona
Dopo i Perrosky, mentre alcuni di noi si riposano da queste danze cilene, per altri, l’unico pensiero è conquistarsi un posto in prima fila di fronte al palco del Ray Ban per il concerto degli Explosions In the Sky. I texani, tre chitarre, basso e batteria, fanno capire di essere in gran forma. Attaccano subito con The Only Moment We Were Alone, uno dei loro brani di punta, per proseguire con la bellissima Last Known Surroundings, brano ispiratissimo che emoziona stranamente ad ogni ascolto. A fine concerto gli Explosions In the Sky esprimono la solidarietà agli Indignados, che nonostante le manganellate della polizia catalana continuano a protestare in modo assolutamente non violento contro l’istituzionalizzazione delle ingiustizie nella società contemporanea.

Del Rey - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Per fortuna riusciamo anche ad ascoltare una mezz'ora abbondante dei grandi Shellac, con una performance noise di Steve Albini &C., oramai divenuta “un classico”. Segue una pausa rigenerativa al bar mentre i Pulp suonano sul palco San Miguel. E dopo una parentesi assolutamente convincente ed adrenalinica di una delle band seminali del post rock di Chicago, Del Rey della leggendaria etichetta My Pal God Records. Il suono e’ compatto e ci investe come un treno ad alta velocità’. Eben English si alterna ora alla chitarra ora alla batteria e con le due batterie in prima fila, il suono diventa ancora più forte e compatto.
Battles - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Arrivano le 3.30 della mattina: nonostanti alcuni alcuni di noi diano forfait, i vostri prendono posizione sotto il palco per assistere alla nuova formazione dei Battles dopo la dipartita di Tyondai Baxton. Non poteva esserci posto migliore. E’ scientificamente provato che quando i Battles suonano, piove. E anche qui appena saliti sul palco, inizia una pioggerellina estiva. Piove pure ora che stiamo scrivendo questo diario di bordo, piove sempre. La batteria di John Stainer (ex Helmet/Tomahawk) e’ centralissima. Davanti a noi alla chitarra, tastiere e marchingegni elettronici, Ian Williams (ex Don Caballero/Storm&Stress). E a sinistra del palco Dave Konpka (ex Lynx). Il suono inizia pesantissimo con la parte centrale lasciata alla sessione ritmica. La chitarra e le tastiere iniziano a intrecciarsi e a crescere con il ritmo fino a creare un mantra danzante che si evolve lungo questi 45 minuti. Con sfondo, il cantato dei video di Kazu Makino, Matias Aguayo e Gary Numan. E’ incredibile ascoltare questa band in mezzo ad una folla di decine di migliaia di persone che balla con te sui ritmi del loro ultimo album "Gloss Drop".
Il concerto di questo trio New Yorkese, a parte qualche problema tecnico, si e’ rivelato uno degli elementi faro di tutto il festival. Sono quasi le cinque, siamo stremati ma felici di aver sopravvissuto a un altro giorno di festival.


Sabato 28 maggio

Indignatos - May 2011
Dopo quattro ore di sonno siamo svegliati da una banda di tamburi e una sfilata di pupazzi di cartapesta. Ci affacciamo con l’occhio un po’ spento. I nostri vicini ci sorridono dai balconi fioriti. E’ ora di mettersi in marcia per pagare tributo alla Sagrada Famiglia, uno dei capolavori di Antonio Gaudi. All’interno, alcuni incrociano Jarvis Cocker dei Pulp, anche lui in visita a Barcellona. Mentre dibattiamo sul livello della ricerca universitaria in Italia, ci perdiamo tra le stradine di Barcellona.
Indignatos - May 2011
Ma e’ ora di passare a Placa Catalunya dove gli Indignatos sono aumentati dopo l’aggressione della polizia del giorno prima, durante il quale all’incirca 500 poliziotti hanno cercato di liberare la piazza per i festeggiamenti della finale della Champions League per il giorno successivo. Gli Indignatos hanno poi recuperato la piazza e quella di oggi e’ una manifestazione degli Indignatos. Tantissimi gruppi di discussione con il fine ultimo di rendere la democrazia spagnola più partecipativa :“Non siamo burattini nelle mani della politica e delle banche”, e’ il loro slogan. Pensiamo all’Italia, all’Inghilterra, ci rammarichiamo che la nostra gente non riesca a prendere iniziative di questo tipo. Lasciamo gli Indignatos e ci dirigiamo in metro al Parc Forum.
In programma per la terza giornata del festival abbiamo previsto:
- 15 Gruppi "Fondamentali"
- 7 Gruppi "Interessanti"
- 20 Gruppi “Se ho tempo”
- 10 Gruppi "Non Interessanti"
- Totale gruppi del Primavera Sound Festival per Sabato 28 Maggio: 52
- Totale gruppi visti: 15
Stiamo diventando più bravi.
Visti, in ordine cronologico per ciascuna categoria:
- 5 Gruppi "Fondamentali": Fleet Foxes, Einstürzende Neubauten, Pj Harvey, Galaxie 500, Swans, Black Angels
- 6 Gruppi "Interessanti": Damo Suzuki & Cuzo, Soft Moon, Yuck, Gonjasufi, Kurt Vile and Violators,    Pissed Jeans
- 2 Gruppi "Se ho tempo": Warpaint, Album Leaf
- 1 Gruppo "Non Interessanti": Deep Sea Arcade

Damo Suzuky and Cuzo - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Al Parc Forum la giornata e’ assolata con un leggere venticello. Passiamo il surreale passaggio fotovoltaico, una incredibile struttura di ingegneria, una immensa superficie di pannelli fotoelettrici, organizzati su un piano obliquo dalle dimensioni davvero impressionanti. Ci troviamo davanti al palco Pitchfork dove si esibisce Damo Suzuki assieme ai Cuzo, che ci riportanto a un hard rock sperimentale anni '70. Al palco Llevant stanno suonando i Soft Moon, un’interessante quartetto pop di San Francisco a meta’ tra Liquid Liquid e Joy Division. Una bellissima luce, ancora non ci sono molte persone qui al Primavera Sound Festival. Da qui ci spostiamo al palco ATP dove stanno suonando gli inglesi Yuck, che mettono insieme, con un gusto revival, le chitarre noise dei Dinosaur Jr ed un giro di basso dei Pixies. Inutile dire che gli occhi di tutti i maschietti presenti sono per la bassista Mariko Doi, che sposa eleganza con una bravura ineccepibile al basso. Le Warpaint dimostrano, d’altra parte, di essere una band costituita da ragazze capaci oltre che graziose. “Siamo donne, oltre le gambe c’e’ di più” cantavano già ai tempi Jo Squillo e Sabrina Salerno.
Einstürzende Neubauten - Primavera Festival 2011 - Barcelona
Ci spostiamo verso il palco San Miguel per sentire i pre-raffaelliti dell' avant o retro-folk: i Fleet Foxes, che trasmettono in modo semplice e diretto il loro amore per Dylan, Crosby, Still and Nash e per tutta una vena di folk americano degli anni '70. Chiudete gli occhi e immaginate una dolce serata di inizio estate, sdraiati su una collina che domina il sito del festival. A destra di voi il mare e davanti a voi, giù per la collina, un altro mare di persone davanti al palco. Il sole che tramonta, le dolci atmosfere folk dei Fleet Foxes e il resto e’ poesia. Alcuni di noi, scelgono di andare a vedere Gonjasufi al palco Pitchfork. Il suo album di debutto “A Sufi and a Killer”, era stato davvero una illuminazione, ma il concerto del guru e predicatore yoga Sumach Valentine, un misto di post-hop sciamanico e crossover in stile Rage against the machine, non convince del tutto.
Galaxie 500 - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Facciamo anche a tempo per un salto al palco ATP per un ultimo raggio di sole tra gli archi e le chitarre del progetto di Jimmy Lavalle: Album Leaf. Un brevissimo “colpo d’orecchio” ai Deep Sea Arcade che suonano come un brutta copia di una cover band degli Oasis e poi e’ la volta di qualcosa di un po’ più pesante al palco Ray Ban: Einstürzende Neubauten, band seminale del rock industriale, capace di interpretare la rumorosità della civiltà industriale e di ridefinire così le coordinate del rock all’interno del contesto post-moderno. Anche al Ray Ban gli Einstürzende Neubauten danno dimostrazione di conoscere perfettamente le sonorità del materiale metallico che si portano appresso sui palchi, sebbene il tutto sia strutturato all’interno di un progetto sonoro molto ricercato. Blixa & Co sono leggermente invecchiati ma non demordono offrendo uno show degno della loro leggenda. S’inizia con the The Garden da “Ende Neu” e ci s’inoltra negli ultimi 12 anni della loro carriera artistica. Passiamo poi al palco Jagermeister dove si sta esibendo Kurt Vile e i suoi Violators, uno dei nomi più interessanti del lo-fi indie rock e la sua esibizione non delude le nostre aspettative.Mentre sul maxi-schermo del palco Llevant si proietta la finale della Champions League tra Barcellona e Manchester, iniziamo a sentire un po’ su tutto il sito del festival delle grida euforiche di qualche ragazzo catalano “El Barca Vincitore!!!!”. L’onda di euforia sembra contagiare un po’ tutti. Ma non c’e’ Barca o Manchester che tenga, ora e’ l’ora della damigella PJ Harvey al palco San Miguel. Abbandonata la fase ribelle ed affermativa, si presenta con un vestito completamente bianco ed il capo piumato con in mano l’autoharp, quasi ad evocare le grazie di una moderna musa greca. Grande carisma. Ma la posa di PJ Harvey nel personaggio di dama eterea dà fastidio ad alcuni di noi che preferiscono rifugiarsi nelle dolci atmosfere nostalgiche del dream pop dei Galaxie 500 reinterpretato qui, sul palco ATP, da Dean Wareham e la sua dolce Britta. Al suono di Temperature is rising, un brivido ci scorre lungo la schiena e sorridiamo all’idea che nel pubblico dei Galaxie 500 ci siano in quell’istante anche dei ragazzi ventenni con gli occhi luccicanti, proprio come noi vent’anni fa. Lasciamo a malincuore Dean e la sua Britta per raggiungere il palco Ray Ban per prepararci alla messa di mezzanotte degli Swans. Nostro malgrado dobbiamo rinunciare ai Mogwai che stanno suonano alla stessa ora al palco Llevant.
Swans - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
La messa degli Swans si apre con No words/no thoughts, un’onda d’urto tanto forte da far vibrare pericolosamente i timpani delle nostre orecchie. La band si è riunita nel 2009 con il rientro di Norman Westberg e con l’ingresso di due batteristi della potenza di Phil Puleo e Thor Harris, capaci di dare corpo alle derive chitarristiche di Michael Gira &C. Musicisti completi a 360 gradi che spaccano e devastano il palco. Una goduria musicale infinita. Impossibile poi, nostro malgrado, avvinarci al palco ATP dove si stanno esibendo  Jon Spencer and Blues Explosion. Alle 2.15 proviamo a sederci davanti agli hardcore punk Pissed Jeans ma la stanchezza delle nostre povere vecchie orecchie si fa sentire. Dobbiamo rinunciare agli Animal Collective per una lunga pausa rigeneratrice al bar prima di affrontare il nostro ultimo concerto del Parc del Forum: Black Angels. Questa band psichedelica di Austin ci riporta indietro alle sonorità degli Spacemen3. Sul palco Pitchfork, vi è un’energia pazzesca. I pezzi spaziano tra i loro tre album e la folla impazzisce alle prime note di Bad Vibrations. Ma stranamente attorno a noi ci sono solo delle buone vibrazioni. Chiacchieriamo con dei ragazzi che provengono da diversi paesi e chiediamo quali siano stati per loro i gruppi migliori di tutto il festival. Sentiamo in coro: Flaming Lips, Swans, Battles, Explosions in the sky. Questi, a detta dei nostri vicini sono stati i veri vincitori del festival anche se, stranamente, dei ragazzi di Alme’(BG) ci hanno anche menzionato gli Za! Sono le 4.30 del mattino quando usciamo dal Parc Forum, non si trova un taxi, ci tocca camminare lungo la spiaggia per rincasare con il mare calmissimo ed un cielo che albeggia, discorrendo di varie amenità e della vita in generale mentre nella testa ti ronza ancora un tripudio di suoni.



Domenica 29 maggio 



 La mattina siamo svegliati dai festeggiamenti mattutini per la vincita del Barcellona. Sotto casa nostra attraversiamo il mercatino dove predominano i sorrisi e i colori blu e rosso. Le facce attorno a noi sono stanche come le nostre. Anche loro hanno festeggiato i loro beniamini (sportivi non musicali) tutta la notte. Ci
fermiamo per fare rifornimento di ciliege prima di incamminarci verso il parco Güell. Iniziamo a fare i primi saluti e dopo una visita a uno dei parchi più belli d’Europa, altri saluti davanti alla Placa Catalunya dove resistono ancora gli Indignatos. Facciamo un giro in piazza, cerchiamo di capirne di più, speriamo che sia soltanto l’inizio di un movimento che si espanderà in tutta Europa al più presto. Ultima paella con gli ultimi amici rimasti del Festival prima di prendere un taxi alla volta del Poble Espanyol, un museo all’aria aperta ubicato sulla collina di Montjuïc. Costruito in occasione dell’Esposizione Universale del 1929, il Poble Espanol che occupa 40 mila metri quadri e’ un vero e proprio piccolo paese che racchiude tutte le caratteristiche della Spagna. Immaginate quindi un concerto dei Mercury Rev, la quintessenza del pop lisergico, in una piazza gremita di gente con attorno vecchi edifici spagnoli del diciannovesimo secolo. Un vero spettacolo emotivo. David Baker sembra felice di intrattenere la folla e per i bis ritornano con una grande interpretazione di Solsbury Hill di Peter Gabriel, seguita dalla dolcissima e romanticissima The Dark is Rising e Senses on Fire. Non possiamo descrivere l’atmosfera elettrica di questo momento, vorremo che la serata non finisca mai. Preso un altro taxi, passiamo davanti ala Fontana Magica di Montjuïc, prima di ritrovarci catapultati nella Sala Apollo, una discoteca un po’ boudoir, per il nostro ultimo concerto del festival: Black Angels. Si, ancora loro. Con la psichedelia ritmata dei nostri texani ancora in testa, rientriamo a casa stravolti, sfiniti.
Black Angels - Primavera Festival 2011 - Barcelona 


Lunedì 30 maggio 



Il giorno dopo e’ interamente dedicato al relax, con passeggiata sulla spiaggia e sulle Ramblas, una scelta fantastica di tapas. Indugiamo un po’ con gli Indignatos di Placa Catalunya, che ci riportano alla dura realtà quotidiana di Barcellona. L’aereo ci aspetta, salutiamo la città, ma inconsciamente sappiamo che le nostre valige sono già pronte per il Primavera 2012. E le vostre?