Sono tanti i ricordi che mi legano ai Silver Mount Zion, come quella sera di dieci anni fa. Serata torrenziale, guidavo la mia panda rossa sull’autostrada con la mia amica Giorgia a mio fianco e Doug, un ragazzo australiano conosciuto qualche settimana prima. Dovevamo aver attraversato un'altra dimensione quando arrivammo tra tuoni e lampi a Colchester, in una piccola chiesetta sconsacrata, un centinaio di persone sdraiate per terra e sul palco loro i Silver Mount Zion. Guidati da Efrim Menuck erano al loro primo disco, con un organico di sette musicisti: pianoforte, due chitarre, basso elettrico, controbasso e trio d’archi. L’atmosfera era molto rilassata e a fine concerto, seduti a gambe conserte sul palco,scambiammo quattro chiacchere con la band. Penso che Doug si innamoro' spiritualmente per sempre di Sophie.
Dieci anni dopo molte cose sono cambiate. Stasera e’la settima volta che vedo i Silver Mount Zion dal vivo. Doug e’ ritornato in Australia ma Giorgia e' sempre con me per ricercare la magia di quella notte a Colchester. Stanotte il concerto e' tutto esaurito gia' qualche settimana. L'Electric Ballroom e' una sala fredda qui a Londra, una grossa discoteca con capienza di 1100 persone. Non so perche’ sono qui stasera, forse e’ per un semplice motivo di fedelta’alla band, alla loro filosofia.
Mentre si esibisce Alexander Tucker, mi accosto al banchetto del merchandising, e noto che tra i dischi ci sono anche delle magliette.
Penso che i tempi siano stati duri e siano cambiati sia per i Silver Mount Zion che per la loro etichetta, la Constellation Records, sorrido. A volte hai la fortuna di incontrare delle persone che ti possono cambiare la vita, il tuo modo di pensare e anche il tuo modo di vivere e penso sorridendo che saro’ eternamente grata a Don & Ian della Constellation Records per questo. Compro la maglietta e saro’ fiera di indossarla.
Ritorno sul palco, lato scala che e' anche il posto piu' comodo per vedere il concerto qui all'Electric Ballroom. I Silver Mount Zion sono questa sera solo in cinque: chitarra, controbasso, batteria, due violini e iniziano il loro set di composizioni che trovano un loro punto d'equilibrio all'incrocio del punk-rock, musica neo-classica e klezmer. I Silver Mount Zion anche stasera non deludono, i musicisti sono perfetti, l'atmosfera diventa elettrica.
Personalmente preferivo quando il suono era piu’ ricco e forte e sento la mancanza della chitarra di Ian, del violoncello di Beckie. Sempre impeccabile, a condurre le danze: Efrim Menuck, che aveva inziato questo gruppo come un suo progetto personale al quale aveva invitato degli altri amici.
Efrim mi ha sempre fatto pensare ad un menestrello ubriaco che canta i suoi dolori e frustrazioni alla luna, e stasera non ha deluso i presenti.
Oltre che a un set impeccabile ci sono stati molti scambi con il pubblico in sala, sulle elezioni in Inghilterra (in sintesi: no labour, no tories), del diritto di voto (meglio non votare), sul pene di Lady Gaga. Si e' anche parlato di pop "we don't play pop because we don't have the look and it's easy and depressing and does not pay. It required dedication and we are shallow". Un'altra domanda viene spontanea dal pubblico, e i Godspeed? Efrim e’ l’unico ad esprimersi: “You bring them back you fucker. It’s easy it's only 4 chords…4 chords on a long runaway”. Commento che lascia con l’amaro in bocca molti dei presenti che sperano che un giorno i Godspeed You! Black Emperor, questo collettivo anarchico di Montreal di cui Efrim, Sophie e Thierry fecero parte risorga presto dalle sue ceneri. Sophie e Thierry presenti anche loro sul palco si astengono da ogni commento e sembrano perplessi dai commenti di Efrim. Continua poi le sue chiaccherate con il pubblico in un personale sproloquio dalla sua passione per gli Specials alle parolacce che ha imparato in inglese. Ma la band e lo stesso pubblico lo riporta alla realta "vogliamo sentire la musica".
La serata prosegue con “There is a Light” e “1,000,000 Died to Make This sound” e tra il pubblico viene ricordato che anche i compianti Vic Chesnutt e Ron Asheton hanno partecipato al suono di questo gruppo.
Due ore e mezza di concerto in piedi, ho male ai piedi, ed il mio corpo e’ indolenzito.Concerto senza dubbio perfetto, i presenti sembrano vivere un esperienza estatica ma penso che il mio entusiasmo verso la band sia scemato con il tempo, forse con l'eta'(?) e nonostante ci provi ancora, non riesco piu’ a provare molte emozioni. Rientrando a casa penso che e’ oramai giunto il tempo che abbandoni i Silver Mount Zion per la loro strada. Li ringaziero’ per sempre per avermi potuto dare la prova che su questo mondo malato ci sono delle persone come loro: "beautiful and strong".
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Monday, April 05, 2010
Monday, July 06, 2009
La mia famiglia musicale
Patti Smith e’ sempre stata, per me, una sorta di icona spirituale e musicale, una di quelle donne alle quali ho sempre sognato di rassomigliare nonostante la mia assenza di talento. I Silver Mount Zion sono entrati nella mia famiglia spirituale nell’anno 2000 per svariati motivi. Avendo avuto modo di seguirli da molto vicino, ho condiviso il loro percorso e molte altre piccole gioie. Sono grata ai Silver Mount Zion e alla loro etichetta Constellation per aver rafforzato, forse in modo eccessivo, la mia integrita’ nei confronti del mondo musicale e avermi fatto riflettere sull’esistenza ed il funzionamento di modelli economici alternativi. La notte del 18 Giugno Patti Smith e Silver Mount Zion si esibivano sul palco del Royal Festival Hall, durante il festival del Meltdown curato da Ornette Coleman, ed e’ stata per me una piccola festa, una piccola reunion di famiglia. Soap&Skin in apertura, ma poco interessante.
Patti Smith inizia la sua performance con il poema “Piss Factory": “I'm gonna get out of here, I'm gonna be somebody, I'm gonna get on that train go to New York City, I'm gonna be so bad, I'm gonna be a big star. And I will never return - no, never return - to burn out in this Piss Factory." ”. E certe volte le leggende diventano realta’ : la ragazzina che lavorava e si faceva abusare in fabbrica e’ scappata a New York ed e’ diventata una grande star, la Patti Smith che tutti amiamo, un’artista di rilievo che ha anche lavorato con i piu’ grandi nomi della scena culturale iinternazionale.
E proprio questa sera vedremo siflare alcuni di questi nomi : Adrian Utley dei Portishead, Flea dei Red Hot Chilli Peppers, i Silver Mount Zion, i Master Musicians of Jajouka, e lo stesso Ornette Coleman che l’ha invitata a partecipare al suo Meltdown.
Ma e’ quando i Bachir Attar e i Master Musicians of Jajouka entrano in scena, che Patti Smith sembra ritornata ragazzina e balla felice mentre Flea, in ginocchio, si contorce davanti a loro.
I Silver Mount Zion, anche se non al completo, la raggiungeranno a meta’ concerto. Il loro inconfondile suono misto di archi e chitarre elettriche supporta a meraviglia la sua voce calda e grintosa. Non si puo’ trovare un connubbio musicale migliore. Stona, da canto mio, il connubio tra Flea e Silver Mount Zion. Eh si, doveva pure esserci una nota strana in tutto il concerto, in fondo fa parte della spontaneita’ di una festa improvvisata tra amici.
Ma alla festa non ci sono solo amici. Ad accompagnarla per qualche brano al pianoforte c’e’ pure sua figlia Jessie. Con lei che ci offrira’ una commovente interpretazione del poema dedicato al suo defunto marito Fred “Sonic”Smith, morto quando Jessie aveva solo 7 anni.
L’atmosfera festiva poi riprende. Patti Smith gioca intimamente con il pubblico come se fosse a tu per tu con persone che conosce da anni nel salotto di casa. Esorta il pubblico londinese a stare attenti all’urbanizzazione selvaggia, e quando si dimentica di andare fuori scena durante un cambio di strumenti commenta: “beh almeno cosi’ vedete quanto e’ eccitante stare dietro le scene. Io che bevo un bicchiere d’acqua guardando un tecnico che dice all’altro : “ma dove cazzo va questa spina?” E l’ilarita’ riesplode quando dopo qualche minuto’ ammette che non sa nemmeno lei cosa succedera’stasera sul palco: "It's a rough gig, I'm tellin' ya,". E alla fine del concerto viene pure in mezzo al pubblico per rendere la festa piu’ vera, piu’ reale ed il pubblico inglese si unisce alle danze. Con il finale di “Pissing in a River” e “Ghost Dance” salutiamo con gli occhi lucidi la poetessa del rock e i suoi amici.
Patti Smith inizia la sua performance con il poema “Piss Factory": “I'm gonna get out of here, I'm gonna be somebody, I'm gonna get on that train go to New York City, I'm gonna be so bad, I'm gonna be a big star. And I will never return - no, never return - to burn out in this Piss Factory." ”. E certe volte le leggende diventano realta’ : la ragazzina che lavorava e si faceva abusare in fabbrica e’ scappata a New York ed e’ diventata una grande star, la Patti Smith che tutti amiamo, un’artista di rilievo che ha anche lavorato con i piu’ grandi nomi della scena culturale iinternazionale.
E proprio questa sera vedremo siflare alcuni di questi nomi : Adrian Utley dei Portishead, Flea dei Red Hot Chilli Peppers, i Silver Mount Zion, i Master Musicians of Jajouka, e lo stesso Ornette Coleman che l’ha invitata a partecipare al suo Meltdown.
Ma e’ quando i Bachir Attar e i Master Musicians of Jajouka entrano in scena, che Patti Smith sembra ritornata ragazzina e balla felice mentre Flea, in ginocchio, si contorce davanti a loro.
I Silver Mount Zion, anche se non al completo, la raggiungeranno a meta’ concerto. Il loro inconfondile suono misto di archi e chitarre elettriche supporta a meraviglia la sua voce calda e grintosa. Non si puo’ trovare un connubbio musicale migliore. Stona, da canto mio, il connubio tra Flea e Silver Mount Zion. Eh si, doveva pure esserci una nota strana in tutto il concerto, in fondo fa parte della spontaneita’ di una festa improvvisata tra amici.
Ma alla festa non ci sono solo amici. Ad accompagnarla per qualche brano al pianoforte c’e’ pure sua figlia Jessie. Con lei che ci offrira’ una commovente interpretazione del poema dedicato al suo defunto marito Fred “Sonic”Smith, morto quando Jessie aveva solo 7 anni.
L’atmosfera festiva poi riprende. Patti Smith gioca intimamente con il pubblico come se fosse a tu per tu con persone che conosce da anni nel salotto di casa. Esorta il pubblico londinese a stare attenti all’urbanizzazione selvaggia, e quando si dimentica di andare fuori scena durante un cambio di strumenti commenta: “beh almeno cosi’ vedete quanto e’ eccitante stare dietro le scene. Io che bevo un bicchiere d’acqua guardando un tecnico che dice all’altro : “ma dove cazzo va questa spina?” E l’ilarita’ riesplode quando dopo qualche minuto’ ammette che non sa nemmeno lei cosa succedera’stasera sul palco: "It's a rough gig, I'm tellin' ya,". E alla fine del concerto viene pure in mezzo al pubblico per rendere la festa piu’ vera, piu’ reale ed il pubblico inglese si unisce alle danze. Con il finale di “Pissing in a River” e “Ghost Dance” salutiamo con gli occhi lucidi la poetessa del rock e i suoi amici.
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