Saturday, June 19, 2010
David Dawson - Centre Pompidou - Paris - 10/03-19/07
Saturday, May 22, 2010
Herzog strikes again ! Bad Lieutenant: Port of Call: New Orleans
Wednesday, May 12, 2010
Fottuti Pulsanti! - Fuck Buttons - Koko - London - 20/04/09
Stasera, nell’elegante Koko, i Fuck Buttons sono supportati dai Factory Floor, un trio di Hackney, un quartiere all’est di Londra. La prima volta che sentii parlare dei Factory Floor fu tra una mischia e un passaggio di un match di rugby a Parigi.Certamente un gruppo sulle labbra dei connaisseurs musicali francesi.
Un set completamente al buio. Una sessione ritmica impressionante. Una batteria ipnotica che sostiene il ritmo delle bacchette che martellano ossessivamente un basso elettrico, il tutto coadiuvato da tastiere e congegni elettronici. La musica è abbastanza glaciale, le sonorita’ sono post-dark-new wave. Si ritrovano le atmosfere dei Joy Division, Cabaret Voltaire e Fall e anche una certa sperimentazione krautrock degli anni 70. Ho dei ricordi piuttosto tenui delle parti voocali, di certo la musica ne fa da padrona.
I Fuck Buttons: Benjamin John Power e Andrew Hung, si presentano timidamente sul palco. L’uno di fronte all’altro, in mezzo una gigante palla da discoteca che riflette e diffonde luce in tutta la sala. Un pubblico molto vario. Teenagers nelle prime file e qualche over 30 nelle file dietro. La musica inizia piano per poi travolgerci in un vortice di beat a altissimo volume. Le persone attorno a me sgranano gli occhi e iptonizzati iniziano a ballare persi in questo groove di elettronica geniale che non si sentiva più da qualche tempo. E il volume sale e sale fino a quando B.J.Power si lancia quasi messianicamente su un tamburo tenendo un ritmo incredibilmente pazzesco. Sono conscia di utilizzare troppi aggettivi, effettivamente difficile da spiegare, bisogna vederli per capire. Piano anche i corpi dei più reticenti si lasciano alle danze e c’e’ anche qualche quarantenne che irrompe nelle prime file. Spingo violentemente nella mischia questi intrusi ma poi capisco che da tanto si aveva bisogno di un concerto di questo livello, da troppo tempo, forse dai tempi dei concerti di dieci/quindici anni fa di Aphex Twin e/o degli Autechre. Ma i Fuck Buttons fanno anche parte della loro generazione, hanno la stessa energia del duo francese dei Justice ma in versione piu’ oscura e molto meno pop. Si susseguono i pezzi dai loro due album “Sweet Love for Planet Earth” e “Surf Solar” in una lunga e gioiosa festa. Andrew Hung and B.J. Power sono richiamati sul palco, ben due volte. Terminano il loro concerto con una strabiliante versione di “Sweet Love for Planet Earth”. A fine concerto si accendono le luci, gli applausi continuano, visi pieni di stupore e felicita' attorno a me. Il suono dei “Fottuti Bottoni” farà parte del nostro speciale universo sonoro per gli anni venturi.
Tuesday, May 11, 2010
Thursday, April 15, 2010
"Endless love" - Tindersticks - Sheperd Bush Empire - London - 24/03/2010
I Tindesticks di Nottingham fanno parte di quell’Inghilterra romantica e tormentata che si è impregnata nel mio immaginario dalle letture di Oscar Wilde, John Keats, William Blake e Lord Byron. Nottingham e' anche la citta' di altri personaggi romantici come D.H. Lawrence, il paladino dei poveri Robin Hood e la citta' di quel ragazzo che anni fa mi consegno' un libro, chiedendomi di aprire la pagina dove si trovava il segnalibro solo quando fossi salita su quell'aereo che mi riportava in Italia, dal mio fidanzato bergamasco. Il libro, una raccolta di poemi di Lord Byron. Il segnalibro si trovava sulla pagina di "She walks in Beauty".
Dopo molte lune, mi ritrovo stasera a Londra in questo stupendo teatro per celebrare il nuovo disco dei languidi Tindersticks di Nottingham: "Falling Donw the Mountain".
Il concerto si apre con l'onomio pezzo dai sapori elegantemente jazzy e si annuncia un concerto sobrio e raffinato, come se ne vedono raramente qui a Londra.
In sette sul palco, sembrano particolarmente in forma, molti dei loro amici, familiari in sala. Il violoncellista/sassofonista Andrew Nice fa un saluto molto caloroso ad un paio di persone. Ma l’elemento trascinante rimane sempre Stuart A.Staples, che nonostante sia un po’ invecchiato continua ad infiammare i cuori di tutti i presenti.
I Tindersticks durante la loro performance danno quasi a pensare che siano fin troppo impregnati di romanticismo, di sentimento, da esserne quasi autocompiaciuti anche se ci sono dei cambiamenti di registro verso con canzoni piu' leggere come “Black Smoke” e "Hubbard Hill".
Stuart scherza con la folla “questa sala non mi è mai piaciuta, ma grazie a voi sta crescendo in me”.
Dopo due bis, il concerto termina con l’elegiaca “Raindrops”
"See, what we got here is a tired love
What we got here is a lazy love
It mooches around the house
Can't wait to go out
What it needs, it just grabs
It never asks
We sit and watch the divide widen
We sit and listen to our hearts crumble
With our only chance to jump
Neither of us had the guts
Maybe we're just too proud
To say it out loud
Silence is here again tonight
Silence is here again tonight"
(“Raindrops” – Tindersticks 1993)
Raindrops era uno dei pezzi forti del loro ononimo primo disco uscito nel 1993.
Guardo le persone in sala e mi chiedo quante di quelle coppie che s’innamorarono su quel primo disco dei Tindersticks negli anni 90, siano presenti in sala stasera, quasi vent’anni dopo. Non ho piu' notizie di quel ragazzo di Nottingham. L’amore e’ vario, cambia con il tempo, anche se, durante questi vent'anni, nulla ha potuto sfiorare il mio amore per i Tindesticks, che si rafforza di anno in anno sempre piu’.
Monday, April 05, 2010
"Adieu et merci " - Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra - Tuesday 25 March 2010 - Electric Ballroom - London
Dieci anni dopo molte cose sono cambiate. Stasera e’la settima volta che vedo i Silver Mount Zion dal vivo. Doug e’ ritornato in Australia ma Giorgia e' sempre con me per ricercare la magia di quella notte a Colchester. Stanotte il concerto e' tutto esaurito gia' qualche settimana. L'Electric Ballroom e' una sala fredda qui a Londra, una grossa discoteca con capienza di 1100 persone. Non so perche’ sono qui stasera, forse e’ per un semplice motivo di fedelta’alla band, alla loro filosofia.
Mentre si esibisce Alexander Tucker, mi accosto al banchetto del merchandising, e noto che tra i dischi ci sono anche delle magliette.
Penso che i tempi siano stati duri e siano cambiati sia per i Silver Mount Zion che per la loro etichetta, la Constellation Records, sorrido. A volte hai la fortuna di incontrare delle persone che ti possono cambiare la vita, il tuo modo di pensare e anche il tuo modo di vivere e penso sorridendo che saro’ eternamente grata a Don & Ian della Constellation Records per questo. Compro la maglietta e saro’ fiera di indossarla.
Ritorno sul palco, lato scala che e' anche il posto piu' comodo per vedere il concerto qui all'Electric Ballroom. I Silver Mount Zion sono questa sera solo in cinque: chitarra, controbasso, batteria, due violini e iniziano il loro set di composizioni che trovano un loro punto d'equilibrio all'incrocio del punk-rock, musica neo-classica e klezmer. I Silver Mount Zion anche stasera non deludono, i musicisti sono perfetti, l'atmosfera diventa elettrica.
Personalmente preferivo quando il suono era piu’ ricco e forte e sento la mancanza della chitarra di Ian, del violoncello di Beckie. Sempre impeccabile, a condurre le danze: Efrim Menuck, che aveva inziato questo gruppo come un suo progetto personale al quale aveva invitato degli altri amici.
Efrim mi ha sempre fatto pensare ad un menestrello ubriaco che canta i suoi dolori e frustrazioni alla luna, e stasera non ha deluso i presenti.
Oltre che a un set impeccabile ci sono stati molti scambi con il pubblico in sala, sulle elezioni in Inghilterra (in sintesi: no labour, no tories), del diritto di voto (meglio non votare), sul pene di Lady Gaga. Si e' anche parlato di pop "we don't play pop because we don't have the look and it's easy and depressing and does not pay. It required dedication and we are shallow". Un'altra domanda viene spontanea dal pubblico, e i Godspeed? Efrim e’ l’unico ad esprimersi: “You bring them back you fucker. It’s easy it's only 4 chords…4 chords on a long runaway”. Commento che lascia con l’amaro in bocca molti dei presenti che sperano che un giorno i Godspeed You! Black Emperor, questo collettivo anarchico di Montreal di cui Efrim, Sophie e Thierry fecero parte risorga presto dalle sue ceneri. Sophie e Thierry presenti anche loro sul palco si astengono da ogni commento e sembrano perplessi dai commenti di Efrim. Continua poi le sue chiaccherate con il pubblico in un personale sproloquio dalla sua passione per gli Specials alle parolacce che ha imparato in inglese. Ma la band e lo stesso pubblico lo riporta alla realta "vogliamo sentire la musica".
La serata prosegue con “There is a Light” e “1,000,000 Died to Make This sound” e tra il pubblico viene ricordato che anche i compianti Vic Chesnutt e Ron Asheton hanno partecipato al suono di questo gruppo.
Due ore e mezza di concerto in piedi, ho male ai piedi, ed il mio corpo e’ indolenzito.Concerto senza dubbio perfetto, i presenti sembrano vivere un esperienza estatica ma penso che il mio entusiasmo verso la band sia scemato con il tempo, forse con l'eta'(?) e nonostante ci provi ancora, non riesco piu’ a provare molte emozioni. Rientrando a casa penso che e’ oramai giunto il tempo che abbandoni i Silver Mount Zion per la loro strada. Li ringaziero’ per sempre per avermi potuto dare la prova che su questo mondo malato ci sono delle persone come loro: "beautiful and strong".
Tuesday, March 30, 2010
Bestie Selvagge da circo - Wild Beasts - Koko 24/03/2010 - London
Lunedi 24 Marzo e' la seconda serata sold out nel giro di un mese, per i Wild Beasts, figli di Kendal, citta’ sperduta nel nord dell’Inghilterra. 3,000 persone accorse in due sere per celebrare il loro secondo album « Two Dancers » uscito su Domino Records nel 2009.La serata prevede due gruppi d’apertura gli Esben and the Witch, che ho perso per aver indugiato al bar con degli amici, e gli Everything Everything che molti citano come "the next big thing" ma che a parte il loro piu’ noto singolo ballerino "Photoshop Handsome" lasciano indifferenti la maggior parte dei presenti.
Le luci si abbassano e dalla oscurita’ entrano in scena loro: i Wild Beasts, i poeti maledetti del pop di Kendal che sono riusciti a sfondare laddove molte bands della loro regione avevano fallito.
I Wild Beasts sono senza dubbio una band di cui il piatto principale e' il riuscitissimo intreccio della voce basso di Tom Fleming e del falsetto di Hayden Thorpe.
Hayden Thorpe, personaggio senza dubbio affascinante, fa parte dello stesso mondo barocco di Antony Hegarty e Jami McDermott anche se si presenta su scena in modo molto semplice, jeans e camicetta a quadri, come anche semplice appaiono gli altri membri di queste "bestie feroci". Durante tutto il concerto sembra di essere di fronte a dei bravi ragazzi che non vogliono uscire dalle righe, che suonano, cantano in maniera precisa ma che non trasmettono al pubblico visivamente la forza della loro musica. Una scena forse troppo semplice e pulita che si stacca quasi in maniera sorprendente dai mondi sotteranei e lascivi evocati dai loro testi dove il desiderio carnale incontra il labirinto della distruzione e repulsione.
Anche se i Wild Beasts hanno trovato un suono di una certa new wave degli anni 80 riportando di attualita’ i Cure e i Divine Comedy purtroppo dopo tre quarto d’ora subentra un po’ di ripetitivita’ che fa perdere l’entusiasmo iniziale del pubblico. Il concerto finisce "Cheerio Chaps, Cheerio Goodbye" e l'ultima frase "un requiem in una tenda da circo" sembra quasi stonata stasera, forse si parla di un circo immaginario dove le nostre "bestie feroci" ,tenute in cattivita’ sulla scena, hanno perduto la loro selvaggia creativita’.
Un angelico americano a Londra - DM Stith - Slaughtered Lamb - London 23/03/2010
Wednesday, March 24, 2010
La forza tranquilla dei giapponesi Mono. Scala - London - 15/03/2010
Monday, March 22, 2010
Quando l'orso perse le grinfie. Grizzly Bear - Roundhouse - London 13/03/2010
I Grizzly Bear salgono su scena verso le 21.30 acclamati da un pubblico trepidante e aprono il concerto con “Southern Point” che apre pure il loro ultimo lavoro “Veckatimest” del 2009 e a seguire la piu' popolare “Cheerleader”.
Se su disco si possono assoporare tutte le sottiglieze del folk-jazz psichedelico di questo quartetto di Brooklyn, in un suono che sembra puro nonostante la complicata tessitura, durante il live si perde la diversa stratificazione, rendendo anche le armonie vocali molto banali e noiose.
Sul palco c’e’ un’atmostera di festa di paese, diverse luci che penzolano da trespoli, un'atmosfera semplice ma non elettrificante. E non c’e’ da soprendersi sapere che Edward Droste e compagni abbiano passato mesi e mesi rinchiusi in un appartamentino a registrare musica su nastri. Tutto molto studiato a tavolino, pulito e anche le semplice emozioni che cercano di trasmettere dalla scena, sembrano misurate con il righello strappato dai banchi di scuola. La loro musica fa presa sulle persone presenti al concerto, un 90% di ventenni che sembra appartenere ad un ceto medio benpensante della borghesia inglese. Mentre mi chiedo come mai la Warp, conosciuta per la sue scelte musicali avventurose, abbia voluto una band dal suono talmente insipido nel suo catalogo, Victoria Legrand sale sul palco e ci regala la sua splendida voce in “Two Weeks” e “Slow Life” e mi rammarico un po' di aver perso in apertura l’esibizione del suo gruppo Beach House. Spero per un punto di svolta a questo punto del concerto, ma una volta che Legrand lascia il palco, non succede proprio nulla di eccitante. Avrei solo bisogno di sedermi su un divano e di addormentarmi a migliori sogni musicali.
Thursday, March 18, 2010
Exit Through the Shop
Da una parte l’arte di strada del talentuoso Bansky ironicamente contestaria, contro l’establishment politico e culturale. Bansky cerca di tenersi allo scuro della massa ma per soppravvivere e' costretto a trovare un modo intelligente e provocatorio per farsi conoscere dai media e dalle celebrita’ che posssono finanziare e tenere viva la sua arte.
Dall’altra parte Thierry Guetta, aka Mr Brainwash, privo di talento, che gestisce un equipe di creativi e arriva dietro i primi incoraggiamenti di Bansky a creare un’arte di strada alla luce del sole, dietro al quale non c’e’ nessuna riflessione. Mr Brainwash ingabbia l’arte di strada e la rende di facile fruizione, usando principalmente delle immagini del mondo del cinema e in generale dell’intrattenimento come aveva gia’ fatto Andy Warhol negli anni 60.
L'arte di Mr Brainwash e' un arte fatta e ideata per le masse, di facile accesso alle celebrita’ e ai media. Tutti possono far parte del suo mondo contrariamente a quello di Banksy o Shepard Fairey fatto di lavori politicizzati che richiedono una piu'attenta riflessione.
Durante il documentario, vengono in mente molte questioni come :C'e' una sostanziale differenza tra l’arte di Bansky, Shepard Fairey e Mr Brainwash? Cosa significa in realta’ l’arte di strada al giorno d’oggi?
Si riflette inoltre anche sul limite fisico della strada come luogo di espressione dell'arte di strada: Si deve considerare arte di strada solo quell’arte che viene fatta sui muri delle citta', quella degli artisti braccati dalla polizia che finiscono arrestati, denunciati e che vivono a stenti? O si puo' considerare anche ARTE quella stessa arte di strada ingabbiata tra le mura dorate delle aste e delle case dei collezionisti, caduta nel vortice della piu’ volgare mercificazione come era gia' successo al movimento dei “Young British Artist” e della “Pop Art”?
In realta' il documentario di Bansky&Guetta apre un dibattito al quale non offre risposte sicure. Bansky, che nel documentario appare come una persona simpatica e autoironica, e Guetta, che e' ritratto con una disarmante e quasi falsa ingenuita’, sembrano offrirci le due facce della stessa medaglia, inscindibli l’uno dall’altra. L’arte di Banksy non potrebbe sopravvivere senza la commercializzazione e "l’arte del commercio" di Guetta non potrebbe esistere senza il talento di Bansky, Shepard Fairey, Space Invader e tanti tanti altri che hanno contribuito alla nascita e al successo della street art.
“Exit Through the shop” non e' “la storia di un uomo che ha cercato di filmare l’infilmabile e ha fallito” ma la storia di un uomo, di un collettivo di uomini che credeva nell'arte fine a se stessa e ha dovuto arrendersi davanti alla odierna societa’ del consumo di massa trovando l'uscita dal negozio.
Friday, March 12, 2010
Get Well Soon e Musee Mecanique in piena forma
Intro:
E’ un momento difficile, sto cercando di scoprire nuovi gruppi ma le nuove uscite e le informazioni musicali vanno ad altissima velocita’. Non facile per una persona che ha avuto 20anni negli anni 80, quando le uniche referenze nel campo musicale erano un paio di riviste mensili ed un paio di programmi alla radio. Oggi, negli anni 2000 per seguire le novita' musicali cerco quindi di seguire dei suggerimenti sentiti via podcast, vedere dei siti di musicisti su my space, guardare dei video di nuove bands su you tube, seguire dei blog di amici fidati e/o di alcuni giornalisti musicali e inoltre vado a dei concerti senza essere molto sicura di chi stia andando a vedere. Direte voi, comprare cd/mp3/vinili ? La mia filosofia e’ che prima viene il concerto, la comunione con il gruppo, se il concerto mi piace compro il vinile direttamente alla band la sera stessa, costa di meno e sono cosi’ sicura che una grossa parte del ricavato vada direttamente in mano loro. CD? No! Solo Vinili. La bellezza dei vinili al giorno d’oggi e’ che pesano quasi tutti 180g e sono accompagnati da artwork suggestivi nonche’ da un simpatico coupon per scaricare gratuitamente l’album in MP3. Personalmente abolirei i cd alquanto antiestetici e se fossi una band e avessi un po' di budget disponibilie creerei dei cd rom interattivi con video, lavori, informazioni sull’artista, giochi interattivi, ect.
Musee Mecanique:
Ma veniamo al concerto di ieri sera. Via un paio di podcast su "France Inter" e "Les Inrocks" e una mia piccola confusione sui nomi delle bands, sono giunta al Borderline, uno scantinato con capienza di 275 persone. Che gli inglesi non siano abituati ai nomi delle bands americane in francese, l’avevo gia’ notato sul mio biglietto e sul sito del Borderline che riportavano erroneamente che Music Mecanique avrebbero aperto la serata. Poco importa, sul palco ci sono loro : Micah Rabwin e Sean Olgivie che si alternano alle tastiere,chitarre, percussioni, sega ad arco, canto, mentre Brian Perez si avvince sulle tastiere, glokenspiell, melodica organo a bocca, lap steal. Si, questa volta i "Musee Mecanique", sono solo in tre. La band nonostante appaia titubante di fronte ad un pubblico londinese alle prese con chiassosse conversazioni al bar, presenta qualche brano tratto dal loro album "Hold this ghost" e anche un nuovo pezzo che come annuncia Sean "it’s about travelling". Di tempo per scrivere nuovi pezzi ne hanno avuto durante questo tour Europeo che li portera' anche a una sold out Ancienne Belgique a Bruxelles e alla mitica Olympia a Parigi. Mentre la voce di Micah Rabwin ci fa venire in mente lo scomparso Elliott Smith, Sean Olgivie (che fa pure parte dei Tristeza) evoca piuttosto le calde atmosfere di Bon Iver. Il suono dei Musee Mecanique che puo' essere catalogato nell'americana, nell’alternative country folk, innonda il Borderline con delle dolci atmosfere di tempi passati e nostalgici, contro la frenesia e il rumore della nostra epoca. Atmosfere oniriche con un impressione di sottofondo sonoro di una vecchia e polverosa meccanica che piano piano, durante il set, avvinghia le menti e l’attenzione anche dei piu’ riluttanti chiaccheroni. Il concerto finisce in un magico silenzio e con un fragoroso applauso. Micah, Sean e Brian sembrano emozionati e soddisfatti, non capita spesso ai gruppi spalla di ricevere un'accoglienza tale, qui a Londra.
Get Well Soon:
Ecco adesso sul palco i Get Well Soon, progetto della mente geniale del tedesco Konstantin Gropper. Devo ammettere che nonostante cercassi di seguire tutti i musicisti durante il loro set, non riuscivo a staccare gli occhi di dosso a Kostantin, ammaliata dal suo magnetismo e carisma. Una strana sensazione di essere davanti ad un genio musicale. C’e’ qualcosa di potente e quasi pericoloso che emana Mr Grooper, e non mi sorprende a fatto che abbia potuto elaborare il progetto di Get Well Soon da solo.
Konstantin Gropper compone effettivamente da solo per meglio fantasticare sul suo mondo interiore e trascriverlo in musica, registrando e suonando lui stesso tutti gli strumenti uno dopo l’altro: voce, fiati, corde, percussioni, elettronici…ect.. Anche se questa volta per la registrazione di "Vexations", visto l'impresa titanesca si e' fatto aiutare da altri musicisti. E non solo, e' anche uscito dalla sua camera per prendere ispirazioni dall'esterno, registrando i suoni della natura che lo circondava. Queste passeggiate sonore nei pressi del lago di Constanza, dietro casa dei suoi genitori, hanno anche ispirato una collaborazione con Philipp Kaessbohrer per un making of-video dello stesso "Vexations".
Stesso video che viene da fare da sfondo scenico durante il concerto di stasera, che si apre con "Nausea". Si sente un rumore di sottobosco e improvvisamente davanti a nostri occhi, appare una bambina che sembra si sia persa in un bosco misterioso e pieno di paure, quelle stesse paure che accompagnano la nostra vita.
Kostantin Gropper stasera coadiuvato da altri quattro musicisti al basso, chitarra, tastiere, violino, sassofono, vibrafono e percussioni varie (campane, piatti, tamburelli, ect..), crea un’atmosfera al tempo stesso intimista ed energica, innondante di quella luce abbagliante che si trova solo negli abbissi dell’animo.
Ci vengono in mente Arcad Fire, Lou Reed, Beirut, Jeff Buckley, Suede e anche Jim Jones (ma qui non chiedete!). La sala e’ subito emotivamente soggiogata dalla band e anche i piu’ scettici rimangono piacevomente basiti.
Il live set continua con "A voice in the Louvre". Una bambina davanti a dei quadri nel Louvre :"mi hanno detto di guardare i quadri perche’ posso vedere dei mondi passati e migliori, ma ho l’impressione che i quadri guardino me". E si continua con la trovata divertente per la canzione "We are ghost": il coro che interviene e’ un playback degli stessi Get Well Soon filmati in veste di fanstasma. Seuguendo gli abbissi di "A Burial at Sea", siamo poi ricatapultati nella foresta tedesca di "Angry Young Man" dove Kostantin denuncia la violenza ingiustificata dell'uomo nei confronti della natura. E cosi’ lentamente giungiamo alla fine del concerto dove siamo esortati a ripensare al modo in cui viviamo: "anche se diamo per scontato la nostra vita, siamo gli artefici del nostro proprio destino". Forse ci saremo risparmiati la tua lezione di vita, caro Kostantin, ma dobbiamo essere grati a te e ai tuoi musicisti per la serata indimenticabile che ci avete regalato: we are all well tonite!
Thursday, February 04, 2010
Il profeta della 500esima Galassia
Questa volta Audiard per il suo film ha scelto una pletora di attori sconosciuti ma altrettanto talentuosi come i suoi ex-protetti Romain Duris e Vincent Cassel. Un terno al lotto che Audiard ha egregiamente vinto. Accanto al piu' noto Niels Astrup, troviamo Tahar Rahim nel ruolo del protagonista Malik, una vera e propria rivelazione, ma altrettanta attenzione merita Adel Bencherif nel ruolo di Ryad, fedele amico di Malik. "A Prophet" e' un film intrigante con una sceneggiatura che fa tenere gli spettatori con il fiato in sospeso durante due ore.
La trama e' semplice: Un giovane ragazzo (Malik) con un passato traumatico che si puo' leggere sulle sue cicatrici, entra in prigione. Non si sa perche', ma si sa che il reato e' grave: 6 anni di reclusione. Malik non ha ne' amici, ne' famiglia, ne' istruzione, ne' religione.
In prigione, in cambio della propria vita, viene reclutato per compiere un omicidio da un clan di mafiosi corsi. Malik entrera' cosi' a far parte del crimine organizzato prima come segugio del clan dei corsi e piano piano come vero e proprio gangster di successo con sue attivita' di spaccio e racket. Non mancheranno i colpi di scena, le sparatorie e le scene splatter di sangue e violenza come in ogni buon film sulla mafia che si rispetti. Scene destinate a fare entrare "Un prophete" negli annuari della storia del cinema vicino ad altri classici come "Scarface", "Il Padrino", "C'era una volta in America". Ma se in questi film le storie di gagsters ruotavano attorno a delle famiglie mafiose italiane, questa volta si e' voluto giocare sul lato internazionale della mafia e delle organizzazioni criminali odierne. Quindi clans con diverse origini, storie, alleanze e valori, si fronteggiano per la sopravvivenza e per il controllo nel crimine organizzato dentro e fuori le carceri. All'inizio Malik cerca d'integrarsi nel clan abbattendo anche le barriere linguistiche.
Ma la storia della mafia corsa, e' una storia fatta di famiglie e di clan e non c'e posto per i "sporchi" stranieri. Rifiutato Malik che ben presto capisce che tutto ruota attorno al potere e ai soldi, si allea con uno zingaro per ricoprire una tratta della droga tra Francia e Corsica. Ma la tratta e' coperta anche dal clan degli egiziani filo musulmani e qui dovranno scendere in campo le doti di negoziatore di Malik.
Giuste alleanze che solo un profeta come Malik puo' stringere. Il profeta che grazie al suo messaggio e alle sue azioni porta nuovo cambiamento nella criminalita' organizzata. E Malik compie un atto che solo un profeta, che e' stato in contatto con il supernaturale e il divino puo decidere di compiere da solo, l'ultimo atto della sua rivelazione: lo smantellamento del clan dei corsi.
E Malik oramai adulto uscira con una storia che si sara' creato grazie alla prigione. Ma una storia violenta e fatta di crimine organizzato, quasi a dire che la prigione non riesce a riabilitare nemmeno gli animi piu' sensibili.
A mio avviso il film manca di una piccola dose di realismo ed e' ahime' dotato (oltre che di una traduzione dei sottotitoli in inglese molto approssimativa) di una mediocre colonna sonora molto lontana dalle produzioni di Giorgio Moroder e dai capolavori di Ennio Morricone, ma forse vicina allo scarso gusto musicale che investe la nostra epoca. Comunque nulla toglie a questo film di avere delle buone potenzialita' di vincere uno o piu' Oscar nel 2010. Aspettando la notte del 7 Marzo per le premiazioni mi glisso gentilmente nella mia 500esima Galassia.
Wednesday, February 03, 2010
Vinico Capossela a Londra
Dalle notizie giunte qui e li, sapevo che nel frattempo aveva incontrato i miei cari Calexico e che proprio il 29 Gennaio, alla Union Chapel,partiva il suo primo tour mondiale.
La serata non inizia nei migliori dei modi, gli organizzatori fanno aspettare il pubblico in fila per piu’ di una mezz’ora "i musicisti stanno allestendo la sala". La fila che inizia davanti alle porta della Union Chapel va su per le scale e finisce al bar dove con un paio d’amici inganniamo l’attesa con un paio di birre.
C’e’ una bella atmosfera nel bar dello Union Chapel,luci soffuse e divanetti.
Lungo le pareti si ripete lo stesso quadro raffigurante Vinicio Capossela con un ghigno di sfida (la copertina del suo nuovo disco “The Story Faced Man”) che sembra dire "vedrete cosa vi ho preparato stasera"
La mia aspettativa cresce “chissa’ cosa tira fuori dal capello stasera”. Le porte si aprono e ..niente..un paio di strumenti buttati sul palco, ta l'altro anche mal disposti. I musicisti nascosti quasi dietro le casse, sembravano essere distaccati ed in secondo piano rispetto a Vinicio Capossela che aveva anche messo il suo piano a muro centralissimo. Questione di ego..uh?
Vinicio Capossela che alcuni anni prima mi era sembrato rilassato e molto scanzonato, doti che facevano parte della sua genialita', sembra stasera molto nervoso. Prima cerca di allontanare i fotografi (perche’ allora farli venire?), e continua imperterrito a fare cenni irati ai suoi musicisti invece che ballarci assieme e invitarci alla loro festa.
Le due ore di set spaziano veloci tra la sua vasta discografia. Durante la prima parte sembra quasi di essere in un piano bar italiano con le sue composizioni un po' piu’ leggere. La seconda parte, che inizia con “Estate” e' un po’ piu’ fantasiosa e prosegue con pezzi storici come “Maraja’” e il “Ballo di San Vito”. Per questa serata inglese,Vinicio Capossela e’ anche coadiuvato da un menestrello che recita di tanto in tanto delle poesie inglesi via megafono, lasciando perplessi anche i rari autoctoni presenti in sala.E si susseguono anche travestimenti in maschera e personaggi circensi che s’inseguono per la sala...ma sembra uno spettacolo quasi forzato e studiato a tavolino e manca di quella sincerita' e energia che hanno reso grande questo personaggio.
Che dire? Sarei curiosa di sapere come un pubblico inglese avrebbe reagito. Noi Italiani, si sa, brava gente, siamo un buon pubblico, pronto a cantare, a ballare alla prima nota.
E devo riconoscere che l'impronta italiana del pubblico ha aiutato a dare un po’ di pepe alla serata.
Nonostante le incensanti critiche del New York Times, Sunday Time (che non leggo..tengo qui a sottolineare), Mojo e l’entusiasmo del pubblico in sala, a fine concerto rimango con una punta di amaro in bocca.
Mi sembra che da 10 anni, Vinicio Capossela stia ripetendo in modo quasi invariato il suo melodrammatico cabaret gypsy/jazz&varieta'italiano che ha, per essere del tutto onesta, perso la sua impronta gypsy&jazz. Forse sta cercando di conquistare delle piu' ampie platee e sconfina in canzoni piuttosto pop che possano rappesentare e riscontrare il gusto popolare italiano. Ma ho dei dubbi che sia la giusta direzione con la quale Vinicio Capossela possa incendiare le platee internazioniali, eccezione ovviamente fatta per le centinaia di expat italiani.
Friday, January 22, 2010
Ed Ruscha - Hayward Gallery
Non facile da catalogare, Ed Ruscha, pittore. Oltre ad essere un pioniere della Pop Art e’ anche un fuoriclasse della pittura concettuale, surrealista, post-moderna e astratta. Per questa installazione, la Hayward Gallery, ha seguito un ordine cronologico. L’emozione che si prova durante la visita e’ quella di una malinconia generalizzata fatta di un energia travolgente ma allo stesso tempo sempre imprigionata e controllata.
Ci si puo’ perdere per ore nei suoi quadri. Ad ogni osservazione si trovano nuove prospettive e nuove interpretazioni.
Diceva, per l’appunto, Ed Ruscha in un’intervista:“Se guardi una parola abbastanza a lungo inizia a perdere significato. Che taglia hanno le parole, che colore?”.
Ed e’ con il 1962, che il significato della realta’, e piu’ precisamente delle parole, inizia ad essere alterato sulle sue tele.
Ma, la semantica, che Ed Ruscha cerca di annientare, riemerge forte e chiara in nuove prospettive e colori delle lettere delle stesse parole. Cosi’ siamo infastiditi dal giallo&blu di “Noise” (rumore) e veniamo scossi dal riverbero delle linee gialle e nere di “Scream” (urlo).
Il suono continua a giocare un ruolo predominante anche nelle successive riproduzioni di oggetti quotidiani. I quadri sembrano emettere un rumore che arriva al nostro udito prima di poter prendere coscienza.
E’ un continuo gioco di trasformazione del significato e dei sensi, come l’alterazione mentale nei suoi quadri raffiguranti pastiglie che sembrano mantenersi sospese sulla tela. Un gioco che arriva, come suggerito dal critico Dave Hickey, fino al potere del fuoco che distrugge i distributori di standard, che elimina i ristoranti che servono le norme e gli istituti che cercano di regolamentare l’arte moderna.
Ed e’ forse secondo questo stesso percorso che, dopo una breve pausa all’inizio degli anni 70, Ed Ruscha arriva all’alterazione della stessa pittura. Lascia da parte temporaneamente la pittura ad olio per iniziare a dipingere con tuorli d’uovo, cioccolata, caviale, petali di rosa, sangue.
Nello stesso periodo, continua anche a sperimentare nuove prospettive con frasi ordinarie che appaiono fuori contesto su sfondi di tramonti, paesaggi naturalistici o su visioni notturne di piste di atteraggio di Los Angeles. E il gioco della prospettiva viene spinto ancora piu’ lontano fino a creare un nuovo carattere tipografico, un carattere molto piatto che aggrava il senso di profondita’ delle stesse frasi: il “Boy Scout Utiliy Modern”.
In questi anni, oltre ai vari materiali organici, Ruscha lavora anche con l’aereografo per farci entrare in mondi dimenticati nella nebbia, per darci un assaggio di realta’ oramai a noi lontane come le ombre di quelle navi e di quelle carovane cariche di speranza e di storia, ombre lontane di quell’America oramai cosi’ moderna.
E l’America monderna Ed Ruscha non l’hai mai amata. Tecnofobo, ha una passione smisurata per i vecchi film, le vecchie pellicole, che riproduce in "The End". In questo dipinto in particolare, sembra quasi essereci un monito alla perdita di un passato che cerchiamo di ignorare ma che sembra far parte del ciclo infinito della nostra storia.
Il netto distacco dalla modernita’ si continua ad avere nelle sue successive montagne. L’idea delle montagne quindi come alternativa e fuga pittorica dalla ciita’? Come il punto piu’ alto di distaccamento dalla citta’ verso l’infinito?
La montagna di Ruscha non e’ una montagna qualunque, e’ la montagna ideale che deve perfino apparire tridimensionale per risultare piu’ vera e per questo si fa aiutare anche questa volta dalla tipografia. Una lettera, una parola che prima d’ora non aveva nessun’altra funzionalita’ eccetto quella della sua semantica, adesso, a cospetto della montagna, sembra creare tensione offrendo una tridimensione al dipinto.
E la diatriba tra passato e presente si ritrova anche nei quadri raffiguanti quei capannoni industriali di perieferia che cambiano contiunuamente attivita’. Il passato ha colori grigi come quelle fotografie di una vita passata e il moderno ha colori inquietanti, violenti, in realta’ molto piu’ freddi del semplice grigio.
La mostra si chiude con i suoi due ultimi lavori in ordine cronologico “Aztec” e “Aztec in Decline”. In questi 2 dipinti dello stesso muro di un tempio atzeco, c’e’ un lamento per la rovina della civilta’ a a causa dell’uomo che tutto distrugge.
E se nel nel primo quadro la prospettiva e’ maestosa ed i colori contenuti, nel secondo quadro i colori fuorisecono dalla prospettiva, sgorganti come il sangue di cui sono coperte le mani dell’uomo e della civilta’ moderna. L'uomo quindi come artefice del declino di civilta' antiche come della stessa America odierna, nel ciclo infinito della storia.
Thursday, January 07, 2010
Richard Wright tra arte e spazio
Da pochi giorni, poche ore, una mano anonima ha passato un’emulsione bianca sui muri della Tate Britain, quegli stessi muri che fino a quel preciso momento, per tre lunghi mesi (dal 6 Ottobre al 3 Gennaio) erano stati trasfigurati dalla maestria di Richard Wright, pittore e vincitore dell'edizione 2009 del Turner Prize.
Richard Wright non e' un pittore contemporaneo qualunque, ne astratto, ne dipinge su tela. Richard Wright e' un pittore che ha saputo dare una nuova definizione allo spazio. Il concetto nasce non in un laboratorio, ma nello stesso edificio, nella stessa struttura dove Richard Wright prende ispirazione. Il suo lavoro ha origine nelle belle arti, ore e ore di lavoro consumate su centinaia se non migliai di disegni, stampe, collage, fotocopie, ritagli, che per incanto prendono forma soltanto quando sono assemblate in un complesso ed unico disegno che va a trasformare il muro di una galleria, di un edificio.
E il muro, non appare piu' come un muro insignificante, come sfondo neutro, ma e' un muro che prende vita, che s'impossessa di un proprio gioco di luci e che interagisce direttamente con la percezione del visitatore.
Un muro della Tate Britain era stato cosi' trasformato fino a qualche giorno fa, in un gioco di oro e luci che acquistava diversa profondita' a seconda degli angoli in cui veniva osservato. Il visitatore poteva immergere il suo sguardo per pochi secondi, minuti o ore ed innondarsi di una luce che arrivava fino ad illuminare i posti piu' bui della propria anima. La pittura quindi come mezzo per la scoperta personale, per la scoperta della nostra vita, della nostra fine?
Se da una parte il lavoro di Wright potrebbe far quasi pensare ad un palinsesto architettonico, alla fine dell'esposizione, non rimane nessuna ombra del suo lavoro, non rimane nulla. Un richiamo voluto per rivolgere la nostra attenzione alla effimerita' di molti gesti quotidiani, del tempo che scorre, della fugacita'. Ed e' proprio sapere che il nostro tempo e' limitato da un senso alla nostra esistenza e all'arte di Richard Wright.
Tuesday, December 15, 2009
Anish Kapoor vs Anselm Kiefer : 0-1
La sua ricerca delle forme e dello spazio ed il suo uso di insoliti materiali e colori intensi e monocromatici lo hanno reso uno dei mentori dell’arte moderna a noi contemporanea.
Nonostante riconosca l’importanza di Anish Kapoor per la scultura non riesco a dissociare l’artista dal personaggio mediatico che oramai rappresenta nel mondo dell’arte e ho l’impressione di essere stata quasi costretta psicologicamente ad andare alla sua mostra.
La mostra di Kapoor in se stessa non mi e’ dispiaciuta, ma e’ stato pesante tutto il baraccone mediatico costruito attorno all’evento. Arte moderna di facile fruizione, un intrattenimento che e’ alla portata di piccoli e grandi e non bisogna avere delle conoscenze approfondite per capire quello che Kapoor ci propone.
Kapoor ci vuole far vivere “un’esperienza fisica e psicologica” e allora via un gioco di specchi degno del piu’ banale castello delle streghe, un tubo lego che ricorda l’apparato genitale femminile (eh si ci vuole un sex appeal, no?). E perche’ poi non tirare dei barattoli di vernice contro il muro come un vero luna park. Non e’ poi questo l’evento invernale europeo dell’arte moderna alla quale tutti accoreranno da tutta Europa?
E ci siamo passati tutti, o quasi tutti. Noi seguiamo l’arte moderna e siamo quelli che dobbiamo sempre essere la, dove succede. Non c’eravamo per le prime mostre di Damien Hirst e Tracey Emin..ma oops, l’arte moderna passa adesso in televisione sulla BBC2 ed e’ cosi’ fashionable. Ovviamente tutti conoscono l’arte moderna, no? Che ci vuole eh? E’ cosi’ ...cosi’..divertente, no? E bisogna esserci stati, altrimenti non si e’ in, non si capisce l’arte. Un sabato mattina con le amiche e poi un bicchiere di vino bianco al café del museo .. e poi si, shopping e magari un film romantico con Hugh Grant (....ma fa ancora film?..mboh..)
Sono stata amareggiata vedere un martedi pomeriggio, per ben 15 euro, sessanta persone che aspettavano il barattolo di vernice di Anish Kapoor “bombardasse” il muro, quando in quello stesso momento alla Tate, anche se gratuitamente, non c’era nessuno davanti a “Trip Hammer” di Richard Serra o “Palm Sunday” di Anselm Kiefer ... “Anselm, chi...?..Kiefer? ma chi e’?” .Gia, Kiefer chi... Ed e’ proprio per questa domanda che ho provato rabbia alla mostra di Anish Kapoor, molta rabbia.
Friday, December 11, 2009
Il Cadogan Hall e Ryuchi Sakamato - 30 November 2009
Era da tantissimi anni che aspettavo l’occasione giusta per vedere Ryuchi Sakamoto e quale occasione migliore di un concerto pianistico al Cadogan Hall? Il Cadogan Hall fu construito nel 1907 e tra le varie vicessitudini e’ stato sia luogo di culto per il cristianesimio scientista, proprieta’ di Mohamed Al Fayed e sala permanente per la Royal Philarmonic Orchestra. E’ una di quelle tante, piccole sale di Londra (max 900 posti), dove ascoltar musica e’ delizia per le orecchie. Il pubblico e’ per un quarto giapponese, e non c’e’ da sorprendersi, visto che Ryuchi Sakamoto e’ una star in Giappone e a Londra la comunita’ giapponese conta piu’ di 50 mila persone.
Sul palco Ryuchi Sakamoto e un piano a coda. Ad accompagnarlo su un grande schermo una video-art sobria ed elegante come non ne avevo visto da tempo. Stasera e' la presentazione del nuovo live “Playing the piano” un adattamento per solo piano dei suoi grandi classici, da “Merry Christmas Mr.Lawrence” a “Last Emperor” passando da “Hibari” con molteplici variazioni sullo stessa tema.
Sakamoto ci delizia anche con una versione pianistica di “In the red” dove i ritmi diventano piu’ sincopati, ossessionanti, il tutto accentuato da una luce rossa ipnotica che invade la sala.
C’e’ un voler ritornare a qualcosa di minimalista e di sperimentare attorno agli elementi piu’ semplici della musica. Mentre mi lascio transportare dalle note di questo affascinante musicista giapponese, penso alla linea logica che lo unisce al documentario di Derrida che avevo visto pochi giorni addietro del quale la colonna sonora era stata composta dallo stesso Sakamato. “It’s over.. it’s over.. scorrono le scirtte sullo schermo”. Sakamoto come decostruzionismo musicale?
Wednesday, November 18, 2009
Three annoying things
Ci sono tre particolari momenti che m’irritano al lavoro, di cui uno, proprio in questo momento, quando inizi la giornata e’ c’e’ la persona delle pulizie che ronza attorno alla tua scrivania. Arrivi alla tua scrivania, convinto che sara’ una giornata produttiva e cinque minuti dopo devi passare il cesto della carta. Poi, cerchi di metterti seriamente a lavorare e parte l’aspirapolvere per 20 minuti e vvvvooooooommmmmm o, gia', come fa un’aspirapolvere? Mi ricorda un professore di musica che ho avuto durante un corso parauniversitario..para che? Era si un corso che non serviva a nulla..insomma quel professore li, diceva che quando la metro arrivava in stazione, faceva un FA (come la nota musicale). Si, non sono mai stata dotata per la musica, non ho orecchio ne talento, e la mia frustrazione mi ha portato ad essere una spettatrice omnivora musicale. Quindi, la seconda cosa che veramente mi irrita al lavoro e’ il mio collega, che adoro per altri motivi, che mangia le noccioline, patatine, salatini la mattina presto ed e’ seduto vicino a me ..sentire un gnam ..gnam..gnam..la mattina presto e’ veramente fastidioso. E la terza? Si e’ il campanello d’allarme che suona alle 10 del mattino tutti i Martedi che, regolarmente dimentico, e che regolarmente scatta quando sono in conversazione con un cliente potenziale....queste sono delle piccole, grosse irritazioni quotidiane. Adesso la persona delle pulizie e’ andata via e adesso si...mi devo concentrare, la giornata sara’ produttiva..no ..non ci posso credere? Il mio collega si e’ appena alzato a prendere le patatine......noooooooooooo nnnoooo ................ e munch munch..gnam gnam....noooooooooooooooo
Wednesday, September 16, 2009
"The tallest man on the world" comes from Sweden
Per la sua prima apparizione londinese, Kristian Matsoon ha scelto di esibirsi al Barden’s Boudoir luogo di culto per il nuovo teatro burlesque e le arti circensi d’avanguardia.
Stanotte 9 Settembre, in molti accorrono per vedere “l’uomo piu’ alto del mondo”. L'evento e' sold out da qualche settimana.
“The tallest man on the world” e’ da qualche mese a questa parte, sulla bocca di molti appassionati di musica avant-folk e/o Americana. Viene oggi a presentare il suo primo album “Shallow Grave” realizzato per la Gravitation Records nel 2008.Kristian non e’ l’uomo piu’ alto del mondo ma e’ di certo un cantautore con una dote compositiva impressionante e una forte voce “squillantemente” sonora. Nella sua musica si ritrova Conor Oberst e/o The Avett Brothers e d una forte dose di Langhorne Slim. Nonostante una forte similitudine delle sue composizioni, Kristian Matsoon ha una forte presenza scenica. E a ripagarlo, si levano, puntualmente per ogni sua canzone,i cori degli spettatori che lo lasciano un po’ basito. Se non per la sua originalita’, si sentira’ ancora parlare di “The tallest man on the earth”, almeno per aver ammaliato gli animi delle donne e uomini accorsi in questa calda notte settembrina.
















