Friday, March 30, 2012

Diario di bordo tra il serio e il faceto del Primavera Sound Festival 2011

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com il 29 Luglio 2011
A cura di Myriam Bardino e Felice Marotta
Intro
Sono passati due mesi, ma sono ancora vivi i ricordi del Primavera Sound Festival. Cinque giorni di musica, festa, sole, esplorazioni cittadine, spiaggia, e rivelazioni culinarie. Senza ovviamente dimenticare la vincita della Champions League da parte del Barcellona e la protesta degli Indignatos contro i tagli del governo Zapatero.

Yuck - Primavera Festival 2011
E anche l’inizio della stagione delle ciliegie che ci accompagneranno per tutto questo festival. Il Primavera Sound Festival di Barcellona è diventato in pochi anni uno dei più grandi eventi indie-rock del vecchio continente: 150.000 presenze in tre giorni, 200 band, 7 palchi. Come qualsiasi altro festival e un’occasione per ritrovare amici che sono dispersi ai quattro lati del pianeta e anche un’opportunità per darti appuntamento con quegli amici virtuali con i quali stai ore, sui vari social networks, a disquisire il valore creativo di “Let England Shake”, l’immensa discografia degli Einsturzende Neubaten e il colore delle camice di flanella dei Fleet Foxes. Prima di immergerci nel festival: una piccola guida pratica.

Mini Guida Pratica
Al Primavera Sound festival, non ci sono spazi per il campeggio, quindi il nostro consiglio e’ di prendere una sistemazione vicino al Forum, i prezzi degli appartamenti sono ridicolmente bassi e partono dai 25 euro a notte.
Il segreto e’ anche prenotare l’appartamento per inizi dell’anno, altrimenti non trovate più niente a buon mercato. Se siete in appartamento, ricordatevi di fare una copia delle chiavi dal ferramenta, per tutti (senza ovviamente dirlo all’agenzia). I concerti, al Parc del Forum, iniziano tutti attorno alle 16, quindi si ha tempo di visitare la città e di rilassarsi sulle sue meravigliose spiagge come di partecipare alle diverse sagre di quartiere sparse per la città. Se siete in tre o quattro e’ meglio muoversi in taxi perché sono tra i meno cari d’Europa. Altro consiglio e’ quello di mettervi nell’ottica di entrare nel fuso orario di New York, perché siamo in Spagna e tutto è posticipato di cinque ore.

Pubblico del Primavera Sound Festival
Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Ci sono tre generi di pubblico:
1) Il pubblico che e’ lì per caso perché trascinato da fidanzato/a o amici ma non e’ appassionato di musica e difficilmente sopravvive ai 200 gruppi. Generalmente e’ quello che passa tutto il giorno in spiaggia e viene verso le 21 per un massimo di due ore di concerti.
2) Quello che pur essendo un fan di indie rock, non riesce a prepararsi a tempo e non sa esattamente chi sta andando a vedere e si perde tra i palchi.
3) Quello che ha studiato per settimane intere e sa a memoria tutti i gruppi, gli orari e le scalette. Un pubblico ad ogni modo molto eterogeneo con un 30% di inglesi, 30% di spagnoli, 20% di italiani e 20% di altre nazionalità (russi, svedesi, francesi, belgi, almeno quelli che abbiamo incontrato).



Giovedì 26 Maggio

                   Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Il Primavera Sound Festival e’ già iniziato la sera prima al Poble Espanol e abbiamo perso già qualche gruppo. In tardo pomeriggio, dopo esserci ritrovati da Venezia, Cambridge e Londra, ci avviamo verso il Parc del Forum, con una lunga passeggiata sulla spiaggia di Barcellona, con i suoi chiringuitos, i suoi ciclisti e le persone che prendono il sole e che già nuotano nelle acque del Mediterraneo. Quando arriviamo al Parc del Forum, riconosciamo da lontano il maestoso palazzo triangolare degli architetti svizzeri Jaques Herzog e Pierre de Meuron, stessi architetti che hanno ideato e creato la Tate Modern e lo stadio olimpico di Bejiing.
Bisogna anche ricordare che questo sito e’ stato costruito sul Camp de La Bota, un campo di prigionia durante il regime di Franco, dove i prigionieri venivano uccisi sulla spiaggia fino al 1952. Infatti su questo sito, si respira un certo surrealismo, quasi disturbante. Tra la coda mostruosa per gli ingressi troviamo altri amici arrivati poche ore prima da Milano e Roma. La coda viene smaltita abbastanza velocemente e si e’ subito muniti di: un braccialetto che servirà per l’accesso ai 4 giorni, una scheda magnetica che bisognerà ricaricare per pagare a tutti gli stands e varie mappe del sito, sito che e’ formato un po’ come una L sul mare. La distanza tra le estremità e’ di circa 20 minuti a piedi, se sei controcorrente alla calca, 40 minuti. Nei momenti di maggiore affluenza del festival il Parc del Forum ha contenuto circa 130.000 persone. Al festival oltre che i palchi, bagni e un enorme mercato coperto per mangiare e bere, si trovano anche altre tende per deimini eventi acustici, un’area per i bambini e un cinema, che per mancanza di tempo abbiamo ignorato. Appena passati i cancelli, sul lato sinistro un enorme palco, il San Miguel (sponsor numero uno del festival), dove si terranno i concerti più grossi con dietro una collina dal quale si domina tutto il sito e il mare. Proseguiamo e davanti a noi si apre un anfiteatro, con delle scalinate in cemento con in fondo il palco Ray-Ban (un altro sponsor del festival). Come per tutti i festival a cui si arriva preparati, si parte sempre con dei buoni propositi.
Per Giovedì 26 Maggio, la nostra scaletta prevedeva:
13 Gruppi "Fondamentali"
6 Gruppi "Interessanti"
19 Gruppi "Se ho tempo"
13 Gruppi "Non Interessanti"
Totale gruppi del Primavera Sound Festival per Giovedì 26 Maggio: 51
Totale gruppi visti:9
Di cui, in ordine cronologico per ciascuna categoria, abbiamo visto:
Ray Ban Stage - Primavera Festival - Barcelona 2011
6 Gruppi "Fondamentali": Moon Duo, Connan Mockasin, Grinderman, Glenn Branca Ensemble, Suicide, Flaming Lips
3 Gruppi "Interessanti": Bearsuit, Ty Seagall, Luger
Persa per il nostro ritardo la stella nascente del rock Marina Gallardo, gli psichedelici delle canarie GAF e gli onirici Emeralds, impossibilitati da andare all’Auditori per tre giorni per vedere il magico DM Stith di spalla a Sufjan Stevens per via di code interminabili e di sistemi di prenotazione intergalattici, il primo gruppo ad aprire il nostro festival sono i Moon Duo al palco Ray Ban. I Moon Duo sono Ripley Johnson dei Wooden Shjips e Sanae Yamad. La loro musica e’ a cavallo tra il kraut rock e stoner rock. Dai Moon Duo abbiamo un po’ vagato per il sito per farci un po’ l’idea del posto nel quale eravamo atterrati. Abbiamo fatto la fila per caricare la nostra scheda magnetica per poi accorgerci che non era possibile acquistare nulla a causa di un problema tecnico. Tutti i bar del sito bloccati. No birra, no acqua, nulla. Dopo qualche ora hanno iniziato a distribuire delle birre con dei fustini sulle spalle maggiorandole di quattro volte il prezzo. Insomma non di certo un buon inizio soprattutto se uno voleva bere solo acqua e voleva tenere un po’ di lucidita’.
Moon Duo - Primavera Festival 2011- Barcelona 
Quello che è importante, a un festival, è prendere subito dei punti di ritrovo con i vostri amici, perché siate sicuri che vi perderete. Chi vuol andare in bagno, chi ha fame, chi ha sonno, chi si perde con qualche ragazza, chi non vuole rimanere a sentire questo o quel gruppo, insomma i punti di ritrovo sono essenziali. Fatto questo, si salva un sacco di tempo per i giorni successivi. Ma ritorniamo a Giovedì 26 Maggio. Dopo i Moon Duo, a destra del palco Ray Ban, dopo una piccola zona verde e i bagni, si ha accesso a un altro palco: ATP. Il palco ATP e’ un po’ più piccolo ma anche questo molto comodo, con delle scalinate ad anfiteatro. Dietro, a destra del palco ATP, ancora una zona di ristoro prima di avere accesso a sicuramente il secondo palco per importanza: il palco Llevant all’estremo est del sito. Molto scomodo, con terra battuta e con nessun posto dove sedere. Ora sappiamo che siete tutti rock and roll, ma quando stai per delle ore sotto il sole, avrai ad un certo momento il bisogno di posare le tue stanche membra. E si lo diciamo anche per te, che hai ancora vent’anni e pensi di essere incrollabile.
Adesso sappiamo che vi siete già persi nella descrizione del sito, ma ritornando al palco ATP , alle sue spalle a sinistra, c’e’ uno dei palchi meglio posizionati di tutti: il palco Adidas (un altro sponsor). Le scalinate sono davanti al mare con il palco leggermente spostato a sinistra. Quindi, quando non t’interessavano i gruppi, potevi sempre sederti e goderti lo spettacolo del mare. Ok, ora siamo al palco dell’Adidas, che si trova alle spalle del palco ATP. Camminando a est lungo il mare si arriva al Llevant (quello scomodo), continuando verso ovest, il palco Jagermeister (si, un altro sponsor), dove si sono esibiti dei buoni gruppi ma con nessun posto dove sedersi, anche questo molto scomodo. Continuando verso ovest, si passa alle spalle del palco Ray Ban (quello dove hanno suonato i Moon Duo e ora si sta esibendo Big Boi) per giungere al palco Pitchfork (sponsor pure loro). Palco scomodo, con nessun posto a sedere. A destra del palco Pitchfork, il mare e a sinistra un’ enorme scalinata dominata dal passaggio sotto il pannello fotovoltaico che tanto caratterizza il Parc del Forum di Barcellona. Scalinata che porta direttamente al palco San Miguel. Sappiamo che ora vi siete fatti un’idea e se vi siete persi, iniziate a leggere da capo e seguite le indicazioni su un pezzo di carta con penna e matita. Siete troppo tecnologici per avere una penna a portata di mano? Fa nulla, andate avanti a leggere. Quindi, dopo aver reperito i luoghi, sprofondati nei puff del lounge di Jack Daniels (un altro sponsor comunque, l’area più cool di tutto il festival), dietro il palco San Miguel, abbiamo prestato un’ occhio molto stanco e distratto al circo cabaret di Kevin Barnes degli Of Montreal.
Da li, ci siamo avviati verso il nostro primo concerto al palco Adidas, dove si esibivano gli inglesi art-rocker-dancer Bearsuit, molto freschi e gradevoli.
Connan Mockasin - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Grinderman - Primavera Festival 2011- Barcelona 
Quelli di noi che hanno tentato ad andare fino al Llevant per vedere i Public Image Limited si sono ritrovati davanti al pagliaccio Johnny Lydon che inscenava un patetico spettacolo. Ma nel frattempo, urrah! i bar avevano riaperto. Con il sole che stava tramontando tra dei nuvoloni, siamo andati a vedere al palco Jagermeister, Connan Mockasin, questa nuova promessa musicale neo-zelandeseche non ci ha molto convinto vuoi per problemi tecnici, vuoi per un certo disagio sul palco. E nemmeno le geishe che lo accompagnavano sono riuscite a distogliere gli occhi da Katherine Blamire (delle Smoke Fairies) che appariva come un’ombra cinese attraverso il separé dei VIP. Ma sono già le 22.30.
C’è un fuggi fuggi al palco di San Miguel: “Felice, sei appena arrivato da Roma? Dove ci si vede? Sì, sì, a destra del palco”. I Grinderman partono fortissimi con Mickey Mouse and the Goodbye Man. Nick Cave impeccabile in abito completo con Warren Ellis che impazza sulla chitarra e il grande Jim Sclavunos alla batteria. Un epopea rock come ai migliori tempi che ci fa quasi dimenticare quale gruppo fenomenale siano stati i Birthday Party (Get It On). Nick Cave sembra aver recuperato lo smalto di un tempo ed essersi tirato a lucido.
Glenn Branca - Primavera Festival 2011- Barcelona 
Caro Nick, ovviamente ci scuserai per averti tradito, dopo venti minuti, con il maestro Glenn Branca, che sta dirigendo una mini orchestra di tre chitarre, due bassi e batteria. Figura culto dell’avanguardia, chitarrista e compositore New Yorkese, Glenn Branca, ha fatto del suo rock una vera e propria scuola di avanguardia, influenzando musicisti del calibro di Lee Ranaldo e Thurston Moore. Sembra quasi di assistere ad un concerto di musica classica, il che non è per nulla strano se si pensa che Steve Reich influenzò moltissimo il rock. A Steve Reich e’ dedicato Lesson n.3 (Part 1 - Part 2) che l’ensemble ha proposto stasera. Assistere a un concerto del Glenn Branca Ensemble, è senza dubbio partecipare ad un rito di iniziazione ad un culto. Le note si susseguono, si scavalcano, il ritmo diventa sempre più frenetico e poi rallenta, e poi di nuovo gli strumenti che s’intrecciano e ci portano via verso lidi sconosciuti. Tra una composizione e l’altra si sente anche la musica degli Eladio y Los Seres Queridos, che suonano al palco Adidas e Glenn Baranca si mette ad ascoltare cosa fanno in lontananza i suoi colleghi e a accennare qualche passo di danza. Il concerto si chiude con Lost Chord che purtroppo come ci preannuncia Glenn Branca “it’s very short, according to the stageman”(“questa composizione e’ molto corta, secondo la persona che si occupa del palco”). Il tempo stringe e deve lasciare spazio ai Caribou ma durante l’esecuzione da un calcio al leggio e dice “I am actually dying, this is so so so good” (“sto morendo, questo momento e’ così bello”).
I Grinderman stanno suonando rock sul palco San Miguel ma qui si assiste alla creazione della musica. Sicuramente uno dei concerti più spettacolari di tutto il festival.

Far seguire Glenn Branca dai Suicide, non è consigliatissimo. Abbiamo ancora le nostre orecchie sanguinanti e i vocalizzi di Alan Vega, ci giungono come delle note stridenti. In questa occasione, i Suicide presentano il loro leggendario omonimo album del 1977. L’energia del duo è sempre la stessa, nonostante abbiano superato entrambi i settant’anni, cosi come il volume degli amplificatori è rimasto sempre quello di un tempo. Un concerto a cui non si poteva mancare. Alcuni di noi rimangono ammaliati davanti al palco, ma altri fuggono. Odio e amore.
Flaming Lips - Primavera Festival - Barcelona 2011
Impossibile raggiungere il palco dei Caribou, troppa ressa. Guardiamo un pò Ty Seagall al Jagermeister siamo divisi:garage-rock adrenalinico o molto piatto? Ai posteri l’ardua sentenza. Ci si riposa un po’ ai punti di ristoro prima di ritrovare altri amici “virtuali” del Piemonte e del Lazio, seguendo le linee del mixer a circa metà davanti al palco dei Flaming Lips. E allora è festa, è bello ritrovare delle persone che conoscevi prima solo sui vari social network e non c’è che dire, i Flaming Lips aiutano a ricreare un’aria di festa con le loro magie pirotecniche sul palco, i palloncini e cotillon vari. Si disquisisce anche con qualche catalano sui Tenores di Bitti e gli effetti delle anfetamine, pillola blu o verde? Sembra di essere un po’ ripiombati nell' infanzia, con poche ore di sonno sulle spalle:può prendere bene o può prendere malissimo. She Don’t Use Jelly e The Yeah Yeah Yeah Song sono brani ancora molto piacevoli, ma c’è sempre il rimpianto di non averli mai visti negli anni di “Telepathy Surgery”. Per molti Do You Realize sarà l’inno del festival.
Alcuni di noi vanno via, un po’ disturbati dal circo di Wayne&Co, e mentre casualmente tra 130 mila persone s’incrociano amici che vengono da parte diverse del pianeta, si finisce la serata buttati sui divanetti della zona relax del Jack Daniel’s. Si parla seriamente di calcio con i ragazzi che preparano i falafel. Chi vincerà domani la Champions League? “No no, el barca, no yo soy de Madrid, tengo per el Manchester”. Nulla da fare per i Salem, riusciamo a vedere un pezzetto dei bravi Lüger ma alle 3 e mezzo del mattino, i colpi improvvisi di sonno fanno capire che è tempo di andare a riposare. Taxi, casa, spuntino delle 4 del mattino con salame e formaggio e tutti a nanna tra qualche ora ci aspetta la visita a Barcellona.


Venerdì 27 maggio 

Montjuic - Barcelona 
Alcuni di noi spinti dalla voglia impellente di vedere Barcellona, dormono tre ore e si avviano a piedi verso il centro sotto un sole cocente per una visita alle architetture di avanguardia di quel genio che è stato Gaudi. Gli altri dormono un po’ di più, se la prendono con comodo e vanno in spiaggia a rilassarsi. Altri ancora partono in tarda mattinata all’esplorazione del castello di Montjuïc, da dove si gode una vista stupenda sulla città.
Dopo essere ritornati a valle, verso le 15 , ci concediamo un’indimenticabile ristorante in riva al mare con prosciutto serrano, una gustosissima paella e un inebriante vinello bianco locale. Passeggiata digestiva lungo la spiaggia, siesta a casa, a metà strada per rinfrescarci per la seconda giornata del festival. Nel frattempo apprendiamo che ci sono stati degli scontri a Placa Catalunya, e presi dalla disinformazione abbiamo dei sensi di colpa per non essere stati lì, domani andremo in piazza per vedere quello che succede.
In programma per la seconda giornata del festival, la nostra scaletta prevede:
-15 Gruppi "Fondamentali"
-7 Gruppi "Interessanti"
-20 Gruppi “Se ho tempo”
-10 Gruppi "Non Interessanti"
Totale gruppi del Primavera Sound Festival per Venerdì 27 Maggio: 52
Totale gruppi visti: 10
Di cui, in ordine cronologico per ciascuna categoria, abbiamo visto:
-6 Gruppi "Fondamentali": M. Ward, Pere Ubu, Half Japanese, Explosion in the sky, Shellac, Battles
-4 Gruppi "Interessanti": Wolf People, Dan Melchior and Das Menace, No Joy, Perrosky

Durante il festival si respira un’aria di protesta dei giovani catalani e vari slogan contro il governo Zapatero emergono durante tutta la manifestazione sostenuti qui e lì da vari musicisti: “Continuate con la lotta e l’occupazione, esprimete la vostra opinione”. Il nostro festival, come al solito, inizia in ritardo. Si arriva al Parc del Forum giusto in tempo per apprezzare il concerto del sempre convincente M. Ward. I Wolf People, al palco ATP offrono uno spettacolo un po’ troppo dispersivo, al quale alcuni di noi preferiscono il garage rock tagliente di Dan Melchior and Das Menace al palco Jagermeister, un progetto interessante dello stretto collaboratore di Billy Childish da tenere sicuramente “sotto orecchio”. Scappiamo dai National al Llevant stage, mentre vediamo la polizia muoversi tra i vari palchi, in piedi su dei motorini elettrici. No, non siamo in una scena di Blade Runner, e non non c’erano motorini elettrici in Blade Runner. Ci saranno state almeno 130.000 persone accalcate davanti al palco dei National, caldo e acustica terribile. Ci concediamo solo qualche brano, distratti dalla folla interminabile, in quanto i Pere Ubu ci aspettano al palco Ray Ban.
E’ davvero impressionante camminare in direzione opposta ad una marea umana che ti viene addosso e non riusciamo a capire dove quella folla, che si dirige dai National, potrà arrivare considerando che abbiamo da poco lasciato l’arena dei Llevant già completamente piena. Ci sediamo rilassati sulle scalinate dell’anfiteatro del palco Ray Ban. David Thomas dei Pere Ubu dimostra di essere sempre un musicista ispirato che ci racconta a modo suo le schizofrenie ed il senso folle della vita, soprattutto donne e sesso, con una grande vocazione teatrale. Gran bel concerto, con una esecuzione quasi integrale di “The Modern Dance”.

Dal palco del Ray Ban passiamo al palco ATP per gli ultimi pezzi dei Half Japanese, I padri del punk rock fai da te, di cui e’ rimasto solo Jad Fair. Jad Fair e’ ben noto per suonare una chitarra elettrica scordata e esplorare fino ai limiti il suono della chitarra, per il quale l’unica corda (chord in inglese che significa anche accordo) e’ quella che unisce la chitarra all’amplificatore. Un concerto che finisce con All Hand in the Cook, con un sorridente Jad Fair che continua a suonare con il manico della chitarra spaccato in due.Non abbiamo tempo, né ci sforziamo di trovare iBelle And Sebastian. Dedichiamo 15 minuti alle carine e simpatiche No Joy. Nel frattempo i Low suonano sul palco ATP ma ci rifiutano di vederli un’ennesima volta soprattutto dopo la dipartita di Zak Sally al basso. Apre il concerto Nothing but heart che sentiamo in lontananza e avvolge anche i nostri cuori ormai induriti. Ma non c’e’ tempo per i sentimenti, ci aspetta il rock and roll sanguigno del duo cileno Perrosky al palco Adidas. Poche persone ma questo duo e’ esplosivo e balliamo tutti scatenatissimi.
Perrosky - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Half Japanese - Primavera Festival 2011 - Barcelona
Dopo i Perrosky, mentre alcuni di noi si riposano da queste danze cilene, per altri, l’unico pensiero è conquistarsi un posto in prima fila di fronte al palco del Ray Ban per il concerto degli Explosions In the Sky. I texani, tre chitarre, basso e batteria, fanno capire di essere in gran forma. Attaccano subito con The Only Moment We Were Alone, uno dei loro brani di punta, per proseguire con la bellissima Last Known Surroundings, brano ispiratissimo che emoziona stranamente ad ogni ascolto. A fine concerto gli Explosions In the Sky esprimono la solidarietà agli Indignados, che nonostante le manganellate della polizia catalana continuano a protestare in modo assolutamente non violento contro l’istituzionalizzazione delle ingiustizie nella società contemporanea.

Del Rey - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Per fortuna riusciamo anche ad ascoltare una mezz'ora abbondante dei grandi Shellac, con una performance noise di Steve Albini &C., oramai divenuta “un classico”. Segue una pausa rigenerativa al bar mentre i Pulp suonano sul palco San Miguel. E dopo una parentesi assolutamente convincente ed adrenalinica di una delle band seminali del post rock di Chicago, Del Rey della leggendaria etichetta My Pal God Records. Il suono e’ compatto e ci investe come un treno ad alta velocità’. Eben English si alterna ora alla chitarra ora alla batteria e con le due batterie in prima fila, il suono diventa ancora più forte e compatto.
Battles - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Arrivano le 3.30 della mattina: nonostanti alcuni alcuni di noi diano forfait, i vostri prendono posizione sotto il palco per assistere alla nuova formazione dei Battles dopo la dipartita di Tyondai Baxton. Non poteva esserci posto migliore. E’ scientificamente provato che quando i Battles suonano, piove. E anche qui appena saliti sul palco, inizia una pioggerellina estiva. Piove pure ora che stiamo scrivendo questo diario di bordo, piove sempre. La batteria di John Stainer (ex Helmet/Tomahawk) e’ centralissima. Davanti a noi alla chitarra, tastiere e marchingegni elettronici, Ian Williams (ex Don Caballero/Storm&Stress). E a sinistra del palco Dave Konpka (ex Lynx). Il suono inizia pesantissimo con la parte centrale lasciata alla sessione ritmica. La chitarra e le tastiere iniziano a intrecciarsi e a crescere con il ritmo fino a creare un mantra danzante che si evolve lungo questi 45 minuti. Con sfondo, il cantato dei video di Kazu Makino, Matias Aguayo e Gary Numan. E’ incredibile ascoltare questa band in mezzo ad una folla di decine di migliaia di persone che balla con te sui ritmi del loro ultimo album "Gloss Drop".
Il concerto di questo trio New Yorkese, a parte qualche problema tecnico, si e’ rivelato uno degli elementi faro di tutto il festival. Sono quasi le cinque, siamo stremati ma felici di aver sopravvissuto a un altro giorno di festival.


Sabato 28 maggio

Indignatos - May 2011
Dopo quattro ore di sonno siamo svegliati da una banda di tamburi e una sfilata di pupazzi di cartapesta. Ci affacciamo con l’occhio un po’ spento. I nostri vicini ci sorridono dai balconi fioriti. E’ ora di mettersi in marcia per pagare tributo alla Sagrada Famiglia, uno dei capolavori di Antonio Gaudi. All’interno, alcuni incrociano Jarvis Cocker dei Pulp, anche lui in visita a Barcellona. Mentre dibattiamo sul livello della ricerca universitaria in Italia, ci perdiamo tra le stradine di Barcellona.
Indignatos - May 2011
Ma e’ ora di passare a Placa Catalunya dove gli Indignatos sono aumentati dopo l’aggressione della polizia del giorno prima, durante il quale all’incirca 500 poliziotti hanno cercato di liberare la piazza per i festeggiamenti della finale della Champions League per il giorno successivo. Gli Indignatos hanno poi recuperato la piazza e quella di oggi e’ una manifestazione degli Indignatos. Tantissimi gruppi di discussione con il fine ultimo di rendere la democrazia spagnola più partecipativa :“Non siamo burattini nelle mani della politica e delle banche”, e’ il loro slogan. Pensiamo all’Italia, all’Inghilterra, ci rammarichiamo che la nostra gente non riesca a prendere iniziative di questo tipo. Lasciamo gli Indignatos e ci dirigiamo in metro al Parc Forum.
In programma per la terza giornata del festival abbiamo previsto:
- 15 Gruppi "Fondamentali"
- 7 Gruppi "Interessanti"
- 20 Gruppi “Se ho tempo”
- 10 Gruppi "Non Interessanti"
- Totale gruppi del Primavera Sound Festival per Sabato 28 Maggio: 52
- Totale gruppi visti: 15
Stiamo diventando più bravi.
Visti, in ordine cronologico per ciascuna categoria:
- 5 Gruppi "Fondamentali": Fleet Foxes, Einstürzende Neubauten, Pj Harvey, Galaxie 500, Swans, Black Angels
- 6 Gruppi "Interessanti": Damo Suzuki & Cuzo, Soft Moon, Yuck, Gonjasufi, Kurt Vile and Violators,    Pissed Jeans
- 2 Gruppi "Se ho tempo": Warpaint, Album Leaf
- 1 Gruppo "Non Interessanti": Deep Sea Arcade

Damo Suzuky and Cuzo - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Al Parc Forum la giornata e’ assolata con un leggere venticello. Passiamo il surreale passaggio fotovoltaico, una incredibile struttura di ingegneria, una immensa superficie di pannelli fotoelettrici, organizzati su un piano obliquo dalle dimensioni davvero impressionanti. Ci troviamo davanti al palco Pitchfork dove si esibisce Damo Suzuki assieme ai Cuzo, che ci riportanto a un hard rock sperimentale anni '70. Al palco Llevant stanno suonando i Soft Moon, un’interessante quartetto pop di San Francisco a meta’ tra Liquid Liquid e Joy Division. Una bellissima luce, ancora non ci sono molte persone qui al Primavera Sound Festival. Da qui ci spostiamo al palco ATP dove stanno suonando gli inglesi Yuck, che mettono insieme, con un gusto revival, le chitarre noise dei Dinosaur Jr ed un giro di basso dei Pixies. Inutile dire che gli occhi di tutti i maschietti presenti sono per la bassista Mariko Doi, che sposa eleganza con una bravura ineccepibile al basso. Le Warpaint dimostrano, d’altra parte, di essere una band costituita da ragazze capaci oltre che graziose. “Siamo donne, oltre le gambe c’e’ di più” cantavano già ai tempi Jo Squillo e Sabrina Salerno.
Einstürzende Neubauten - Primavera Festival 2011 - Barcelona
Ci spostiamo verso il palco San Miguel per sentire i pre-raffaelliti dell' avant o retro-folk: i Fleet Foxes, che trasmettono in modo semplice e diretto il loro amore per Dylan, Crosby, Still and Nash e per tutta una vena di folk americano degli anni '70. Chiudete gli occhi e immaginate una dolce serata di inizio estate, sdraiati su una collina che domina il sito del festival. A destra di voi il mare e davanti a voi, giù per la collina, un altro mare di persone davanti al palco. Il sole che tramonta, le dolci atmosfere folk dei Fleet Foxes e il resto e’ poesia. Alcuni di noi, scelgono di andare a vedere Gonjasufi al palco Pitchfork. Il suo album di debutto “A Sufi and a Killer”, era stato davvero una illuminazione, ma il concerto del guru e predicatore yoga Sumach Valentine, un misto di post-hop sciamanico e crossover in stile Rage against the machine, non convince del tutto.
Galaxie 500 - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
Facciamo anche a tempo per un salto al palco ATP per un ultimo raggio di sole tra gli archi e le chitarre del progetto di Jimmy Lavalle: Album Leaf. Un brevissimo “colpo d’orecchio” ai Deep Sea Arcade che suonano come un brutta copia di una cover band degli Oasis e poi e’ la volta di qualcosa di un po’ più pesante al palco Ray Ban: Einstürzende Neubauten, band seminale del rock industriale, capace di interpretare la rumorosità della civiltà industriale e di ridefinire così le coordinate del rock all’interno del contesto post-moderno. Anche al Ray Ban gli Einstürzende Neubauten danno dimostrazione di conoscere perfettamente le sonorità del materiale metallico che si portano appresso sui palchi, sebbene il tutto sia strutturato all’interno di un progetto sonoro molto ricercato. Blixa & Co sono leggermente invecchiati ma non demordono offrendo uno show degno della loro leggenda. S’inizia con the The Garden da “Ende Neu” e ci s’inoltra negli ultimi 12 anni della loro carriera artistica. Passiamo poi al palco Jagermeister dove si sta esibendo Kurt Vile e i suoi Violators, uno dei nomi più interessanti del lo-fi indie rock e la sua esibizione non delude le nostre aspettative.Mentre sul maxi-schermo del palco Llevant si proietta la finale della Champions League tra Barcellona e Manchester, iniziamo a sentire un po’ su tutto il sito del festival delle grida euforiche di qualche ragazzo catalano “El Barca Vincitore!!!!”. L’onda di euforia sembra contagiare un po’ tutti. Ma non c’e’ Barca o Manchester che tenga, ora e’ l’ora della damigella PJ Harvey al palco San Miguel. Abbandonata la fase ribelle ed affermativa, si presenta con un vestito completamente bianco ed il capo piumato con in mano l’autoharp, quasi ad evocare le grazie di una moderna musa greca. Grande carisma. Ma la posa di PJ Harvey nel personaggio di dama eterea dà fastidio ad alcuni di noi che preferiscono rifugiarsi nelle dolci atmosfere nostalgiche del dream pop dei Galaxie 500 reinterpretato qui, sul palco ATP, da Dean Wareham e la sua dolce Britta. Al suono di Temperature is rising, un brivido ci scorre lungo la schiena e sorridiamo all’idea che nel pubblico dei Galaxie 500 ci siano in quell’istante anche dei ragazzi ventenni con gli occhi luccicanti, proprio come noi vent’anni fa. Lasciamo a malincuore Dean e la sua Britta per raggiungere il palco Ray Ban per prepararci alla messa di mezzanotte degli Swans. Nostro malgrado dobbiamo rinunciare ai Mogwai che stanno suonano alla stessa ora al palco Llevant.
Swans - Primavera Festival 2011 - Barcelona 
La messa degli Swans si apre con No words/no thoughts, un’onda d’urto tanto forte da far vibrare pericolosamente i timpani delle nostre orecchie. La band si è riunita nel 2009 con il rientro di Norman Westberg e con l’ingresso di due batteristi della potenza di Phil Puleo e Thor Harris, capaci di dare corpo alle derive chitarristiche di Michael Gira &C. Musicisti completi a 360 gradi che spaccano e devastano il palco. Una goduria musicale infinita. Impossibile poi, nostro malgrado, avvinarci al palco ATP dove si stanno esibendo  Jon Spencer and Blues Explosion. Alle 2.15 proviamo a sederci davanti agli hardcore punk Pissed Jeans ma la stanchezza delle nostre povere vecchie orecchie si fa sentire. Dobbiamo rinunciare agli Animal Collective per una lunga pausa rigeneratrice al bar prima di affrontare il nostro ultimo concerto del Parc del Forum: Black Angels. Questa band psichedelica di Austin ci riporta indietro alle sonorità degli Spacemen3. Sul palco Pitchfork, vi è un’energia pazzesca. I pezzi spaziano tra i loro tre album e la folla impazzisce alle prime note di Bad Vibrations. Ma stranamente attorno a noi ci sono solo delle buone vibrazioni. Chiacchieriamo con dei ragazzi che provengono da diversi paesi e chiediamo quali siano stati per loro i gruppi migliori di tutto il festival. Sentiamo in coro: Flaming Lips, Swans, Battles, Explosions in the sky. Questi, a detta dei nostri vicini sono stati i veri vincitori del festival anche se, stranamente, dei ragazzi di Alme’(BG) ci hanno anche menzionato gli Za! Sono le 4.30 del mattino quando usciamo dal Parc Forum, non si trova un taxi, ci tocca camminare lungo la spiaggia per rincasare con il mare calmissimo ed un cielo che albeggia, discorrendo di varie amenità e della vita in generale mentre nella testa ti ronza ancora un tripudio di suoni.



Domenica 29 maggio 



 La mattina siamo svegliati dai festeggiamenti mattutini per la vincita del Barcellona. Sotto casa nostra attraversiamo il mercatino dove predominano i sorrisi e i colori blu e rosso. Le facce attorno a noi sono stanche come le nostre. Anche loro hanno festeggiato i loro beniamini (sportivi non musicali) tutta la notte. Ci
fermiamo per fare rifornimento di ciliege prima di incamminarci verso il parco Güell. Iniziamo a fare i primi saluti e dopo una visita a uno dei parchi più belli d’Europa, altri saluti davanti alla Placa Catalunya dove resistono ancora gli Indignatos. Facciamo un giro in piazza, cerchiamo di capirne di più, speriamo che sia soltanto l’inizio di un movimento che si espanderà in tutta Europa al più presto. Ultima paella con gli ultimi amici rimasti del Festival prima di prendere un taxi alla volta del Poble Espanyol, un museo all’aria aperta ubicato sulla collina di Montjuïc. Costruito in occasione dell’Esposizione Universale del 1929, il Poble Espanol che occupa 40 mila metri quadri e’ un vero e proprio piccolo paese che racchiude tutte le caratteristiche della Spagna. Immaginate quindi un concerto dei Mercury Rev, la quintessenza del pop lisergico, in una piazza gremita di gente con attorno vecchi edifici spagnoli del diciannovesimo secolo. Un vero spettacolo emotivo. David Baker sembra felice di intrattenere la folla e per i bis ritornano con una grande interpretazione di Solsbury Hill di Peter Gabriel, seguita dalla dolcissima e romanticissima The Dark is Rising e Senses on Fire. Non possiamo descrivere l’atmosfera elettrica di questo momento, vorremo che la serata non finisca mai. Preso un altro taxi, passiamo davanti ala Fontana Magica di Montjuïc, prima di ritrovarci catapultati nella Sala Apollo, una discoteca un po’ boudoir, per il nostro ultimo concerto del festival: Black Angels. Si, ancora loro. Con la psichedelia ritmata dei nostri texani ancora in testa, rientriamo a casa stravolti, sfiniti.
Black Angels - Primavera Festival 2011 - Barcelona 


Lunedì 30 maggio 



Il giorno dopo e’ interamente dedicato al relax, con passeggiata sulla spiaggia e sulle Ramblas, una scelta fantastica di tapas. Indugiamo un po’ con gli Indignatos di Placa Catalunya, che ci riportano alla dura realtà quotidiana di Barcellona. L’aereo ci aspetta, salutiamo la città, ma inconsciamente sappiamo che le nostre valige sono già pronte per il Primavera 2012. E le vostre?






Intervista a Mark Lanegan degli Screaming Trees - Bloom (Mezzago) 10 Marzo 1990


Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com il 25 Agosto 2011




Vedere gli Screaming Trees a Mezzago nel 1990 fu un’esperienza indimenticabile. Era il tour di “Buzz Factory” (1989, SST), pubblicato da poco ed alla batteria c’era ancora Mark Pickerel. Gli Screaming Trees, campioni apparentemente minori dell'epopea grunge, rispetto ad act come Pearl Jam e Nirvana, avevano già inciso classici grunge come "Other Worlds" EP (1985, SST), “Clairvoyance” (1986, Hall of Records), “Even If and Especially When” (1987, SST) e “Invisible Lantern” (1988, SST).
Formatisi nel 1983 a Seattle erano giusto alla metà della loro carriera, si sarebbero sciolti nel 2000. Non ricordo molto di quella serata, ad ogni modo il Bloom non era pienissimo e c’era una bella atmosfera. La scaletta del concerto fu la seguente:

* Change Has Come (Change has come – EP – 1990 – Sub pop)
* Feathered Fish (cover dei Love)
* Too Far Away (Buzz Factory – LP - 1989 – SST )
* Wish Bringer (Buzz Factory – LP - 1989 – SST )
* Barriers (Other Worlds – EP - 1985 – SST)
* Other Days and Different Planets (Even if and specially when – LP – 1987 – SST)
* Cold Rain (Even if and specially when – LP – 1987 – SST)
* Night Comes Creeping (Invisible Lantern – LP – 1988 – SST)
* Smoketings
* World Painted (Invisible Lantern – LP – 1988 – SST)
* Flower web (Buzz Factory – LP – 1989 – SST)
* Ivy (Invisible Lantern – LP – 1988 – SST)

Dopo il concerto ebbi occasione di discorrere con Mark Lanegan: l’intervista è ancora inedita oggi nel 2011, mai pubblicata. DISTORSIONI è felice di proporvela in esclusiva, in occasione dell’uscita recentissima di “Last Words-The Final Recordings”, che comprende brani inediti incisi dalla band tra il 1998 ed il 1999, poco prima dello scioglimento.

L'intervista a Mark Lanegan
Myriam: Che ne pensi del concerto di stasera e in generale del pubblico italiano?
Mark Lanegan - Penso sia stato un tipico concerto degli Screaming Treees e che il pubblico italiano sia delizioso. Questa è la nostra seconda volta in Italia. Anche se solo per due giorni è di certo il nostro posto favorito dove suonare perché il pubblico italiano è entusiasta ed è per noi una gioia suonare qui. In America ci sono un sacco di concerti, dobbiamo viaggiare mesi per coprirla tutta. Certe volte il pubblico è entusiasta altre volte no, con il pubblico italiano non sbagli mai e la vostra accoglienza ci rende molto felici.

Myriam: Qual' è la storia degli Screaming Trees? Cosa vi ha spinto a suonare?
Mark - Siamo cresciuti in una piccola città. Eravamo tutti amici e s’è fatto tutto semplicemente.Ci piaceva suonare, abbiamo iniziato a scrivere canzoni e stiamo continuando a farlo anche dopo anni.

Myriam: Vieni da una piccola città vicino a Seattle, Ellensburg. In che proporzioni pensi vi abbia influenzato il vecchio sound di Seattle, penso a bands come Sonics o Kingsmen o le nuove bands come Nirvana?
Mark - Beh a dire il vero, abbiamo appena registrato una canzone sull’album di tributo ai Sonics (“Here aint’ the Sonics: A Tribute to the Sonics" – 1990). Tutti a Washington sono cresciuti con i Sonics. Abbiamo migliaia di dischi, siamo dei grandi ascoltatori di musica, ma non siamo concentrati solo su gruppi della nostra area come Sonics o Wailers: ad esempio ascoltiamo molti compositori degli anni '20 e anche musica da diverse aree e epoche. Anche se e’ vero che per quel che riguarda l’area di Washington ci sono stati dei gruppi notevoli negli anni '60 ma anche negli anni '90. Per esempio, i Nirvana sono uno dei miei gruppi preferiti di tutti i tempi assieme ai Mudhoney.

Myriam: Come componete generalmente le canzoni?
Mark - Il chitarrista (Gary Lee Conner) scrive le canzoni, fa delle cassette, collaboriamo sui testi. Le presentiamo al gruppo, le lavoriamo un po’ e generalmente le registriamo abbastanza in fretta.

Myriam: Avete lavorato con la SST, mi potete parlare della vostra relazione con questa etichetta e anche dei vostri legami con i suoi altri gruppi?
Mark - Abbiamo appena smesso di lavorare per la SST e siamo adesso su Sub Pop, anche se probabilmente il nostro prossimo LP sarà su Epic: ci inizieremo a lavorare quando torniamo a casa, la settimana prossima. Siamo stati bene con la SST ma siamo entrati in un’altra fase. Per quel che riguarda gli altri gruppi della SST, c’erano un sacco di gruppi interessanti con i quali abbiamo avuto l’occasione di lavorare come: Dinosaur Jr, Das Damen e fIREHOSE con i quali abbiamo fatto due tour. La SST era un grande occasione ma adesso abbiamo preso un’altra strada.

Myriam: Mi puoi parlare un po’ di "Buzz Factory"? Come ci avete lavorato?
Mark - Tra il nostro terzo disco “Invisible Lantern” e “Buzz Factory”, abbiamo registrato un doppio album a Los Angeles che non fu mai pubblicato perché non ci piaceva il suono. Dopo il tour con i fIREHOSE, quando siamo ritornati a casa, abbiamo deciso di ridurlo a un solo album. Abbiamo fatto una scelta sul materiale e anche aggiunto qualche nuovo pezzo che avevamo scritto nel frattempo: l’abbiamo registrato molto in fretta, in solo tre giorni. ed e’ diventato uno dei nostri dischi più venduti al momento.

Myriam: Ho una curiosità, com’e’ nato il nome Screaming Trees?
Mark - E’ nato molto stupidamente. Una notte avevo bevuto parecchio e ho iniziato a sparare milioni di nomi uno dietro l’altro. L’indomani mattina mi hanno poi detto che era stato deciso che il nome del gruppo era Screaming Trees ma non me ne ricordavo affatto. A me il nome non piaceva ma agli altri sì, quindi l’abbiamo tenuto.

Myriam: Ti appassiona la letteratura?
Mark - Si, ho letto centinaia di libri: romanzi, poesie. Uno dei miei libri preferiti e’ “Viaggio al termine della notte” di Celine, che ha un umore abbastanza pessimistico, e anche “Tropico del Cancro” di Henry Miller. Mi piace molto la poesia, soprattutto Rimbaud.
Non conosco molto gli autori italiani.

Myriam: Tornando alla musica, ci sono dei gruppi che ti piacciono in questo momento?
Mark - Il mio gruppo preferito al momento e’ senza dubbio American Music Club di San Francisco, ma mi piacciono anche i Thin White Rope e ovviamente mi piacciono molto i Nirvana che sono anche amici. Tra l’altro ho un 'solo' album che sta per uscire in Aprile su Sub Pop in con Chris e Kurt dei Nirvana che suonano in alcuni dei pezzi.

Myriam: I progetti con gli Screaming Trees?
Mark - Beh come ho detto prima, registreremo questo disco probabilmente con la Epic. Faremo delle prove, registreremo e poi partiremo in tour; forse ritorneremo qui l’anno prossimo, la prossima primavera, spero prima ma sarà un periodo un po’ non-stop.


Monday, December 12, 2011

The Antlers - "Burst Apart"

Pubblicato su distorsioni-it.blogspot.com 26/05/2011

THE ANTLERS: “Burst Apart” (2011, French Kiss Records/ Transgressive Records) “Burst Apart” è uno di quei dischi da sentire in primavera, con i campi in fiore, nel momento in cui sei pronto a cadere nel vortice degli odori e colori che la natura ti regala. “Burst Apart” e’ il quarto disco per gli Antlers, un terzetto di Brooklyn creato dalla mente geniale di Peter Silberman che ha riscontrato un successo mondiale con il precedente album “Hospice”, realizzato nel 2009. Il disco, arrivato al vertice di tutte le classifiche indie-rock con un’enorme riscontro della stampa specializzata era un progetto che narrava una relazione sentimentale abusiva, facendo il paragone di un infermiere e un paziente terminale di cancro. Quindi, un compito non facile per questi palchi di cervo americani dare un seguito alla notorietà acquisita con “Hospice". Mentre sei lì, sdraiato sul campo di fiori, a goderti i primi colori primaverili, i testi di “Burst Apart” anche se leggermente meno pessimisti di “Hospice”, ti portano ugualmente su sentieri tortuosi dell’inconscio: l’aria è ancora fredda e ti punge un po’, l’estate non é ancora arrivata. Ma rimani ancora lì sdraiato a crogiolarti nei tuoi pensieri malinconici e mentre segui i testi di Peter Silberman, continui a sognare ad occhi aperti. “Se rimango fermo qui da solo, se sono bloccato qui tutto l’anno, con nulla e nessuno a casa, non scomparirò per alcuna vedova. Se la ruota salta fuori dalla strada, nessuna vedova lo verrà a sapere su nessun amore perfetto, sotto alcuna punizione” (No Widows). Ancora Peter Silberman declama nello struggente lento di Putting the dog to Sleep (letteralmente: 'far morire il cane') “Dammi la prova che non morirò da solo. Metti le mani attorno al mio collare e apri la porta; tu dicesti - non posso darti la prova che non morirai da solo. Ma fidati, ti porterò a casa, per pulire il sangue dalle tue zampe". Forse qualcuno dei loro fan troverà i testi meno penetranti di “Hospice” ma vi e’ sicuramente una ricerca musicale più accurata e una crescita nell’utilizzo della voce. Qui Peter Silberman utilizza maggiormente il falsetto, fino quasi a ricordare Hayden Thorpe dei Wild Beasts e Antony Hegarty. La musica, lasciato l’indie-rock, contiene delle velleità più shoegaze o dream-pop che riecheggiano i Galaxie 500. “Burst Apart” è sicuramente un disco elegante che ha gli apici in pezzi come Parentheses con una chitarra affilata e d’effetto, French Exit, fresca come una leggera pioggia primaverile e la psichedelica Rolled Together. Anche “Burst Apart”, come “Hospice”, esce per French Kiss Records, l’etichetta di Syd Butler, bassista dei Les Savy Fav. Un album consigliato a patto che facciate attenzione a non compiacervi troppo nei vostri pensieri tristi, l’estate è alle porte.

Monday, June 20, 2011

Suoni da Orione

“Keiji Haino e Voltigeurs” Cafe Oto, Londra 9 Aprile 2011
Due serate completamente sold out al Cafe Oto di Londra, per uno dei grandi maestri della musica, Keiji Haino. Il Cafe Oto di Londra, è un caffè dell’est di Londra che la sera dà spazio agli artisti più interessanti di musica “creativa”, al di fuori dei soliti circuiti commerciali. Sicuramente, al momento, una delle sale più interessanti di Londra. Il posto può contenere un centinaio di persone sedute ai tavolini e altre cinquanta/settanta in piedi. Se pensate di assistere a un concerto(i prezzi sono modici e i musicisti da paura) la regola numero uno è arrivare molto presto per stare seduti, perché il posto può diventare caldo in modo terrificante, ed i concerti sono regolarmente molto lunghi. Il 9 Aprile aprono la serata i Voltigeurs, la creatura musicale di Matthew Bower e Samantha Davies. Rigorosamente con le spalle al pubblico e di fronte a un muro di amplificatori e un dipinto che inneggia al Decadentismo, i Voltigeurs hanno improvvisato una valanga di feedback e distorsioni che hanno travolto le nostre ancora gelide orecchie.
Dopo è la volta del maestro giapponese di musica sperimentale, Keiji Haino. Detta così, molti storceranno il naso pensando a dei suoni caustici suonati da un musicista impettito e improbabile. Ma la realtà è diversa. Il Sig. Haino è un minuto sessantenne dai lunghi capelli argentati che si presenta sul palco con degli occhiali da sole e rigorosamente vestito di nero. Accanto a lui un’immancabile chitarra rossa fiammante e vari congegni elettronici. La sua vera forza sta nell’azione sperimentale intesa come “risultato di ciò che non e’ previsto”, come diceva il suo quasi coetaneo John Cage . Quindi le esibizioni di Keiji Haino sono delle vere sorprese e non si sa mai se durante il corso della serata si cimenterà in improvvisazioni free jazz, nel noise, nella psichedelica pura , nel metal, nel rock, nel cantautorato.
Durante le due ore di concerto del 9 Aprile, al Cafe Oto ha veramente spaziato tra tutti questi generi. La prima parte, più incentrata sull’improvvisazione vocale dove alternava grida, canto di gola e dolci nenie, sulla lunga durata del silenzio tra due note di chitarra che rimanevano sospese per aria. Con il canto profondo di gola sembrava quasi portare il dolore del rombo di quel terremoto che aveva devastato il suo paese qualche settimana prima, e le sue grida parevano voler far sentire il suo dolore e la sua rabbia a tutto il pantheon shintoista. La seconda parte era più incentrata sui congegni elettronici : le sue mani, scatenate per creare dei suoni da campi magnetici e l’ondulazione dei lunghi capelli argentati, lo facevano apparire un vecchio sciamano indemoniato. La terza parte, ha visto la chitarra come protagonista.
Per più di quaranta minuti si è cimentato in una mirabolante jam session di jazz e rock psichedelico echeggiante Jimi Hendrix , Bill Frasell, King Crimson. Fisicamente provate, alcune persone del pubblico sono svenute, altre sono rimaste incollate dal sudore colante sulle loro sedie. Verso mezzanotte come se l’incantesimo si fosse spezzato, in mezzo a uno scroscio d’applausi Keiji Haino si fa spazio tra la folla, esce dalla sala e a bordo del suo Spinner svanisce lentamente nella notte, verso la costellazione di Orione.

Tuesday, April 19, 2011

Dancing London

Ether è un festival con cadenza annuale che si svolge a Londra, nella zona del Southbank, sulle rive del Tamigi. Il tema del festival è l’innovazione nell’arte, nella tecnologia e nella musica. Quest’anno l’unico evento del festival che sono riuscita a seguire è stato il live di Apparat e Pantha du Prince
Il concerto si è svolto nel foyer del Queen Elizabeth Hall per, sicuramente, permettere alle persone di ballare ma, dal mio punto di vista, una discoteca con un migliore impianto sonoro e strutture sarebbe stata più idonea.
Apparat alias Sascha Ring, sale sul palco con Pfadfinderai (compagno anche nel suo precedente progetto, Moderat) attorno alle 10.00pm. Apparat è una delle realtà più eccitanti della dance elettronica, una miscela esplosiva di Techno, IDM e Elektro.
Durante tutto il set non sta fermo un attimo. Stasera, è felice di esperimentare con i suoi ritmi e suoni, la gioia cresce tra il pubblico, che suda e balla sempre più freneticamente. Vengono lanciati anche centinaia di bastoncini fluorescenti che aiutano le danze della platea ad essere ancor più elettricamente colorate. Un improvviso cambiamento di ritmo e partono gli applausi e le grida del pubblico, sempre più eccitato. Non mi convincono le visuals di Pfadfinderai, che trovo molto amatoriali, anche se a chiusura del concerto, improvvisamente dallo spazio infinito pullulato di triangoli colorati escono fuori delle forme sensuali, il ritmo si fa sempre più vertiginoso, le forme si trasfigurano nella Morte che , con le sue movenze, in una tensione elettrizzante e delirante, sembra volere avvolgere e distruggere emotivamente il pubblico presente in sala. Delirio, la temperatura sale e a fine concerto inizia fare un caldo quasi insostenibile. Gli enormi vetri del Queen Elizabeth Hall si appannano e si accorgono appena le luci dei lampioni che illuminano le rive Tamigi e l’ora sull’orologio della Shell Mex House, uno degli esempi squisiti dell’architettura art deco di Londra.
E’ all’incirca mezzanotte quando l’enigmatico Pantha du Prince inizia il suo set. Sul palco, vestito rigorosamente in nero con una maschera argentata. Vicino al computer e ai vari congegni elettronici, dei cristalli di luce che riflettendo la luce di uno spot, irradiando la luce e splendore in tutta la sala. Siamo all’entrata di un nuovo mondo di cui il maestro è Hendrik Weber, che si nasconde dietro la maschera, un altro genio tedesco, della musica elettronica. Il suono, sempre dance, è molto più scuro e possente di quello di Apparat e ti prende direttamente allo stomaco. Anche se i riferimenti sono quelli della techno minimale e di Detroit, nel suo suono si trovano anche riferimenti al pun-rock gotico dei Bauhaus, X-Mal Deutschland, Alien Sex Fiend, e durante il set mi è anche sembrato di udire le linee di basso di Simon Gallup di “A Forest”. Ma si sentono anche gli Animal Collective e LCD Sound Systems. Non per nulla, il suo suono è stato definito dallo stesso Pantha du Prince, come “Black Noise”, un suono che si dovrebbe percepire come presagio prima delle calamità naturali, quella frequenza che non può essere udita dall’uomo. Quando, la l’anima della tecnologia raggiunge la natura e i suoni diventano indistinguibili. Il pubblico, anche se più calmo, sembra essere completamente ipnotizzato. E indubbiamente, il set di questo concettualista musicale romantico è avvolgente e magnetico. Hendrik sorride, è cosciente anche lui che il suo messaggio è pervenuto forte e chiaro alla folla del Southbank. Non so cosa sia successo durante le due ore successive, senza rendermene conto mi ritrovo a camminare verso casa. Il mio cuore ancora pulsa con i ritmi di Hendrik e Sascha che coprono il rumore dei miei passi e invadono la notte silenziosa lungo il Tamigi.

Wednesday, March 30, 2011

La vera vedova di Dallas

Le notti del Massachusetts dovevano essere lunghe e solitarie. Tempo per riflettere al suo passato e ritrovare le giuste corde che lo facevano vibrare. Lontano dalla sua Dallas, Dan Philips, non aveva dimenticato l’impatto del punk-rock dei Slowride, suo precedente progetto. Ma c’era una voglia di decelerare e di ricercare delle nuove e impercettibili vibrazioni del suo intimo. Un arduo processo catartico al quale si contrapponeva una melodia leggera vista forse come via d’uscita o redenzione.
Due anni dopo, Dan Philips ritorna a Dallas con il suo progetto e quando incontra la talentuosa bassista Nicole Estill e la possente macchina ritmica di Timothy Starks, i True Widow hanno finalmente ragione di esistere.
Martedì 29 Marzo uscirà il loro secondo album “As High as the Highest Heavens and from the Center to the Circumference of the Earth”: una perla. Stranamente l’ho ascoltato il primo giorno di primavera e ho capito che si preannuncia una calda estate. Forse un’estate calda come quelle del Texas dove l’umidità fa salire il termometro fino ai 47 gradi. Quando fa troppo caldo per riuscire a muoversi e tutto attorno assume una dimensione quasi onirica, un sentimento di immobilità e di aspettativa c’invade, come se dal momento all’altro potesse scoppiare un temporale o qualcosa di terribilmente bello. Chiamatelo stonegaze, chiamatelo breakcore, rimane evidente che vi è una forte influenza dello slowcore dei Low e dei Galaxie 500. Le voci di Dan e Nicole s’interscambiano durante tutte le canzoni, regalando all’album una dolcezza infinita . Provate ad ascoltare Jackyl, Blood Horses, Skull Eyes ,e sarete rapiti. Quello dei True Widow è uno slowcore molto più affilato, molto più pesante che sconfina nel desert rock.
Il disco chiude con l’apoteosi di Doomseer. Dei profeti dello stonegaze americano, che imparerete ad amare.

Tuesday, March 15, 2011

Concerti estemporanei on-line.

In questi ultimi anni c’e’ una tendenza a filmare gli arstisti che si esibiscono in posti diversi che sul palcoscenico. Solitamente, questi eventi, sono acustici e filmati professionalmente da registi indipendenti. Una posizione contro la moda diffusa di mettere su internet dei filmati, di scarsa qualita’, di concerti, registrati dai fans di tutto il mondo per mezzo dei loro cellulari. Filmati che hanno per risultato di generare un’idea distorta dell’artista e dell’evento. Le sessioni musicali acustiche sono filmate da giovani registi indipendenti e sono il risultato di un’incontro tra cinema e musia che offre allo spettatore un modo diverso e intimo per conoscere gli artisti. Molte volte filmati in modo spontaneo in un momento di pausa dallo studio di registrazione o tra un’intervista e un’altra, tra due tappe del tour, gli artisti danno l’impressione di suonare piu’ per il loro divertimento che per riempire un’altro compito promozinoale. Un modo moderno di documentare la musica e di lasciare all’artista un posto diverso e di qualita’ per esprimersi, che sembra sia convenuto a un gran numero di artisti come The Kooks, National, Beirut, Patrick Watson, Piers Faccini e molti molti altri. L’idea di queste sessioni musicali e’ partita da Chryde, il fondatore della Blogotheque che voleva trovare un modo diverso di condividere la musica su internet. L’incontro con Vincent Moon, regista indipendente francese, e’ stato fondamentale per riuscire a pubblicare dei filmati musicali di qualita’ ineccepibile. Sono passati quasi cinque anni e la Blogotheque ha accumulato piu’ di 200 live di artisti in luoghi alquanto improbabili (chiese, fontane, mercati, zoo, salotti, ascensori, metro, negozi, ect..ect) e dato il successo del seguito del pubblico, anche la Burberry ha voluto iniziare le sue live sessions: Burberry Acoustic, vestendo giovani musicisti in erba. Durante questi cinque anni, sono inoltre apparsi dei siti internet che usano dei luoghi per far suonare gli artisti alquanto unici e originali. Dai taxi londinesi delle BlackCabSessions, al lavasecco delle DirtyLaundryTV ai balconi in giro per il mondo di BalconyTV, fino ai gazebo dei parchi londinesi di BandstandBusking . Per un elenco completo dei vari siti che propongono dei live acustici, potete cliccare su The Music Session . Durante un pomeriggio estivo dell’anno scorso, ebbi l’occasione di assistere a un Bandstandbusking di Frightened Rabbit ,Hundred in Hands,Sky Larkin e Vivian Girls. C’era una leggera brezza che agitava dolcemente le fronde degli alberi, dei bambini si rincorrevano attorno al gazebo, dei vecchi seduti sulle panchine e passanti in bicicletta guardavano con curiosita’, chi mangiava un panino, chi beveva un caffé. Si respirava una rilassatezza generale sia del pubblico che dei musicisti come se si fosse nel loro cortile di casa. Un’occasione di festa, di celebrazione, di pura condivisione della musica che troppe volte si perde a discapito del classico formatto: palco, set pre-stabilito di 90 minuti,amplificazione e illuminazione da spot-lights. L’esistenza di canali alternativi di promozione musicale esiste anche nell’era digitale, un’angolo diverso per considerare il musicista, con un’unica condizione: non indossare l’impermeabile Burberry.

Tuesday, March 08, 2011

Something I like from Belgium

In questi ultimi mesi la Conspiracy Records ha realizzato due dischi pregievoli, un po’ ingustamente ignorati dalla critica italiana.
Head of Wantastiquet con il suo “Dead Seas”, ci porta in un mondo popolato da cowboys solitari che si accompagano di un banjo nelle loro fredde e solitarie serate invernali. Paul Labrecque, creatore del progetto, ha indubbiamente passato molto tempo sulle montagne del New Hampshire ma anche nel Western Massachussetts dove incontro’ Thurston Moore, per la cui etichetta incise con l’altro suo progetto Sunburned hand of Man, che porta avanti con Chris Corsano e Valerie Webb (a fine Marzo in tour in Italia). Anche se “Dead Seas” prende vita da queste esperienze profonde che hanno segnato il percorso musicale, e non, di Head of Wantastiquet, si rintraccia anche la cupa presenza di un certo primitivismo americano alla Robbie Basho. “Return to Agerthi” , “A curse repeated” e la stessa “Dead Seas”, sono dei titoli che possono dare lo spunto per indovinare l’atmosfera del disco. La riflessione di Paul Labrecque, non e’ solo autocentrata ma e’ rivolta anche al mondo esterno con “Mavi Marmara” , un richiamo alla strage degli attivisti pacifisti filopalestinesi di “Free Gaza”, avvenuto in acque israeliane qualche mese fa. In “Dead Seas”, la voce di Paul Labreque e’ sempre in secondo piano rispetto alla musica, una voce sussurata che sembra venire da un mondo parallelo al nostro ma che al tempo stesso ci porta lentamente alla deriva in questo immenso “Dead Seas”, dove tutto sembra rimanere immobile e eterno come questa splendida opera degna di maggior attenzione.
I Flying Horseman sono originari di Antwerp, la stessa citta’ dei dEUS con il quale dividono un gusto per l’eleganza dei suoni e una certa cinematografia musicale. L’anima del loro ultimo lavoro “Wild Eyes” e’ l’oscuro lato del rock blues di Jon Spencer and the Blues Explosions e dei Birthday Party, echeggiante alle terre newyorkesi dei Velvet Underground. Il lato ruvido del disco e’ inoltre accentuato dalla registrazione live del disco, quindi non c’e’ posto agli artefici della post-produzione. Quello che sentite e’ il loro vero suono che arriva diretto al cuore come la pallottola di una colt 45.

Tuesday, March 01, 2011

New History Warfare Vol.2: Judges” - Colin Stetson - Constellation Records

La Constellation Records ha fatto di nuovo centro. “New History Warfare Vol.2: Judges” di Colin Stetson e’ un album stupefacente e intrigante, lungo il quale ci si lascia trasportare in diversi vortici sonori, ascolto dopo ascolto. La passione e maestria di Colin Stetson per gli strumenti a fiato: sassosofoni, clarinetti, cornetti, corno inglese e flauti, l’ha portato a collaborare con alcuni dei piu’ grandi nomi della musica: Tom Waits, Lou Reed, David Byrne, TV on the Radio. "New History Warfare Vol.2: Judges”,ci convoca con la prima traccia “Awake on the foreign shore”, su un nuovo territorio musicale dove il jazz d’avanguardia sconfina con il rock, il gospel e una certa catarsi della musica etnica. Una musica liberatoria che fa scorrere brividi lungo la schiena. Non e’ ancora chiaro come Colin Stetson riesca a raggiungere questo effetto. Su tutto il disco non c’e’ un loop, ne’ un overdub (eccetto le parti vocali e il corno francese nella traccia 4). Sembrerebbe quasi di essere all’ascolto di un’orchestra di 20 persone, ma in realta’ si e’ davanti a un unico sorprendente sassofonista che, per registrare questo album, ha utilizzato venti microfoni posizionati in angoli diversi del mitico studio di registrazione Hotel2Tango di Montreal. Stesso studio utilizzato anche da musicisti del calbro di Godspeed You! Black Emperor e Vic Chessnut. Se non pensate che un unico musicista possa suonare come un’orchestra, provate ad ascoltare la traccia n.3 “The stars in the head (Dark Lights Remix)” e sarete sopresi. Apparentemente, uno dei tanti segreti di Colin Steston e’ la la respirazione circolatoria usata per suonare il sax, tecnica utilizzata anche da altri musicisti jazz, che aggiunge un effetto mantrico e ipnotico alle sue composizioni, simile a quegli effetti che il digeridoo e le launeddas apportano nella musica etnica. Con “A dream of water” e la parte recitata da Laurie Anderson si raggiunge un’apice di tensione mentre nella cover di Blind Willie Johnson, “Lord I just can’t keep from cyring sometimes” con la voce assolutamente argentina di Shara Worden dei My Brightest Diamond siamo elevati a una liberazione mistica. “Red Horses” e’ assolutamente travolgente con il ritmo impetuoso del sax di Steston, che riesce a metamorfosarsi nel galoppo di una mandria di cavalli selvaggi. Chiude questo piccolo gioiello discografico, la strruggente “In love and justice”. “New History Warfare Vol.2: Judges” e’ una di quelle perle rare che capitano troppo poco spesso per le mani.

Friday, October 15, 2010

1-2-3-4 Shoreditch Festival - 24th July - London

L'azzurro acrillico del cielo e l'odore dell'erba essicata dal sole.
Questo e' quello che mi viene in mente quando ripenso al festival 1-2-3-4 della scorsa estate nel parco di Shoreditch, un quartiere all'est di Londra.
A mezzogiorno, ci sono venti persone davanti al palco centrale: "1234 Converse".
Converse? Si l'evento e' sponsorizzato da Converse e da Jagermseister. Non possiedo un paio di "chucks" e non bevo Jagermeister. Perche'? Non so perche',sono fatti miei e nemmeno Raz Deagan riusci' a convincermi negli anni '90.
Sul palco un delirio musicale regalato dagli Action Beat, un collettivo inglese d'improvvisazione punk-noise. Tre batterie, due bassi e due chitarre. Il festival inizia nel migliore dei modi.Dalle due del pomeriggio alle quattro, devo essermi distratta e improvvisamente arrivano gli S.C.U.M. L'entusiasmo delle giovani ragazze che mi stanno accanto e' sicuramente scaturito dal bel tenebroso Thomas Cohen, un incrocio tra Brian Moloko e Nick Cave. Anche se musicalmente mi fanno venire in mente in Placebo, c'e' qualcosa di insanamente piacevole in questo gruppo.E'l'ora delle Dum Dum Girls, una delle ultime rivelazioni Sub Pop che oltre ad avere sei gambe notevoli, e' un gruppo che ha trovato un equilibrio interessante tra le Bangles e Siouxsie and the Banshees. Il sole mi sta dando alla testa.Dal palco Converse, mi sposto, al palco Rough Trade dove i Comanechi offrono un set esplosivo,molto punk-nosie. Duo composto dalla fenomenale giapponese Akiko (voce e batteria)e dal chitarrista Simon Petrovich. In questa occasione sono coadiuvati da un altro batterista. Anche Jim Sclavunos, in mezzo al pubblico, accanto a noi, sembra aprezzare il set e si gratta piu' volte la barba in segno di consenso. Si passa ora al tendone Artrocker dove si esibiscono un gruppo di donnine che convincono solo per le loro vesti trasparenti e succinte: le Trush Metal. Musicalmente e femministicamente da dimenticare.Passo davanti allo stage Converse mentre Peter Hook ripropone pietosamente "Unknown Pleasure" davanti a un pubblico in delirio, per me senza motivo. L'idea mi fa ribrezzo e appena incalza "Love will tear us apart", un brivido mi percorre la schiena e trovo rifugio dai Toes che mi riconfortano con il loro ska intramontabile. Mi pento ancora di non aver visto i Rolo Tomassi, ma la fila era lunga, il caldo insopportabile e ho preferito rinfrescarmi dalle Vivian Girls con il loro pop leggero e delicato per una mezzoretta.
Infatti dalle 8.30pm alle 9pm sono davanti al palco Converse dove si esibisce il supergruppo dei Silver Machine: Bobbie Gillespie, Gene Matlock e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr)con delle cover strepitose dei classici del rock tra cui "I want you" dei Troogs, "Psychotic Reaction" dei Count Five e per chiudere in bellezza con "Action Woman" dei Litter con un delirio generale del pubblico ma soprattutto di garage-punk fans con gli occhi e le orecchie fuori dalle orbite. Solo dieci minuti dai Veronica Falls che non mi convincono per niente e
dopo avere diviso una pizza con i miei vicini mi butto di nuovo sul palco centrale dove ha gia' iniziato il gruppo di hardcore punk canadese, Fucked Up. Il cantante Pink Eyes, non esita a fare stage diving, a spogliarsi e ritrovarsi in mutande dopo solamente due pezzi. Energia e sana pazzia come non se ne vedeva da tempo. La sera sta calando. Dopo nove ore di musica,sono allo strenuo delle forze.Evito i These New Puritans che dovranno abbandonare il loro set per problemi tecnici e mi dirigo verso il palco Artrocker per assistere a quella che sara'la rivelazione del festival:Bo Ningen. Un gruppo di minuti capelloni giapponesi che hanno trovato l'annello musicale mancante tra Black Sabbath e Sonic Youth, lo show e'eccezionale.
I corpi dei musicisti che si contorciono sugli strumenti, riti satanico-musicale e i volti dei presenti in completa estasi come Faris Badwan degli Horrors, in fondo alla sala. Non soprende neanche un po' che la rivista Mojo abbia recentemente scritto “Bo Ninge,quite probably the most exciting young band in London right now".Ancora vacillante da questa assurda esperienza noise-psichedelica mi dirigo verso le giostre per scambiare le ultimi opinioni sul festival con i pochi superstiti. E' notte, i cancelli del parco si chiudono ma la notte degli aftershows del festival e' solo all'inizio.

Tuesday, August 24, 2010

"John Wynne" - Newspeak - British Art Now - Saatchi Gallery - London

Andare all’inaugurazione di gallerie d’arte a Londra e’ abbastanza semplice e la maggior parte delle volte non c’e’ selezione all’entrata. Ci sono 4 motivi per cui un'inaugurazione e' un evento sociale abbanstanza piacevole: n.1)99% delle volte puoi incontrare gli artisti e chiedere spiegazioni dirette dei loro lavori, sempre che non abbiano abusato del punto n.3) – n.2) la galleria e’ aperta fino a tardi e si puo’ andare dopo una giornata di lavoro – n.3) ci sono quasi sempre delle bevande alcoliche offerte dalla galleria – n.4) e’ un'occasione per passsare una serata piacevole con degli amici e si puo’ chiaccherare a voce alta davanti alle opere (o non) d’arte. Una di queste sere mi ritrovavo con Franca all’inaugurazione della nuova collezione Saatchi: “Newspeak: British Art Now”. Non vedevo Franca da tanto tempo, per cui abbiamo gentilmente preso il nostro bicchierino di champagne, diciamo moscato.. e abbiamo aspettato che la gente sfollasse raccontandoci un po’ le ultime viccende di vita vissuta. Perse nei nostri discorsi, non ci siamo rese conto del tempo che passava e ci restavano solo 45 minuti per vedere qualche sala prima della chiusura della galleria. :“ok iniziamo da qui”..”uh interessante..ma cos’e’?” “quindi la guida dice manichino in cera di Madame Blavatsky in sospensione su due sedie. Madame Blavatasky..blah blah, fondatrice della societa’ teosofica, basata sul pratiche dell’occulto..”, “ma non dovrebbe essere al museo delle cere? o forse non e' importante come Beckham o Obama e l’hanno messa qui, non saprei..”, “e questa ghigliottina?”, “mah, dici che l’avranno usata per uccidere la Madame?”. Con queste profonde discussioni continuiamo di sala in sala, fino ad arrivare alla sala n.10 e :“wowww..ma quanti sono?”, “sono esattamente 300 speakers”. Penso di aver passato i restanti 30 minuti a assaporare questa installazione di John Wynne (no, non Wayne!). Installazione quindi per 300 speakers, una pianola e un aspiratore! E si, da tanto tempo che non vedevo un’installazione sonora a Londra. Una decina d’anni fa andavano molto alla moda ma di recente non se ne sono viste molte. Mi sono seduta in mezzo agli speakers ed e' stato fantastico. Ovviamente sia gli speakers, che l’aspiratore che la pianola sono azionati da un computer e non sono sincronizzati quindi il suono e’ destinato a non ripetersi. La parte che colpisce e' l’accumulo di speakers di tutte le forme e dimensioni e anche il leggero suono che possono emettere senza che trasmettino nessuna musica. Un leggero sibillo che ripetuto per 300 volte diventa un suono forte e chiaro. La seduta in mezzo agli speakrs mi chiedevo se non avessi sbagliato qualcosa, se non dovevo continuare a lavorare nel campo della musica e non c’e’ giorno in cui mi alzi e non sia la prima cosa che mi chieda.

"Maestria e eleganza" - Howe Gelb + Giant Sand + Kristin Hersh + A band of Gypsies - Barbican - London - 22/07/2010

Non capisco come mai in tutti questi anni non abbia mai visto i Giant Sand e/o Howe Gelb dal vivo. Sto cercando di riguardare le date dei vecchi tour e fare mente locale in quale luogo mi trovavo per non averci assistito. D’altra parte dovrei anche essere onesta e ammettere che ai Giant Sant ho sempre preferito i Calexico che sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto e che ho visto almeno una decina di volte dal vivo. Un mea culpa de prufundis, per non avere portato piu’ attenzione ai Giant Sand e ai progetti paralleli usciti dal capello di quel genio musicale che e’ Howe Gelb.
L’anno scorso fu la prima volta che vidi il sig. Gelb qui a Londra, all’ICA, per l’uscita di “Snow Angel”, documentario musicale sul suo progetto di collaborazione con un coro gospel candese. Non nego che presi il rischio di addormentarmi nonostante il sig.Gelb fosse seduto alle mie spalle. Nonostante il documentario fosse noioso con una pessima regia, mi dette da riflettere sulla profondita’ e sul suo talento e sulla sua incontestabile e inesauribile passione per la musica. Quasi dopo un anno Gelb ritorna con un nuovo progetto. Direzione Corboda in Spagna, una fresca collaborazione con un gruppo di flamenco “The band of gypsies” (e non gypsys come quella di Hendrix!). E quale occasione migliore di presentarla a Londra se non la celebrazione dei 25 anni dei Giant Sand al Barbican. Questa sera, trovo al Barbican una posizione ottimale, terza fila, altezza del palco, con qualche divanetto libero vicino a me. Gelb, non ha invitato tanti musicisti per celebrare i 25 anni, solo Kristin Hersh, ex-Throwing Muses che apre questa serata. Minuta con una pettinatura e un vestito semplice e un filo di perle al collo, con la sua chitarra e la sua strepitosa voce ha dimostrato, ad una sala non gremitissima, di avere grinta da rivendere le sue canzoni erano ancora di forte impatto. Dopo una mezz’oretta, Howe Gelb e i suoi Giant Sand salgono sul palco. Stasera scaveranno ben poco nel passato, i pezzi sono quasi tutti recenti e c’e’ anche qualche inedito. Ad accompagnare questo set, uno slideshow fotografico incentrato per lo piu’ su Howe Gelb: da giovane, con i figli con i nuovi musicisti che lo accompagnano nell’avventura dei Giant Sand, con i Snow Angel, con la banda dei gitani spagnoli. John Convertino e Joey Burns, spuntano sfuocati su una foto di una vecchia rivista tedesca, forse la prima copertina che i Giant Sand fecereo in Europa. E gli stessi Convertino e Burns sembrano i grandi assenti stasera, per questa celebrazione di un quarto di secolo di Giant Sand. Di certo i nuovi musicisti dei Giant Sand sono musicisti eccelsi e c’e’ una grande armonia tra loro anche se chi dirige le danze, e’ lui, l’uomo plurimusicista e multitalentuoso, il maestro Gelb, che si avvicenda dalla chitarra acustica, a quella elettrica al piano con una leggiadria da folletto. Ci regala anche in questo primo set (secondo, se contiamo Kristin Hersh) un’interpretazione incredibile di « Expiration day brani” del suo defunto amico Vic Chesnut. Fine primo tempo. Ci si sgranchisce le gambe fuori dalla sala, un drink o uno snack al bar e siamo di nuovo in sala. Giant Sand in scena che accompagnano in sottofondo Kristin Hersh che legge dei passaggi dalla sua autobiografia: Paradoxical Undressing; testi surreali, ironici e alquanto divertenti. Strana scelta per celebrare i 25 anni dei Giant Sand, lasciare tanto spazio a Madame Hersh, ma non bisogna cercare di capire quello che frulla per la testa di Howe Gelb. Dopo le letture, Howe Gelb rimane solo sul palco con Thoger T. Lund al controbasso e invita il gruppo dei musicisti gitani di Corboba a raggiungerli. Oh, il momento che aspettavo. Seduti in semicerchio, un perfetto set di flamenco spagnolo che si fonde con la classe e l’eleganza dell’indie rock che del Maestro Gelb. Un set increbibile che avrei volute continuasse per ore e ore ma dopo qualche pezzo ecco entrare il resto dei Giant Sand sul palco con Kristin Hersh. Applausi, standing ovation meritate. Spero che questo sia stato solo un assaggio e spero a presto con una piu’ lunga presentazione di questo suo nuovo incredibile progetto, preferibilmente senza documentario. Lunga vita a Howe Gelb!

Friday, August 06, 2010

Indimenticabile - Patrick Watson and the Wooden Arms - Tabernacle - London 05/07/10

Febbraio 2007, Parigi. A casa di Christelle, ho tra le mani un cd-promo che Jerome mi ha appena regalato: “Ma Fleure” dei Cinematic Orchestra. Il cd player segna: Track 4 “Music Box”. Non diciamo niente, ci basta uno sguardo per capire che quella voce che stiamo appena ascoltando per la prima volta, diventerà parte integrante delle nostre vite, dei nostri sogni, accanto ai nostri venerati Jeff Buckley e Bertrand Cantat. La traccia N.5 non ha ancora iniziato che balziamo sul pc per cercare più informazioni. “Patrick Watson, hai detto?”- “Si W-A-T-S-O-N, che dice?”-“Qui c’e’ scritto “Patrick Watson, cantante canadese paragonato a Rufus Wainwright, Nick Drake, Jeff Buckley, all’attivo due cd disponibili import” -“ beh si Jeff Buckley ci sta tutto. Come import? Peccato che sta meraviglia non arriverà in Europa”. Come avevo torto quella sera. Qualche mese più tardi Patrick Watson e il suo gruppo si aggiudicano il prestigioso premio Polaris canadese declassando i più noti Arcade Fire e a Settembre viene pubblicato finalmente, anche in Europa, “Close to Paradise”, uscito in Canada un anno prima. Disco di una notevole intensità con atmosfere prese da Nick Cave, Tom Waits, Yann Tiersen. Una varietà di strumenti che vanno da chitarra, violini, fisarmonica, pianoforte, megafono, campionamenti, batteria, banjo, palloncini e forchette varie (!) e arrangiamenti che flirtano con Debussy e Satie, si lo so non bisognerebbe disturbare i mostri sacri ma: ascoltare per credere. Nonostante il gruppo si affermi piano piano in Europa, non riesco che a vederli in concerto l’anno scorso alla Union Chapel. Un concerto incredibile, mozzafiato. Per questo, non ho indugiato a prendere i biglietti per il concerto del 5Luglio, al Tabernacle di Notting Hill. Un luogo suggestivo quanto la Union Chapel. Il Tabernacle è un’ex-chiesa evangelica del 1887, con la facciata curva, costruita in mattoni rossi non lontana da Portobello Road. Una meravigliosa costruzione di stile romanesco, ora adibito a centro culturale. Una sala non direi gremitissima con poco o meno trecento persone. Stranamente e’ stato un evento poco pubblicizzato. Sul palco, Patrick Watson e il suo incredibile gruppo di musicisti: i Wooden Arms. Le luci sono soffuse e sembra di assistere quasi a un rito religioso massonico per pochi iniziati. Stasera, ad accompagnarli anche una cantante femminile e un quartetto d’archi. Patrick è un gran chiaccherone, simpatico, scherza con la band ed e’ sempre pronto a intrattenere la folla con aneddoti divertenti durante tutto il concerto tra “Big Bird in a Small Cage”, “Wooden Arms”, “To Build A Home”. E in quello che ci sembra un’attimo, siamo trasportati verso la fine del primo set. Per il secondo set, l’abituale sorpresa. Il concerto formatto palco-pubblico, si trasforma in un evento musicale da strada. Patrick indossata l’armatura del suo albero di cinque megafoni in spalla, e seguito dai suoi musicisti con percussioni e chitarra acustica avanza tra il pubblico, come facevano i musicanti nelle piazze in altri tempi. Il mini corteo di musicisti si ferma al centro della sala, si crea un cerchio attorno a loro. Il gruppo è colto di sopresa quando i violini rispondono tra dalla mezzanina, anche loro nascosti in mezzo ai presenti. Il pubblico sorride, e sembriamo tutti accomunati dallo stesso spirito che si puo' creare durante un fuoco di campo. Patrick lascia il suo albero di microfoni, sale su un paio di gradini e intona “Man Under the Sea” con il ritornello seguito dal tutto il pubblico “Just me, the fish and the sea”, prima sottovoce e poi fortissimo. A fine concerto, le persone sembrano estremamente felici e sorridenti e iniziano tutti a parlare gli uni agli altri. Patrick sgattaiola fuori dai camerini e si ferma a fare fotografie e a scherzare con i fan. Simon Angell, il chitarrista, porta consiglio agli avventori del banchetto merce mentre Robbie Kuster, il fantasioso percussionista, ride rilassato con un paio d’amici nel giardino. Non vedo Mishka Kein,il bassista, sara’ per la prossima volta. Cosi', mentre il sole cala su Londra lascio questa simpatica confraternita. Mentre ruota ancora nella mia testa “Just gather round all our family round and scream a noise and leave the ground I was so happy there under, under the sea”, un senso di gioia e festa invade i miei sensi ancora per qualche ora preziosa.

Thursday, July 29, 2010

“The only one was a sweet talkin’ son of a preacher man” - Woven Hand - Bush Hall - 01/06/10

Durante il mese di Giugno, forse a causa dei mondiali di calcio, non ci sono stati molti concerti che abbiano attirato la mia attenzione, a Londra.
L’unico appuntamento imperdibile e’ stato quello dei Woven Hand, di David Eugene Edwards, il 1 Giugno scorso, al Bush Hall.
Ho scoperto David Eugene Edwards, casualmente, solo quattro anni fa, mea culpa.
Sono comunque andata a riscoprire la discografia dei 16 Horsepower che non hanno avuto un gran successo in Inghilterra ma, stranamente, un enorme seguito in Olanda, dove sono arrivati anche ai numero uno delle classifiche.
Il singolo che fece scaturire il mio interesse, fu una loro cover di “The partisan” di Leonard Cohen del 1998, in collaborazione con i miei venerati Noir Desir.
Una di quelle cover che risultano essere migliori dell’orginale, da brivido.
Alla mia personale "equazione Woven Hand" al quale ero legata via i Noir Desir, quest'anno, si e’ aggiunto anche Josh Pearson, che ha aperto il loro concerto a Parigi. Inutile spiegare, ma a volte nella vita, ci sono delle sottili linee che s’intrecciano e giocano con il tuo destino.
Ma veniamo ai Woven Hand e al loro leader spirituale David Eugene Edwards.
David Eugene come Josh Pearson e’ il figlio di un predicatore. Cresciuto in un'ambiente mistico e religioso nel Colorado, che si trova a meta’ strada tra la Bibble Belt e lo Utah, dove vivono piu' di mezzo milione di mormoni, il giovane David Eugene non potra' che portare queste influenze nella sua carriera di musicista. Nei testi musicali sia dei 16 Horsepower che dei Woven Hand, si trovano diversi riferimenti agli assi del bene e del male, alla redenzione e al conflitto spirituale ma anche alla testimonianza storica del Colorado, terra segnata dal sangue di migliaia di indiani durante la folle corsa all’oro. Dei testi profondi quinid, conditi da atmosfere musicali che evocano i Gun Club e i Bad Seeds di Nick Cave.
Stasera il giorno dopo dell’uscita del loro ottavo album “The Treshingfloor”, i Woven Hand sono di passaggio a Londra. Non faccio a tempo a vedere i Crippled Black Phoenix che i Wooven Hand sono gia' sul paclo. Basso, batteria, chitarra (+tastiere e congegni vari) e lui, il possente predicatore David Eugene con bombetta nera che si siede al lato del palco. E’ un concerto intenso. Mentre i tre musicisti tessono la base musicale, David Eugene tiene il ritmo con i suoi stivali per tutto il concerto e si dimena tra chitarra elettrica, acustica, mandolino e armonica a bocca. Dai suoi due microfoni, che usa per cambiare la voce come se venisse dall'oltretomba, esorta a stare lontani dai demoni del male e a cercare in noi la verita’ spirituale. Una strana calma s’instaura nella sala, come se ci fosse una nuvola soffocante sulle nostre teste. Siamo tutti paralizzati dalla presenza di Father David Eugene Edwards. Ci facciamo trasportare lungo tutta la discografia di questi otto anni: l’ononimo Wooven Hand, Consider the Birds, Mosaic...ma la maggior parte dei pezzi e' tratta dal loro stupendo "The Treshingfloor" e prima della fine del concerto, il temporale si scatena...e poi il silenzio. Mi sveglio dall’ipnosi in macchina. Faccio partire il motore. Fuori piove, mentre osservo il riverbero delle luci sull’autostrada, mi viene in mente il soliloquio di Jacob in “A prayer for the dying” di Stewart O’Nan: "'It's not right,' you say "Who are you angry with? "Not God "No? Who else is there? Is this the devil's work? "It must be, you think, but uncertainly". Bene o male, non so se sia, ma il verbo di David Eugene e' entrato definitvamente in me e ne sono ora una fervente addetta.

Tuesday, July 20, 2010

"La schiva diva" - Hope Sandoval and the Warm of Invention - 25/05/2010/Bush Hall/London

Hope Sandoval fa parte di quelle poche cantanti donne che sono rimaste integre alla loro musica e lontana dalle luci della ribalta. Venni in contatto dei dischi di Hope Sandoval con il progetto Mazzy Star, nato dalle ceneri del gruppo Opal e creazione di uno dei chitarristi più importanti della scena del Paisley Underground nonché fondatore dei Rain Parade (uno dei miei gruppi preferiti in assoluto): David Roback. L’ultimo disco dei Mazzy Star uscì nel 1996 e da allora Hope Sandoval si e’ data da fare partecipando a vari progetti paralleli tra cui “Hope Sandoval and the Warm of Invention” al quale collabora con Colm O’ Ciosoig batterista dei My Bloody Valentine, stasera di scena al Bush Hall di Londra. Una serata quindi imperdibile. “Stasera le fotografie non sono permesse durante il concerto”, gentilmente e’ ricordato sulle porte del Bush Hall, riflette l’idea del personaggio riservato di Hope Sandoval. Non me ne meraviglio. Il Bush Hall è un quadro perfetto, per questo genere di concerti: lampadari a goccia di cristallo, specchi d’epoca, e drappi rossi appesi ai muri. Con un ritardo degno di una diva sale sul palco alle dieci assieme a Colm e altri quattro musicisti. Il suono è a dir poco fracassante: due chitarre, un basso, una tastiera e la batteria di Colm per questa piccola sala. La voce di Hope Sandoval non si riesce nemmeno a sentire e si perde in questo marasma. C’e’ qualcosa che non funziona e si sente. Hope Sandoval e un po’ imbarazzata, sbaglia l’entrata con l’armonica a bocca e lancia continuamente degli sguardi severi, ai suoi musicisti, degni dei raggi fotonici di Mazinga Z. Si sente molta tensione sul palco e solo Colm O’Ciosoig sembra proseguire imperterrito per la sua strada, felice tra i suoi rulli e piatti. E il buio che avvolge la sala con solo le proiezioni d’immagini frammentate sullo schermo, non aiuta di certo a creare un ambiente più rilassato. A questo punto ho proprio voglia di andarmene, un concerto che mi mette a disagio, ma insisto. Dopo qualche pezzo Hope salta allo xylophono e sembra un po’ piu’ rilassata, si ha un’inversione di ritmo e i pezzi diventano più lenti, e meno cacofonici. Mi lascio trastullare dalla voce di Hope Sandoval, sono quasi soggiogata da queste atmosfere cupe e “lynchiane” e ecco apparire una fotografa sul palco che la mitraglia su tutti gli angoli, e orrore! fa spostare anche i musicisti durante i pezzi per avere un migliore angolo della nostra diva. Ma le foto non erano proibite stasera? Quindi Hope non è un’artista timida come vuol sembrare, sembra che sia piuttosto una persona che voglia avere il controllo su tutto e tutti: la sua immagine, la sua musica. Non c’e’ che dire, rimango un po’ di stucco. Dopo cinquanta minuti di concerto la band sparisce dietro le quinte per poi ritornare con una versione sbalorditiva di “Satellites” che da sola e’ valsa tutto il concerto e i miei vent’anni di fedeltà alla creativa’ e genio di Hope Sandoval.

Friday, July 16, 2010

"Holy Fuck in Heaven" - Holy Fuck - Heaven - London - 24/05/10

Un’altra band canadese? Si sì, molta musica canadese in questi ultimi mesi a Londra, con apice il Canadian Blast Festival di fine Giugno.
In realta' la serata, di questo 24 Maggio, inizia con un concerto alla Scala degli internazionali "Former Utopia". Dopo aver visto brevemente Chiara salutare il pubblico per la sua apparizione, mi scaravento in macchina per attraversare Londra e giungere a Embankment in un bunker buio vicino al Tamigi: l'Heaven. Questo club, noto per essere una discoteca gay e/o trans, sta regalando a Londra, una serie di live di gruppi tra i piu' interessanti del momento.
Stasera è la volta degli Holy Fuck che potete semplicemente tradurre con l'espressione “wow”, anche se di meno effetto.
“Holy Fuck!” è sicuramente quello che Graham Walsh e Brian Borcherd hanno dovuto esprimere durante le prime manipolazioni di suoni e beats per questo loro progetto che si trova all’incrocio tra Gang of Four, Kraftwerk e Trans AM.
Ad accompagnarli sul palco ci sono anche Matt McQuaid al basso e una vecchia conoscenza alla batteria: Matt Schultz (ex-Enon), uno dei piu’ simpatici e affabili batteristi che ho avuto occasione di incrociare nel passato. La linea ritmica sostenuta dai due Matt s’intreccia ai vari rumori strutturati che Graham e Brian danno vita via i loro microfoni per meta’ ingoiati, computers, mixers, melodiche, e altri giocattoli e congegni elettronici vari, tra cui un sincronizzatore per pellicole cinematografiche 35mm. WOW! Un delirio di suono e ritmo. Un pubblico in visibilio perso in danze frenetiche e grida entusiaste tra luci stroboscopiche. E fuori dal concerto, la calma. Attraverso il ponte di Embankment. Il suono soffuso di un sassofono si fonde con il rumore dei miei passi. Le luci distanti di St Paul e di Canary Wharf, l’eleganza del Big Ben e la luna piena che s’incastra come un diamante nel London Eye.
Una leggera e calda brezza soffia oggi sul Tamigi, pre-annunciatrice di una lunga e calda estate. Nelle orecchie ho ancora l'eco dell'incredibile suono degli Holy Fuck, mi fermo qualche minuto a osservare in silenzio questa citta' che amo ogni giorno sempre di piu'. Holy Fuck!! Questa e' la mia&nostra Londra!

Tuesday, July 13, 2010

Il rock degli androidi giapponesi - Japandroids - Garage- London - 20/05/10

Avevo quasi finito di scrivere alcuni pensieri sul concerto dei Japandroids che il tutto e’ andato perso: File Deleted. Ah la tecnologia!. Almeno quando si scriveva a mano, le bozze non scomparivano cosi’ all’improvviso.
Ma veniamo al concerto. Arrivo tremendamente in ritardo al Garage, nonostante sia solo a un paio di chilometri da casa, per l’esatezza 2.49KM, l’ho appena calcolato su Google grazie ai poteri di Internet.
Gli Yuck hanno appena finito, il tempo di passare al bar e i Japandroids,sono pronti a bombardarci di energia vitale.
All’inizio sembra del buon rock and roll gia’ sentito da tempo e poi piano piano i corpi iniziano a muoversi e le teste ad agitarsi avanti e dietro. Non che il pubblico inglese sia mai stato in delirio davanti a una band, da quello che ricordo. Sara' che devono sempre stare attenti a non fare rovesciare la birra che hanno in mano.
Japandroids e’ principalmente una tour band, in meno di un anno hanno fatto piu’ di 250 date. Si vede, si sente, che il live e’ la loro essenza e elemento dominante.
Anche se la musica dei Japandroids e’ sicuramente meno intellettuale e ironica dei No Means No, la buona scuola punk di Victoria (Canada) ha fatto strada e questi due ragazzi ne rappresentano i degni eredi. La formazione e’ elementare : Brian King alla voce, chitarra e David Prowse alla batteria. Spaccano, non c’e’ che dire. Questa sera ci hanno magistralmente regalato un’ora di sudore, e punk rock and roll. E ogni tanto, fa del gran bene.

Monday, July 05, 2010

Tra caos politico e musicale. Boredoms - Forum - London 11/05/10

New York 07/07/07 alle 7:07pm, presso il suggestivo parco dell’Empire-Fulton Ferry State, situato tra il ponte di Brooklyn e quello di Manhattan, settantasette tra i più rinomati batteristi della scena cosiddetta alternativa si riunivano per l'evento organizzato dalla più geniale noise-rock band giapponese:77 Boadrum dei Boredoms.
Tra i presenti David Grubbs, Chris Brokaw, Jeff Salane, Kid Millions, Tim De Witt, Mat Shulz, Brian Chippendale.
Los Angeles 08/08/08 a alle 08:08, 88 Boadrum, con ottantotto batteristi.
New York 09/09/09 alle 09:09 9 Boadrum, con nove batteristi.
Londra 11/05/10. Stasera sara' un 7 Boadrum quindi niente data o orario simbolico. Anche se 11/05/10 e’ una data importante. Stasera 7 Boadrum sara' il primo concerto dell’era del governo di coalizione tra i Tories e i Lib Dem , il cosidetto “hung parliament”. Un evento di caos musicale in parallelo con l'inizio del caos politico, anche sei il concetto di Boadrum e’ molto piu’ semplice del concetto di “Hung Parliament” o sembrerebbe tale.
Boadrum, e’ una parola macedonia tra boa e drum, un boa musicale che vibra dalla testa fino alla coda, via ogni batteria presente, che forma una delle parti del corpo del boa.
Stasera, il boa e' composto da Hisham Bharoocha dei Black Dice, Zach Hill degli Hella! , Kid Millions degli Oneida, Butchy Fugedo dei Pit Er Patt, Jeremy Hyman dei Ponytail, e qui, devo dire che ho fatto fatica a riconoscere tutti.
Ai commandi del cervello come sempre i Boredoms: lo sciamano Yamantaka Eye ai congegni elettronici, Yoshimi P-We alla batteria (si, e’ proprio lei, la Yoshimi, ispirazione di “Yoshimi battles the Pink Robots” dei Flaming Lips) e Muneomi Senju al basso. Stranamente non si vede Yojiro Tatekawa.
Yamantake Eye apre il concerto con le sue grida e danze primitive, cadenzato dalla batteria di Yoshimi P-We seguito nel suo delirio da gli altri cinque batteristi.
A un certo punto sembra che il ritmo si sposti in mezzo alla folla ed ecco apparire, da un angolo buio della sala, infrenabile sulla batteria, Yojiro Tatekawa, che e' portato sulle spalle come durante una cerimonia. L’effetto visto dalla destra della scena, dove mi trovo, e’ sorprendente. Yojiro sembra proprio galleggiare sulla folla. Ad un certo punto la batteria "galeggiante", si ferma davanti al palco, i batteristi sul palco si fermano e parte un’assolo di Yojro. Sembra quasi una scena rituale, Yojiro sembra dover decifrare un codice “ritmico” per avere accesso al palco. Una volta accettato sul palco, il 7 Boadrum puo’ avere inizio.
Ritmo Tribale per quasi un’ora e mezzo di concerto. Sette batteristi che seguono le grida da primate di Yamantaka Eye, e/o le sue improvvisazioni su congegni elettronici e la chitarra a sette manici. Si, una chitarra con sette manici, ovvero il “Sevener” o “Sevena” che apparse per la prima volta su scena per un tour dei Boredoms con gli Iron&Wine nel 1998 (wow, che strano accoppiamento musicale!). Oltre a percuotere il “Sevener” con le mani, Yamantaka Eye usa anche un’asta e i suoi dreadlock quando non e’ impegnato nelle sue danze sciamaniche in mezzo dei sette batteristi che eseguono delle spettacolari variazioni di ritmo. Il concerto e’ possente e sorprende vedere anche dei batteristi cosi’ coordinati in un vortice senza fine. Si trova sia un elemento di ricerca del ritmo oringario del mondo e sia uno spirito di semplice divertimento comune tra i batteristi. Elementi che si ritrovano anche nel collettivo giapponese Kodo. Il concerto finisce. Molti dei presenti hanno l'impressione di aver perso l’udito, ma forse era questo lo scopo dei Boredoms: fare tabula rasa della nostra percezione uditiva per non farci sentire quello che sta succedendo la fuori, nella sede del governo.