Monday, June 20, 2011

Suoni da Orione

“Keiji Haino e Voltigeurs” Cafe Oto, Londra 9 Aprile 2011
Due serate completamente sold out al Cafe Oto di Londra, per uno dei grandi maestri della musica, Keiji Haino. Il Cafe Oto di Londra, è un caffè dell’est di Londra che la sera dà spazio agli artisti più interessanti di musica “creativa”, al di fuori dei soliti circuiti commerciali. Sicuramente, al momento, una delle sale più interessanti di Londra. Il posto può contenere un centinaio di persone sedute ai tavolini e altre cinquanta/settanta in piedi. Se pensate di assistere a un concerto(i prezzi sono modici e i musicisti da paura) la regola numero uno è arrivare molto presto per stare seduti, perché il posto può diventare caldo in modo terrificante, ed i concerti sono regolarmente molto lunghi. Il 9 Aprile aprono la serata i Voltigeurs, la creatura musicale di Matthew Bower e Samantha Davies. Rigorosamente con le spalle al pubblico e di fronte a un muro di amplificatori e un dipinto che inneggia al Decadentismo, i Voltigeurs hanno improvvisato una valanga di feedback e distorsioni che hanno travolto le nostre ancora gelide orecchie.
Dopo è la volta del maestro giapponese di musica sperimentale, Keiji Haino. Detta così, molti storceranno il naso pensando a dei suoni caustici suonati da un musicista impettito e improbabile. Ma la realtà è diversa. Il Sig. Haino è un minuto sessantenne dai lunghi capelli argentati che si presenta sul palco con degli occhiali da sole e rigorosamente vestito di nero. Accanto a lui un’immancabile chitarra rossa fiammante e vari congegni elettronici. La sua vera forza sta nell’azione sperimentale intesa come “risultato di ciò che non e’ previsto”, come diceva il suo quasi coetaneo John Cage . Quindi le esibizioni di Keiji Haino sono delle vere sorprese e non si sa mai se durante il corso della serata si cimenterà in improvvisazioni free jazz, nel noise, nella psichedelica pura , nel metal, nel rock, nel cantautorato.
Durante le due ore di concerto del 9 Aprile, al Cafe Oto ha veramente spaziato tra tutti questi generi. La prima parte, più incentrata sull’improvvisazione vocale dove alternava grida, canto di gola e dolci nenie, sulla lunga durata del silenzio tra due note di chitarra che rimanevano sospese per aria. Con il canto profondo di gola sembrava quasi portare il dolore del rombo di quel terremoto che aveva devastato il suo paese qualche settimana prima, e le sue grida parevano voler far sentire il suo dolore e la sua rabbia a tutto il pantheon shintoista. La seconda parte era più incentrata sui congegni elettronici : le sue mani, scatenate per creare dei suoni da campi magnetici e l’ondulazione dei lunghi capelli argentati, lo facevano apparire un vecchio sciamano indemoniato. La terza parte, ha visto la chitarra come protagonista.
Per più di quaranta minuti si è cimentato in una mirabolante jam session di jazz e rock psichedelico echeggiante Jimi Hendrix , Bill Frasell, King Crimson. Fisicamente provate, alcune persone del pubblico sono svenute, altre sono rimaste incollate dal sudore colante sulle loro sedie. Verso mezzanotte come se l’incantesimo si fosse spezzato, in mezzo a uno scroscio d’applausi Keiji Haino si fa spazio tra la folla, esce dalla sala e a bordo del suo Spinner svanisce lentamente nella notte, verso la costellazione di Orione.

Tuesday, April 19, 2011

Dancing London

Ether è un festival con cadenza annuale che si svolge a Londra, nella zona del Southbank, sulle rive del Tamigi. Il tema del festival è l’innovazione nell’arte, nella tecnologia e nella musica. Quest’anno l’unico evento del festival che sono riuscita a seguire è stato il live di Apparat e Pantha du Prince
Il concerto si è svolto nel foyer del Queen Elizabeth Hall per, sicuramente, permettere alle persone di ballare ma, dal mio punto di vista, una discoteca con un migliore impianto sonoro e strutture sarebbe stata più idonea.
Apparat alias Sascha Ring, sale sul palco con Pfadfinderai (compagno anche nel suo precedente progetto, Moderat) attorno alle 10.00pm. Apparat è una delle realtà più eccitanti della dance elettronica, una miscela esplosiva di Techno, IDM e Elektro.
Durante tutto il set non sta fermo un attimo. Stasera, è felice di esperimentare con i suoi ritmi e suoni, la gioia cresce tra il pubblico, che suda e balla sempre più freneticamente. Vengono lanciati anche centinaia di bastoncini fluorescenti che aiutano le danze della platea ad essere ancor più elettricamente colorate. Un improvviso cambiamento di ritmo e partono gli applausi e le grida del pubblico, sempre più eccitato. Non mi convincono le visuals di Pfadfinderai, che trovo molto amatoriali, anche se a chiusura del concerto, improvvisamente dallo spazio infinito pullulato di triangoli colorati escono fuori delle forme sensuali, il ritmo si fa sempre più vertiginoso, le forme si trasfigurano nella Morte che , con le sue movenze, in una tensione elettrizzante e delirante, sembra volere avvolgere e distruggere emotivamente il pubblico presente in sala. Delirio, la temperatura sale e a fine concerto inizia fare un caldo quasi insostenibile. Gli enormi vetri del Queen Elizabeth Hall si appannano e si accorgono appena le luci dei lampioni che illuminano le rive Tamigi e l’ora sull’orologio della Shell Mex House, uno degli esempi squisiti dell’architettura art deco di Londra.
E’ all’incirca mezzanotte quando l’enigmatico Pantha du Prince inizia il suo set. Sul palco, vestito rigorosamente in nero con una maschera argentata. Vicino al computer e ai vari congegni elettronici, dei cristalli di luce che riflettendo la luce di uno spot, irradiando la luce e splendore in tutta la sala. Siamo all’entrata di un nuovo mondo di cui il maestro è Hendrik Weber, che si nasconde dietro la maschera, un altro genio tedesco, della musica elettronica. Il suono, sempre dance, è molto più scuro e possente di quello di Apparat e ti prende direttamente allo stomaco. Anche se i riferimenti sono quelli della techno minimale e di Detroit, nel suo suono si trovano anche riferimenti al pun-rock gotico dei Bauhaus, X-Mal Deutschland, Alien Sex Fiend, e durante il set mi è anche sembrato di udire le linee di basso di Simon Gallup di “A Forest”. Ma si sentono anche gli Animal Collective e LCD Sound Systems. Non per nulla, il suo suono è stato definito dallo stesso Pantha du Prince, come “Black Noise”, un suono che si dovrebbe percepire come presagio prima delle calamità naturali, quella frequenza che non può essere udita dall’uomo. Quando, la l’anima della tecnologia raggiunge la natura e i suoni diventano indistinguibili. Il pubblico, anche se più calmo, sembra essere completamente ipnotizzato. E indubbiamente, il set di questo concettualista musicale romantico è avvolgente e magnetico. Hendrik sorride, è cosciente anche lui che il suo messaggio è pervenuto forte e chiaro alla folla del Southbank. Non so cosa sia successo durante le due ore successive, senza rendermene conto mi ritrovo a camminare verso casa. Il mio cuore ancora pulsa con i ritmi di Hendrik e Sascha che coprono il rumore dei miei passi e invadono la notte silenziosa lungo il Tamigi.

Wednesday, March 30, 2011

La vera vedova di Dallas

Le notti del Massachusetts dovevano essere lunghe e solitarie. Tempo per riflettere al suo passato e ritrovare le giuste corde che lo facevano vibrare. Lontano dalla sua Dallas, Dan Philips, non aveva dimenticato l’impatto del punk-rock dei Slowride, suo precedente progetto. Ma c’era una voglia di decelerare e di ricercare delle nuove e impercettibili vibrazioni del suo intimo. Un arduo processo catartico al quale si contrapponeva una melodia leggera vista forse come via d’uscita o redenzione.
Due anni dopo, Dan Philips ritorna a Dallas con il suo progetto e quando incontra la talentuosa bassista Nicole Estill e la possente macchina ritmica di Timothy Starks, i True Widow hanno finalmente ragione di esistere.
Martedì 29 Marzo uscirà il loro secondo album “As High as the Highest Heavens and from the Center to the Circumference of the Earth”: una perla. Stranamente l’ho ascoltato il primo giorno di primavera e ho capito che si preannuncia una calda estate. Forse un’estate calda come quelle del Texas dove l’umidità fa salire il termometro fino ai 47 gradi. Quando fa troppo caldo per riuscire a muoversi e tutto attorno assume una dimensione quasi onirica, un sentimento di immobilità e di aspettativa c’invade, come se dal momento all’altro potesse scoppiare un temporale o qualcosa di terribilmente bello. Chiamatelo stonegaze, chiamatelo breakcore, rimane evidente che vi è una forte influenza dello slowcore dei Low e dei Galaxie 500. Le voci di Dan e Nicole s’interscambiano durante tutte le canzoni, regalando all’album una dolcezza infinita . Provate ad ascoltare Jackyl, Blood Horses, Skull Eyes ,e sarete rapiti. Quello dei True Widow è uno slowcore molto più affilato, molto più pesante che sconfina nel desert rock.
Il disco chiude con l’apoteosi di Doomseer. Dei profeti dello stonegaze americano, che imparerete ad amare.

Tuesday, March 15, 2011

Concerti estemporanei on-line.

In questi ultimi anni c’e’ una tendenza a filmare gli arstisti che si esibiscono in posti diversi che sul palcoscenico. Solitamente, questi eventi, sono acustici e filmati professionalmente da registi indipendenti. Una posizione contro la moda diffusa di mettere su internet dei filmati, di scarsa qualita’, di concerti, registrati dai fans di tutto il mondo per mezzo dei loro cellulari. Filmati che hanno per risultato di generare un’idea distorta dell’artista e dell’evento. Le sessioni musicali acustiche sono filmate da giovani registi indipendenti e sono il risultato di un’incontro tra cinema e musia che offre allo spettatore un modo diverso e intimo per conoscere gli artisti. Molte volte filmati in modo spontaneo in un momento di pausa dallo studio di registrazione o tra un’intervista e un’altra, tra due tappe del tour, gli artisti danno l’impressione di suonare piu’ per il loro divertimento che per riempire un’altro compito promozinoale. Un modo moderno di documentare la musica e di lasciare all’artista un posto diverso e di qualita’ per esprimersi, che sembra sia convenuto a un gran numero di artisti come The Kooks, National, Beirut, Patrick Watson, Piers Faccini e molti molti altri. L’idea di queste sessioni musicali e’ partita da Chryde, il fondatore della Blogotheque che voleva trovare un modo diverso di condividere la musica su internet. L’incontro con Vincent Moon, regista indipendente francese, e’ stato fondamentale per riuscire a pubblicare dei filmati musicali di qualita’ ineccepibile. Sono passati quasi cinque anni e la Blogotheque ha accumulato piu’ di 200 live di artisti in luoghi alquanto improbabili (chiese, fontane, mercati, zoo, salotti, ascensori, metro, negozi, ect..ect) e dato il successo del seguito del pubblico, anche la Burberry ha voluto iniziare le sue live sessions: Burberry Acoustic, vestendo giovani musicisti in erba. Durante questi cinque anni, sono inoltre apparsi dei siti internet che usano dei luoghi per far suonare gli artisti alquanto unici e originali. Dai taxi londinesi delle BlackCabSessions, al lavasecco delle DirtyLaundryTV ai balconi in giro per il mondo di BalconyTV, fino ai gazebo dei parchi londinesi di BandstandBusking . Per un elenco completo dei vari siti che propongono dei live acustici, potete cliccare su The Music Session . Durante un pomeriggio estivo dell’anno scorso, ebbi l’occasione di assistere a un Bandstandbusking di Frightened Rabbit ,Hundred in Hands,Sky Larkin e Vivian Girls. C’era una leggera brezza che agitava dolcemente le fronde degli alberi, dei bambini si rincorrevano attorno al gazebo, dei vecchi seduti sulle panchine e passanti in bicicletta guardavano con curiosita’, chi mangiava un panino, chi beveva un caffé. Si respirava una rilassatezza generale sia del pubblico che dei musicisti come se si fosse nel loro cortile di casa. Un’occasione di festa, di celebrazione, di pura condivisione della musica che troppe volte si perde a discapito del classico formatto: palco, set pre-stabilito di 90 minuti,amplificazione e illuminazione da spot-lights. L’esistenza di canali alternativi di promozione musicale esiste anche nell’era digitale, un’angolo diverso per considerare il musicista, con un’unica condizione: non indossare l’impermeabile Burberry.

Tuesday, March 08, 2011

Something I like from Belgium

In questi ultimi mesi la Conspiracy Records ha realizzato due dischi pregievoli, un po’ ingustamente ignorati dalla critica italiana.
Head of Wantastiquet con il suo “Dead Seas”, ci porta in un mondo popolato da cowboys solitari che si accompagano di un banjo nelle loro fredde e solitarie serate invernali. Paul Labrecque, creatore del progetto, ha indubbiamente passato molto tempo sulle montagne del New Hampshire ma anche nel Western Massachussetts dove incontro’ Thurston Moore, per la cui etichetta incise con l’altro suo progetto Sunburned hand of Man, che porta avanti con Chris Corsano e Valerie Webb (a fine Marzo in tour in Italia). Anche se “Dead Seas” prende vita da queste esperienze profonde che hanno segnato il percorso musicale, e non, di Head of Wantastiquet, si rintraccia anche la cupa presenza di un certo primitivismo americano alla Robbie Basho. “Return to Agerthi” , “A curse repeated” e la stessa “Dead Seas”, sono dei titoli che possono dare lo spunto per indovinare l’atmosfera del disco. La riflessione di Paul Labrecque, non e’ solo autocentrata ma e’ rivolta anche al mondo esterno con “Mavi Marmara” , un richiamo alla strage degli attivisti pacifisti filopalestinesi di “Free Gaza”, avvenuto in acque israeliane qualche mese fa. In “Dead Seas”, la voce di Paul Labreque e’ sempre in secondo piano rispetto alla musica, una voce sussurata che sembra venire da un mondo parallelo al nostro ma che al tempo stesso ci porta lentamente alla deriva in questo immenso “Dead Seas”, dove tutto sembra rimanere immobile e eterno come questa splendida opera degna di maggior attenzione.
I Flying Horseman sono originari di Antwerp, la stessa citta’ dei dEUS con il quale dividono un gusto per l’eleganza dei suoni e una certa cinematografia musicale. L’anima del loro ultimo lavoro “Wild Eyes” e’ l’oscuro lato del rock blues di Jon Spencer and the Blues Explosions e dei Birthday Party, echeggiante alle terre newyorkesi dei Velvet Underground. Il lato ruvido del disco e’ inoltre accentuato dalla registrazione live del disco, quindi non c’e’ posto agli artefici della post-produzione. Quello che sentite e’ il loro vero suono che arriva diretto al cuore come la pallottola di una colt 45.

Tuesday, March 01, 2011

New History Warfare Vol.2: Judges” - Colin Stetson - Constellation Records

La Constellation Records ha fatto di nuovo centro. “New History Warfare Vol.2: Judges” di Colin Stetson e’ un album stupefacente e intrigante, lungo il quale ci si lascia trasportare in diversi vortici sonori, ascolto dopo ascolto. La passione e maestria di Colin Stetson per gli strumenti a fiato: sassosofoni, clarinetti, cornetti, corno inglese e flauti, l’ha portato a collaborare con alcuni dei piu’ grandi nomi della musica: Tom Waits, Lou Reed, David Byrne, TV on the Radio. "New History Warfare Vol.2: Judges”,ci convoca con la prima traccia “Awake on the foreign shore”, su un nuovo territorio musicale dove il jazz d’avanguardia sconfina con il rock, il gospel e una certa catarsi della musica etnica. Una musica liberatoria che fa scorrere brividi lungo la schiena. Non e’ ancora chiaro come Colin Stetson riesca a raggiungere questo effetto. Su tutto il disco non c’e’ un loop, ne’ un overdub (eccetto le parti vocali e il corno francese nella traccia 4). Sembrerebbe quasi di essere all’ascolto di un’orchestra di 20 persone, ma in realta’ si e’ davanti a un unico sorprendente sassofonista che, per registrare questo album, ha utilizzato venti microfoni posizionati in angoli diversi del mitico studio di registrazione Hotel2Tango di Montreal. Stesso studio utilizzato anche da musicisti del calbro di Godspeed You! Black Emperor e Vic Chessnut. Se non pensate che un unico musicista possa suonare come un’orchestra, provate ad ascoltare la traccia n.3 “The stars in the head (Dark Lights Remix)” e sarete sopresi. Apparentemente, uno dei tanti segreti di Colin Steston e’ la la respirazione circolatoria usata per suonare il sax, tecnica utilizzata anche da altri musicisti jazz, che aggiunge un effetto mantrico e ipnotico alle sue composizioni, simile a quegli effetti che il digeridoo e le launeddas apportano nella musica etnica. Con “A dream of water” e la parte recitata da Laurie Anderson si raggiunge un’apice di tensione mentre nella cover di Blind Willie Johnson, “Lord I just can’t keep from cyring sometimes” con la voce assolutamente argentina di Shara Worden dei My Brightest Diamond siamo elevati a una liberazione mistica. “Red Horses” e’ assolutamente travolgente con il ritmo impetuoso del sax di Steston, che riesce a metamorfosarsi nel galoppo di una mandria di cavalli selvaggi. Chiude questo piccolo gioiello discografico, la strruggente “In love and justice”. “New History Warfare Vol.2: Judges” e’ una di quelle perle rare che capitano troppo poco spesso per le mani.

Friday, October 15, 2010

1-2-3-4 Shoreditch Festival - 24th July - London

L'azzurro acrillico del cielo e l'odore dell'erba essicata dal sole.
Questo e' quello che mi viene in mente quando ripenso al festival 1-2-3-4 della scorsa estate nel parco di Shoreditch, un quartiere all'est di Londra.
A mezzogiorno, ci sono venti persone davanti al palco centrale: "1234 Converse".
Converse? Si l'evento e' sponsorizzato da Converse e da Jagermseister. Non possiedo un paio di "chucks" e non bevo Jagermeister. Perche'? Non so perche',sono fatti miei e nemmeno Raz Deagan riusci' a convincermi negli anni '90.
Sul palco un delirio musicale regalato dagli Action Beat, un collettivo inglese d'improvvisazione punk-noise. Tre batterie, due bassi e due chitarre. Il festival inizia nel migliore dei modi.Dalle due del pomeriggio alle quattro, devo essermi distratta e improvvisamente arrivano gli S.C.U.M. L'entusiasmo delle giovani ragazze che mi stanno accanto e' sicuramente scaturito dal bel tenebroso Thomas Cohen, un incrocio tra Brian Moloko e Nick Cave. Anche se musicalmente mi fanno venire in mente in Placebo, c'e' qualcosa di insanamente piacevole in questo gruppo.E'l'ora delle Dum Dum Girls, una delle ultime rivelazioni Sub Pop che oltre ad avere sei gambe notevoli, e' un gruppo che ha trovato un equilibrio interessante tra le Bangles e Siouxsie and the Banshees. Il sole mi sta dando alla testa.Dal palco Converse, mi sposto, al palco Rough Trade dove i Comanechi offrono un set esplosivo,molto punk-nosie. Duo composto dalla fenomenale giapponese Akiko (voce e batteria)e dal chitarrista Simon Petrovich. In questa occasione sono coadiuvati da un altro batterista. Anche Jim Sclavunos, in mezzo al pubblico, accanto a noi, sembra aprezzare il set e si gratta piu' volte la barba in segno di consenso. Si passa ora al tendone Artrocker dove si esibiscono un gruppo di donnine che convincono solo per le loro vesti trasparenti e succinte: le Trush Metal. Musicalmente e femministicamente da dimenticare.Passo davanti allo stage Converse mentre Peter Hook ripropone pietosamente "Unknown Pleasure" davanti a un pubblico in delirio, per me senza motivo. L'idea mi fa ribrezzo e appena incalza "Love will tear us apart", un brivido mi percorre la schiena e trovo rifugio dai Toes che mi riconfortano con il loro ska intramontabile. Mi pento ancora di non aver visto i Rolo Tomassi, ma la fila era lunga, il caldo insopportabile e ho preferito rinfrescarmi dalle Vivian Girls con il loro pop leggero e delicato per una mezzoretta.
Infatti dalle 8.30pm alle 9pm sono davanti al palco Converse dove si esibisce il supergruppo dei Silver Machine: Bobbie Gillespie, Gene Matlock e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr)con delle cover strepitose dei classici del rock tra cui "I want you" dei Troogs, "Psychotic Reaction" dei Count Five e per chiudere in bellezza con "Action Woman" dei Litter con un delirio generale del pubblico ma soprattutto di garage-punk fans con gli occhi e le orecchie fuori dalle orbite. Solo dieci minuti dai Veronica Falls che non mi convincono per niente e
dopo avere diviso una pizza con i miei vicini mi butto di nuovo sul palco centrale dove ha gia' iniziato il gruppo di hardcore punk canadese, Fucked Up. Il cantante Pink Eyes, non esita a fare stage diving, a spogliarsi e ritrovarsi in mutande dopo solamente due pezzi. Energia e sana pazzia come non se ne vedeva da tempo. La sera sta calando. Dopo nove ore di musica,sono allo strenuo delle forze.Evito i These New Puritans che dovranno abbandonare il loro set per problemi tecnici e mi dirigo verso il palco Artrocker per assistere a quella che sara'la rivelazione del festival:Bo Ningen. Un gruppo di minuti capelloni giapponesi che hanno trovato l'annello musicale mancante tra Black Sabbath e Sonic Youth, lo show e'eccezionale.
I corpi dei musicisti che si contorciono sugli strumenti, riti satanico-musicale e i volti dei presenti in completa estasi come Faris Badwan degli Horrors, in fondo alla sala. Non soprende neanche un po' che la rivista Mojo abbia recentemente scritto “Bo Ninge,quite probably the most exciting young band in London right now".Ancora vacillante da questa assurda esperienza noise-psichedelica mi dirigo verso le giostre per scambiare le ultimi opinioni sul festival con i pochi superstiti. E' notte, i cancelli del parco si chiudono ma la notte degli aftershows del festival e' solo all'inizio.

Tuesday, August 24, 2010

"John Wynne" - Newspeak - British Art Now - Saatchi Gallery - London

Andare all’inaugurazione di gallerie d’arte a Londra e’ abbastanza semplice e la maggior parte delle volte non c’e’ selezione all’entrata. Ci sono 4 motivi per cui un'inaugurazione e' un evento sociale abbanstanza piacevole: n.1)99% delle volte puoi incontrare gli artisti e chiedere spiegazioni dirette dei loro lavori, sempre che non abbiano abusato del punto n.3) – n.2) la galleria e’ aperta fino a tardi e si puo’ andare dopo una giornata di lavoro – n.3) ci sono quasi sempre delle bevande alcoliche offerte dalla galleria – n.4) e’ un'occasione per passsare una serata piacevole con degli amici e si puo’ chiaccherare a voce alta davanti alle opere (o non) d’arte. Una di queste sere mi ritrovavo con Franca all’inaugurazione della nuova collezione Saatchi: “Newspeak: British Art Now”. Non vedevo Franca da tanto tempo, per cui abbiamo gentilmente preso il nostro bicchierino di champagne, diciamo moscato.. e abbiamo aspettato che la gente sfollasse raccontandoci un po’ le ultime viccende di vita vissuta. Perse nei nostri discorsi, non ci siamo rese conto del tempo che passava e ci restavano solo 45 minuti per vedere qualche sala prima della chiusura della galleria. :“ok iniziamo da qui”..”uh interessante..ma cos’e’?” “quindi la guida dice manichino in cera di Madame Blavatsky in sospensione su due sedie. Madame Blavatasky..blah blah, fondatrice della societa’ teosofica, basata sul pratiche dell’occulto..”, “ma non dovrebbe essere al museo delle cere? o forse non e' importante come Beckham o Obama e l’hanno messa qui, non saprei..”, “e questa ghigliottina?”, “mah, dici che l’avranno usata per uccidere la Madame?”. Con queste profonde discussioni continuiamo di sala in sala, fino ad arrivare alla sala n.10 e :“wowww..ma quanti sono?”, “sono esattamente 300 speakers”. Penso di aver passato i restanti 30 minuti a assaporare questa installazione di John Wynne (no, non Wayne!). Installazione quindi per 300 speakers, una pianola e un aspiratore! E si, da tanto tempo che non vedevo un’installazione sonora a Londra. Una decina d’anni fa andavano molto alla moda ma di recente non se ne sono viste molte. Mi sono seduta in mezzo agli speakers ed e' stato fantastico. Ovviamente sia gli speakers, che l’aspiratore che la pianola sono azionati da un computer e non sono sincronizzati quindi il suono e’ destinato a non ripetersi. La parte che colpisce e' l’accumulo di speakers di tutte le forme e dimensioni e anche il leggero suono che possono emettere senza che trasmettino nessuna musica. Un leggero sibillo che ripetuto per 300 volte diventa un suono forte e chiaro. La seduta in mezzo agli speakrs mi chiedevo se non avessi sbagliato qualcosa, se non dovevo continuare a lavorare nel campo della musica e non c’e’ giorno in cui mi alzi e non sia la prima cosa che mi chieda.

"Maestria e eleganza" - Howe Gelb + Giant Sand + Kristin Hersh + A band of Gypsies - Barbican - London - 22/07/2010

Non capisco come mai in tutti questi anni non abbia mai visto i Giant Sand e/o Howe Gelb dal vivo. Sto cercando di riguardare le date dei vecchi tour e fare mente locale in quale luogo mi trovavo per non averci assistito. D’altra parte dovrei anche essere onesta e ammettere che ai Giant Sant ho sempre preferito i Calexico che sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto e che ho visto almeno una decina di volte dal vivo. Un mea culpa de prufundis, per non avere portato piu’ attenzione ai Giant Sand e ai progetti paralleli usciti dal capello di quel genio musicale che e’ Howe Gelb.
L’anno scorso fu la prima volta che vidi il sig. Gelb qui a Londra, all’ICA, per l’uscita di “Snow Angel”, documentario musicale sul suo progetto di collaborazione con un coro gospel candese. Non nego che presi il rischio di addormentarmi nonostante il sig.Gelb fosse seduto alle mie spalle. Nonostante il documentario fosse noioso con una pessima regia, mi dette da riflettere sulla profondita’ e sul suo talento e sulla sua incontestabile e inesauribile passione per la musica. Quasi dopo un anno Gelb ritorna con un nuovo progetto. Direzione Corboda in Spagna, una fresca collaborazione con un gruppo di flamenco “The band of gypsies” (e non gypsys come quella di Hendrix!). E quale occasione migliore di presentarla a Londra se non la celebrazione dei 25 anni dei Giant Sand al Barbican. Questa sera, trovo al Barbican una posizione ottimale, terza fila, altezza del palco, con qualche divanetto libero vicino a me. Gelb, non ha invitato tanti musicisti per celebrare i 25 anni, solo Kristin Hersh, ex-Throwing Muses che apre questa serata. Minuta con una pettinatura e un vestito semplice e un filo di perle al collo, con la sua chitarra e la sua strepitosa voce ha dimostrato, ad una sala non gremitissima, di avere grinta da rivendere le sue canzoni erano ancora di forte impatto. Dopo una mezz’oretta, Howe Gelb e i suoi Giant Sand salgono sul palco. Stasera scaveranno ben poco nel passato, i pezzi sono quasi tutti recenti e c’e’ anche qualche inedito. Ad accompagnare questo set, uno slideshow fotografico incentrato per lo piu’ su Howe Gelb: da giovane, con i figli con i nuovi musicisti che lo accompagnano nell’avventura dei Giant Sand, con i Snow Angel, con la banda dei gitani spagnoli. John Convertino e Joey Burns, spuntano sfuocati su una foto di una vecchia rivista tedesca, forse la prima copertina che i Giant Sand fecereo in Europa. E gli stessi Convertino e Burns sembrano i grandi assenti stasera, per questa celebrazione di un quarto di secolo di Giant Sand. Di certo i nuovi musicisti dei Giant Sand sono musicisti eccelsi e c’e’ una grande armonia tra loro anche se chi dirige le danze, e’ lui, l’uomo plurimusicista e multitalentuoso, il maestro Gelb, che si avvicenda dalla chitarra acustica, a quella elettrica al piano con una leggiadria da folletto. Ci regala anche in questo primo set (secondo, se contiamo Kristin Hersh) un’interpretazione incredibile di « Expiration day brani” del suo defunto amico Vic Chesnut. Fine primo tempo. Ci si sgranchisce le gambe fuori dalla sala, un drink o uno snack al bar e siamo di nuovo in sala. Giant Sand in scena che accompagnano in sottofondo Kristin Hersh che legge dei passaggi dalla sua autobiografia: Paradoxical Undressing; testi surreali, ironici e alquanto divertenti. Strana scelta per celebrare i 25 anni dei Giant Sand, lasciare tanto spazio a Madame Hersh, ma non bisogna cercare di capire quello che frulla per la testa di Howe Gelb. Dopo le letture, Howe Gelb rimane solo sul palco con Thoger T. Lund al controbasso e invita il gruppo dei musicisti gitani di Corboba a raggiungerli. Oh, il momento che aspettavo. Seduti in semicerchio, un perfetto set di flamenco spagnolo che si fonde con la classe e l’eleganza dell’indie rock che del Maestro Gelb. Un set increbibile che avrei volute continuasse per ore e ore ma dopo qualche pezzo ecco entrare il resto dei Giant Sand sul palco con Kristin Hersh. Applausi, standing ovation meritate. Spero che questo sia stato solo un assaggio e spero a presto con una piu’ lunga presentazione di questo suo nuovo incredibile progetto, preferibilmente senza documentario. Lunga vita a Howe Gelb!

Friday, August 06, 2010

Indimenticabile - Patrick Watson and the Wooden Arms - Tabernacle - London 05/07/10

Febbraio 2007, Parigi. A casa di Christelle, ho tra le mani un cd-promo che Jerome mi ha appena regalato: “Ma Fleure” dei Cinematic Orchestra. Il cd player segna: Track 4 “Music Box”. Non diciamo niente, ci basta uno sguardo per capire che quella voce che stiamo appena ascoltando per la prima volta, diventerà parte integrante delle nostre vite, dei nostri sogni, accanto ai nostri venerati Jeff Buckley e Bertrand Cantat. La traccia N.5 non ha ancora iniziato che balziamo sul pc per cercare più informazioni. “Patrick Watson, hai detto?”- “Si W-A-T-S-O-N, che dice?”-“Qui c’e’ scritto “Patrick Watson, cantante canadese paragonato a Rufus Wainwright, Nick Drake, Jeff Buckley, all’attivo due cd disponibili import” -“ beh si Jeff Buckley ci sta tutto. Come import? Peccato che sta meraviglia non arriverà in Europa”. Come avevo torto quella sera. Qualche mese più tardi Patrick Watson e il suo gruppo si aggiudicano il prestigioso premio Polaris canadese declassando i più noti Arcade Fire e a Settembre viene pubblicato finalmente, anche in Europa, “Close to Paradise”, uscito in Canada un anno prima. Disco di una notevole intensità con atmosfere prese da Nick Cave, Tom Waits, Yann Tiersen. Una varietà di strumenti che vanno da chitarra, violini, fisarmonica, pianoforte, megafono, campionamenti, batteria, banjo, palloncini e forchette varie (!) e arrangiamenti che flirtano con Debussy e Satie, si lo so non bisognerebbe disturbare i mostri sacri ma: ascoltare per credere. Nonostante il gruppo si affermi piano piano in Europa, non riesco che a vederli in concerto l’anno scorso alla Union Chapel. Un concerto incredibile, mozzafiato. Per questo, non ho indugiato a prendere i biglietti per il concerto del 5Luglio, al Tabernacle di Notting Hill. Un luogo suggestivo quanto la Union Chapel. Il Tabernacle è un’ex-chiesa evangelica del 1887, con la facciata curva, costruita in mattoni rossi non lontana da Portobello Road. Una meravigliosa costruzione di stile romanesco, ora adibito a centro culturale. Una sala non direi gremitissima con poco o meno trecento persone. Stranamente e’ stato un evento poco pubblicizzato. Sul palco, Patrick Watson e il suo incredibile gruppo di musicisti: i Wooden Arms. Le luci sono soffuse e sembra di assistere quasi a un rito religioso massonico per pochi iniziati. Stasera, ad accompagnarli anche una cantante femminile e un quartetto d’archi. Patrick è un gran chiaccherone, simpatico, scherza con la band ed e’ sempre pronto a intrattenere la folla con aneddoti divertenti durante tutto il concerto tra “Big Bird in a Small Cage”, “Wooden Arms”, “To Build A Home”. E in quello che ci sembra un’attimo, siamo trasportati verso la fine del primo set. Per il secondo set, l’abituale sorpresa. Il concerto formatto palco-pubblico, si trasforma in un evento musicale da strada. Patrick indossata l’armatura del suo albero di cinque megafoni in spalla, e seguito dai suoi musicisti con percussioni e chitarra acustica avanza tra il pubblico, come facevano i musicanti nelle piazze in altri tempi. Il mini corteo di musicisti si ferma al centro della sala, si crea un cerchio attorno a loro. Il gruppo è colto di sopresa quando i violini rispondono tra dalla mezzanina, anche loro nascosti in mezzo ai presenti. Il pubblico sorride, e sembriamo tutti accomunati dallo stesso spirito che si puo' creare durante un fuoco di campo. Patrick lascia il suo albero di microfoni, sale su un paio di gradini e intona “Man Under the Sea” con il ritornello seguito dal tutto il pubblico “Just me, the fish and the sea”, prima sottovoce e poi fortissimo. A fine concerto, le persone sembrano estremamente felici e sorridenti e iniziano tutti a parlare gli uni agli altri. Patrick sgattaiola fuori dai camerini e si ferma a fare fotografie e a scherzare con i fan. Simon Angell, il chitarrista, porta consiglio agli avventori del banchetto merce mentre Robbie Kuster, il fantasioso percussionista, ride rilassato con un paio d’amici nel giardino. Non vedo Mishka Kein,il bassista, sara’ per la prossima volta. Cosi', mentre il sole cala su Londra lascio questa simpatica confraternita. Mentre ruota ancora nella mia testa “Just gather round all our family round and scream a noise and leave the ground I was so happy there under, under the sea”, un senso di gioia e festa invade i miei sensi ancora per qualche ora preziosa.

Thursday, July 29, 2010

“The only one was a sweet talkin’ son of a preacher man” - Woven Hand - Bush Hall - 01/06/10

Durante il mese di Giugno, forse a causa dei mondiali di calcio, non ci sono stati molti concerti che abbiano attirato la mia attenzione, a Londra.
L’unico appuntamento imperdibile e’ stato quello dei Woven Hand, di David Eugene Edwards, il 1 Giugno scorso, al Bush Hall.
Ho scoperto David Eugene Edwards, casualmente, solo quattro anni fa, mea culpa.
Sono comunque andata a riscoprire la discografia dei 16 Horsepower che non hanno avuto un gran successo in Inghilterra ma, stranamente, un enorme seguito in Olanda, dove sono arrivati anche ai numero uno delle classifiche.
Il singolo che fece scaturire il mio interesse, fu una loro cover di “The partisan” di Leonard Cohen del 1998, in collaborazione con i miei venerati Noir Desir.
Una di quelle cover che risultano essere migliori dell’orginale, da brivido.
Alla mia personale "equazione Woven Hand" al quale ero legata via i Noir Desir, quest'anno, si e’ aggiunto anche Josh Pearson, che ha aperto il loro concerto a Parigi. Inutile spiegare, ma a volte nella vita, ci sono delle sottili linee che s’intrecciano e giocano con il tuo destino.
Ma veniamo ai Woven Hand e al loro leader spirituale David Eugene Edwards.
David Eugene come Josh Pearson e’ il figlio di un predicatore. Cresciuto in un'ambiente mistico e religioso nel Colorado, che si trova a meta’ strada tra la Bibble Belt e lo Utah, dove vivono piu' di mezzo milione di mormoni, il giovane David Eugene non potra' che portare queste influenze nella sua carriera di musicista. Nei testi musicali sia dei 16 Horsepower che dei Woven Hand, si trovano diversi riferimenti agli assi del bene e del male, alla redenzione e al conflitto spirituale ma anche alla testimonianza storica del Colorado, terra segnata dal sangue di migliaia di indiani durante la folle corsa all’oro. Dei testi profondi quinid, conditi da atmosfere musicali che evocano i Gun Club e i Bad Seeds di Nick Cave.
Stasera il giorno dopo dell’uscita del loro ottavo album “The Treshingfloor”, i Woven Hand sono di passaggio a Londra. Non faccio a tempo a vedere i Crippled Black Phoenix che i Wooven Hand sono gia' sul paclo. Basso, batteria, chitarra (+tastiere e congegni vari) e lui, il possente predicatore David Eugene con bombetta nera che si siede al lato del palco. E’ un concerto intenso. Mentre i tre musicisti tessono la base musicale, David Eugene tiene il ritmo con i suoi stivali per tutto il concerto e si dimena tra chitarra elettrica, acustica, mandolino e armonica a bocca. Dai suoi due microfoni, che usa per cambiare la voce come se venisse dall'oltretomba, esorta a stare lontani dai demoni del male e a cercare in noi la verita’ spirituale. Una strana calma s’instaura nella sala, come se ci fosse una nuvola soffocante sulle nostre teste. Siamo tutti paralizzati dalla presenza di Father David Eugene Edwards. Ci facciamo trasportare lungo tutta la discografia di questi otto anni: l’ononimo Wooven Hand, Consider the Birds, Mosaic...ma la maggior parte dei pezzi e' tratta dal loro stupendo "The Treshingfloor" e prima della fine del concerto, il temporale si scatena...e poi il silenzio. Mi sveglio dall’ipnosi in macchina. Faccio partire il motore. Fuori piove, mentre osservo il riverbero delle luci sull’autostrada, mi viene in mente il soliloquio di Jacob in “A prayer for the dying” di Stewart O’Nan: "'It's not right,' you say "Who are you angry with? "Not God "No? Who else is there? Is this the devil's work? "It must be, you think, but uncertainly". Bene o male, non so se sia, ma il verbo di David Eugene e' entrato definitvamente in me e ne sono ora una fervente addetta.

Tuesday, July 20, 2010

"La schiva diva" - Hope Sandoval and the Warm of Invention - 25/05/2010/Bush Hall/London

Hope Sandoval fa parte di quelle poche cantanti donne che sono rimaste integre alla loro musica e lontana dalle luci della ribalta. Venni in contatto dei dischi di Hope Sandoval con il progetto Mazzy Star, nato dalle ceneri del gruppo Opal e creazione di uno dei chitarristi più importanti della scena del Paisley Underground nonché fondatore dei Rain Parade (uno dei miei gruppi preferiti in assoluto): David Roback. L’ultimo disco dei Mazzy Star uscì nel 1996 e da allora Hope Sandoval si e’ data da fare partecipando a vari progetti paralleli tra cui “Hope Sandoval and the Warm of Invention” al quale collabora con Colm O’ Ciosoig batterista dei My Bloody Valentine, stasera di scena al Bush Hall di Londra. Una serata quindi imperdibile. “Stasera le fotografie non sono permesse durante il concerto”, gentilmente e’ ricordato sulle porte del Bush Hall, riflette l’idea del personaggio riservato di Hope Sandoval. Non me ne meraviglio. Il Bush Hall è un quadro perfetto, per questo genere di concerti: lampadari a goccia di cristallo, specchi d’epoca, e drappi rossi appesi ai muri. Con un ritardo degno di una diva sale sul palco alle dieci assieme a Colm e altri quattro musicisti. Il suono è a dir poco fracassante: due chitarre, un basso, una tastiera e la batteria di Colm per questa piccola sala. La voce di Hope Sandoval non si riesce nemmeno a sentire e si perde in questo marasma. C’e’ qualcosa che non funziona e si sente. Hope Sandoval e un po’ imbarazzata, sbaglia l’entrata con l’armonica a bocca e lancia continuamente degli sguardi severi, ai suoi musicisti, degni dei raggi fotonici di Mazinga Z. Si sente molta tensione sul palco e solo Colm O’Ciosoig sembra proseguire imperterrito per la sua strada, felice tra i suoi rulli e piatti. E il buio che avvolge la sala con solo le proiezioni d’immagini frammentate sullo schermo, non aiuta di certo a creare un ambiente più rilassato. A questo punto ho proprio voglia di andarmene, un concerto che mi mette a disagio, ma insisto. Dopo qualche pezzo Hope salta allo xylophono e sembra un po’ piu’ rilassata, si ha un’inversione di ritmo e i pezzi diventano più lenti, e meno cacofonici. Mi lascio trastullare dalla voce di Hope Sandoval, sono quasi soggiogata da queste atmosfere cupe e “lynchiane” e ecco apparire una fotografa sul palco che la mitraglia su tutti gli angoli, e orrore! fa spostare anche i musicisti durante i pezzi per avere un migliore angolo della nostra diva. Ma le foto non erano proibite stasera? Quindi Hope non è un’artista timida come vuol sembrare, sembra che sia piuttosto una persona che voglia avere il controllo su tutto e tutti: la sua immagine, la sua musica. Non c’e’ che dire, rimango un po’ di stucco. Dopo cinquanta minuti di concerto la band sparisce dietro le quinte per poi ritornare con una versione sbalorditiva di “Satellites” che da sola e’ valsa tutto il concerto e i miei vent’anni di fedeltà alla creativa’ e genio di Hope Sandoval.

Friday, July 16, 2010

"Holy Fuck in Heaven" - Holy Fuck - Heaven - London - 24/05/10

Un’altra band canadese? Si sì, molta musica canadese in questi ultimi mesi a Londra, con apice il Canadian Blast Festival di fine Giugno.
In realta' la serata, di questo 24 Maggio, inizia con un concerto alla Scala degli internazionali "Former Utopia". Dopo aver visto brevemente Chiara salutare il pubblico per la sua apparizione, mi scaravento in macchina per attraversare Londra e giungere a Embankment in un bunker buio vicino al Tamigi: l'Heaven. Questo club, noto per essere una discoteca gay e/o trans, sta regalando a Londra, una serie di live di gruppi tra i piu' interessanti del momento.
Stasera è la volta degli Holy Fuck che potete semplicemente tradurre con l'espressione “wow”, anche se di meno effetto.
“Holy Fuck!” è sicuramente quello che Graham Walsh e Brian Borcherd hanno dovuto esprimere durante le prime manipolazioni di suoni e beats per questo loro progetto che si trova all’incrocio tra Gang of Four, Kraftwerk e Trans AM.
Ad accompagnarli sul palco ci sono anche Matt McQuaid al basso e una vecchia conoscenza alla batteria: Matt Schultz (ex-Enon), uno dei piu’ simpatici e affabili batteristi che ho avuto occasione di incrociare nel passato. La linea ritmica sostenuta dai due Matt s’intreccia ai vari rumori strutturati che Graham e Brian danno vita via i loro microfoni per meta’ ingoiati, computers, mixers, melodiche, e altri giocattoli e congegni elettronici vari, tra cui un sincronizzatore per pellicole cinematografiche 35mm. WOW! Un delirio di suono e ritmo. Un pubblico in visibilio perso in danze frenetiche e grida entusiaste tra luci stroboscopiche. E fuori dal concerto, la calma. Attraverso il ponte di Embankment. Il suono soffuso di un sassofono si fonde con il rumore dei miei passi. Le luci distanti di St Paul e di Canary Wharf, l’eleganza del Big Ben e la luna piena che s’incastra come un diamante nel London Eye.
Una leggera e calda brezza soffia oggi sul Tamigi, pre-annunciatrice di una lunga e calda estate. Nelle orecchie ho ancora l'eco dell'incredibile suono degli Holy Fuck, mi fermo qualche minuto a osservare in silenzio questa citta' che amo ogni giorno sempre di piu'. Holy Fuck!! Questa e' la mia&nostra Londra!

Tuesday, July 13, 2010

Il rock degli androidi giapponesi - Japandroids - Garage- London - 20/05/10

Avevo quasi finito di scrivere alcuni pensieri sul concerto dei Japandroids che il tutto e’ andato perso: File Deleted. Ah la tecnologia!. Almeno quando si scriveva a mano, le bozze non scomparivano cosi’ all’improvviso.
Ma veniamo al concerto. Arrivo tremendamente in ritardo al Garage, nonostante sia solo a un paio di chilometri da casa, per l’esatezza 2.49KM, l’ho appena calcolato su Google grazie ai poteri di Internet.
Gli Yuck hanno appena finito, il tempo di passare al bar e i Japandroids,sono pronti a bombardarci di energia vitale.
All’inizio sembra del buon rock and roll gia’ sentito da tempo e poi piano piano i corpi iniziano a muoversi e le teste ad agitarsi avanti e dietro. Non che il pubblico inglese sia mai stato in delirio davanti a una band, da quello che ricordo. Sara' che devono sempre stare attenti a non fare rovesciare la birra che hanno in mano.
Japandroids e’ principalmente una tour band, in meno di un anno hanno fatto piu’ di 250 date. Si vede, si sente, che il live e’ la loro essenza e elemento dominante.
Anche se la musica dei Japandroids e’ sicuramente meno intellettuale e ironica dei No Means No, la buona scuola punk di Victoria (Canada) ha fatto strada e questi due ragazzi ne rappresentano i degni eredi. La formazione e’ elementare : Brian King alla voce, chitarra e David Prowse alla batteria. Spaccano, non c’e’ che dire. Questa sera ci hanno magistralmente regalato un’ora di sudore, e punk rock and roll. E ogni tanto, fa del gran bene.

Monday, July 05, 2010

Tra caos politico e musicale. Boredoms - Forum - London 11/05/10

New York 07/07/07 alle 7:07pm, presso il suggestivo parco dell’Empire-Fulton Ferry State, situato tra il ponte di Brooklyn e quello di Manhattan, settantasette tra i più rinomati batteristi della scena cosiddetta alternativa si riunivano per l'evento organizzato dalla più geniale noise-rock band giapponese:77 Boadrum dei Boredoms.
Tra i presenti David Grubbs, Chris Brokaw, Jeff Salane, Kid Millions, Tim De Witt, Mat Shulz, Brian Chippendale.
Los Angeles 08/08/08 a alle 08:08, 88 Boadrum, con ottantotto batteristi.
New York 09/09/09 alle 09:09 9 Boadrum, con nove batteristi.
Londra 11/05/10. Stasera sara' un 7 Boadrum quindi niente data o orario simbolico. Anche se 11/05/10 e’ una data importante. Stasera 7 Boadrum sara' il primo concerto dell’era del governo di coalizione tra i Tories e i Lib Dem , il cosidetto “hung parliament”. Un evento di caos musicale in parallelo con l'inizio del caos politico, anche sei il concetto di Boadrum e’ molto piu’ semplice del concetto di “Hung Parliament” o sembrerebbe tale.
Boadrum, e’ una parola macedonia tra boa e drum, un boa musicale che vibra dalla testa fino alla coda, via ogni batteria presente, che forma una delle parti del corpo del boa.
Stasera, il boa e' composto da Hisham Bharoocha dei Black Dice, Zach Hill degli Hella! , Kid Millions degli Oneida, Butchy Fugedo dei Pit Er Patt, Jeremy Hyman dei Ponytail, e qui, devo dire che ho fatto fatica a riconoscere tutti.
Ai commandi del cervello come sempre i Boredoms: lo sciamano Yamantaka Eye ai congegni elettronici, Yoshimi P-We alla batteria (si, e’ proprio lei, la Yoshimi, ispirazione di “Yoshimi battles the Pink Robots” dei Flaming Lips) e Muneomi Senju al basso. Stranamente non si vede Yojiro Tatekawa.
Yamantake Eye apre il concerto con le sue grida e danze primitive, cadenzato dalla batteria di Yoshimi P-We seguito nel suo delirio da gli altri cinque batteristi.
A un certo punto sembra che il ritmo si sposti in mezzo alla folla ed ecco apparire, da un angolo buio della sala, infrenabile sulla batteria, Yojiro Tatekawa, che e' portato sulle spalle come durante una cerimonia. L’effetto visto dalla destra della scena, dove mi trovo, e’ sorprendente. Yojiro sembra proprio galleggiare sulla folla. Ad un certo punto la batteria "galeggiante", si ferma davanti al palco, i batteristi sul palco si fermano e parte un’assolo di Yojro. Sembra quasi una scena rituale, Yojiro sembra dover decifrare un codice “ritmico” per avere accesso al palco. Una volta accettato sul palco, il 7 Boadrum puo’ avere inizio.
Ritmo Tribale per quasi un’ora e mezzo di concerto. Sette batteristi che seguono le grida da primate di Yamantaka Eye, e/o le sue improvvisazioni su congegni elettronici e la chitarra a sette manici. Si, una chitarra con sette manici, ovvero il “Sevener” o “Sevena” che apparse per la prima volta su scena per un tour dei Boredoms con gli Iron&Wine nel 1998 (wow, che strano accoppiamento musicale!). Oltre a percuotere il “Sevener” con le mani, Yamantaka Eye usa anche un’asta e i suoi dreadlock quando non e’ impegnato nelle sue danze sciamaniche in mezzo dei sette batteristi che eseguono delle spettacolari variazioni di ritmo. Il concerto e’ possente e sorprende vedere anche dei batteristi cosi’ coordinati in un vortice senza fine. Si trova sia un elemento di ricerca del ritmo oringario del mondo e sia uno spirito di semplice divertimento comune tra i batteristi. Elementi che si ritrovano anche nel collettivo giapponese Kodo. Il concerto finisce. Molti dei presenti hanno l'impressione di aver perso l’udito, ma forse era questo lo scopo dei Boredoms: fare tabula rasa della nostra percezione uditiva per non farci sentire quello che sta succedendo la fuori, nella sede del governo.

Saturday, June 19, 2010

Mark Lanegan - Scala - London - 04/05/10

La prima volta che vidi Mark Lanegan su scena, fu nella primavera del 1990 al Bloom di Mezzago come cantante, dalla voce possente, del gruppo Screaming Trees. Quella sera ebbi anche occasione di conoscerlo e incontrai una persona timida e estremamente gentile e affabile. Quello era il tour del loro terzo Lp “Buzz Factory” di cui, a distanza di anni, invidio sempre il vinile viola che Marcello scovo’ da Zabriskie Point a Milano. Vuoi per priorita’ promozionali della loro major (sulla quale firmarono il loro quarto album “Uncle Anesthesia”), vuoi per l’immagine poco “televisiva” dei fratelli Conner, gli Screaming Trees, non riuscirono mai a ottenere il successo meritato, nonostante siano stati considerati dai piu’ come una delle gemme della scena grunge Americana, accanto a gruppi quali Nirvana, Alice in Chains, Soundgarden e Mudhoney. Durante quel lontano 1990, Mark Lanegan, inizio' in parallelo agli Screaming Trees, una collaborazione con Kurt Cobain e Krist Novolesic dei Nirvana che non arrivo’ mai in porto e che dette idea a Mark di iniziare una serie di collaborazione con altri artisti, come per esempio Mad Season e Twilight Sad e la sua carriera solista.
Da quella serata primaverile del 1990 al Bloom, vent’anni sono trascorsi e molti episodi della mia vita hanno avuto la sua musica come colonna sonora o come perno la presenza di Mark Lanegan anche se in un modo del tutto casuale. Ho avuto occasione di ri-incontrarlo con Cristina, per una conversazione commovente su Jeff Buckley, ho lavorato indirettamente a dei suoi progetti, e stretto dei rapporti d’amicizia con dei suoi amici musicisti.
Nel frattempo Mark Lanegan, dopo lo scioglimento degli Screaming Trees nel 2000 pur continuando una carriera solista apprezzata dalla critica, ma mai coronata dal successo atteso, ha trovato un po’ di notorieta’ cercata grazie alle collaborazioni con Isobelle Campbell, Greg Dulli ma ancora di piu’ con i Queen of the Stone Age (QOTSA) che hanno fatto conoscere la sua voce disitintamente voluttuosa su tutti i palcoscenici del mondo.
C’e’ qualcosa di particolare che unisce Mark Lanegan ai suoi fans, forse la gentilezza, la schiettezza, e forse anche un volere tenersi lontano dale luci della ribalta, personaggio molto schivo che si metteva sempre da parte anche nei tour dei QOTSA.
Personalmente, daun punto di vista artistico, apprezzo la sua carrirera, il suo talento e la sua voce rauca e sensuale.
Non penso di essere mai stata una grande fan dei suoi progetti, anche se devo riconoscere che ho ascoltato fino al consumo ii vinili di Mad Season e Twilight Sad come ovviamente come tutti quelli della sua carriera solista e i primi tre degli Screaming Trees.
Stasera, mi ritrovo qui alla Scala a Londra per un’ennesimo appuntamento dal vivo con Mark Lanegan, vent’anni dopo. Questa volta si presenta solo con un chitarrista. Un’atmosfera assolutamente magica. Nonostante non si muova per nulla su scena sa come ammaliare la sala con la sua voce. Il concerto e’ sold out da settimane e vi e’ un pubblico molto eteregoneo per l’eta e sesso. S’inizia con “When your Number isn’t up” dal suo piu’ recente album “Bubblegum” per toccare a tutta la sua carriera discografica. Mark Lanegan stasera ci offre delle stupende interpretazioni come “River Rise” e “ Bell Black Ocean” da Whiskey for the Holy Ghost, “Don’t forget me” da Field Songs e la struggente “Mirrored” dall’EP “Hit the city”. Non manca anche un pezzo degli Screaming Trees, e del suo ultimo progetto con ii Soulsavers e devo dire che mi sorprende un po’ la scelta della cover di “Julia Dream” dei Pink Floyd. Una grande accoglienza dal pubblico londinese e Mark ritorna sul palco per il bis. Dopo una reprise un po’ flamenca della canzone tradizionale greca “Misrouli”, si sussegue il viaggio musicale nel tempo con “Wild Flowers” tratta da Winding Sheet che mi fa saltare di gioa. Vengo ripresa da una ragazza che ha la meta’ dei miei anni: “scusa ma puoi fare piano?”. La guardo sorridendo, forse e’ la prima volta che vede Mark Lanegan dal vivo, chissa’ se tra vent’anni sara’ sempre ai suoi concerti, chissa’ se Mark sara’ sempre su scena. Intanto mi godo questo momento, il pubblico esulta alle prime note di “Hanging Tree” dei Queen of the Stone Age. Sono tutti cosi' in visbilio che Mark Lanegan ritorna sul palco per il secondo bis per una breve versione di “Field Song”. Ma sembra che non si trovi bene nel ruolo di star protagnosta, forse non si aspettava tutta questa accoglienza. Lascia il palco abbastanza bruscamente ma la serata e’ stata per noi fan indimenticabile come l’incredibile carriera di questo eccelso musicista.

David Dawson - Centre Pompidou - Paris - 10/03-19/07

Parigi e’ sempre stata una meta d’attrazione per i londinesi. In sole due ore e trenta di treno, i londinesi si ritrovano in una delle capitali simbolo dell’eleganza e cultura europea. In questi mesi alcuni londinesi sono inoltre motivati dalla mostra dedicata dal Centre Pompidou a Lucian Freud, la sua prima mostra monografica da oltre 20 anni sul suolo francese. Il tema: lo studio di Lucien Freud. La fila di piu di un quarto d’ora per prendere il biglietto, il costo di 12 euro non mi hanno di certo messo in una buona predisposizione d’animo per non contare un'attesa di un’ulteriore mezz’ora per accedere all'entrata della mostra, forzata contro la mia volonta' ad ascoltare le pedanti conversazioni di due intellettuali francesi, miei vicine di fila. La mostra conta solo quattro sale, con una concentrazione di trenta persone per metro quadro. Anche nell’ora di punta, la metropolitana di Parigi sembra meno affollata. In questa mostra si entra nell’universo personale dello studio di Freud, si guarda dalle sue finestre, si vede negli occhi dell'artista e si viene in contatto con i modelli che passano regolarmente nel suo studio di Notting Hill. Il mondo di Freud e' freddo e cinico come i suoi autoritratti e la crudezza del bianco della carne dei suoi nudi. Ci sembra essere un elemento volontario di provocazione inutile nei quadri di Lucien Freud ma quella che ne scaturisce e' solo una sensazione inconfortevole. Non sono sorpresa dai commenti di alcuni bambini presenti alla mostra :"papa' qui e' brutto, ce ne andiamo?". Ogni tanto bisogna ascoltare la nostra voce interna di bambino e non pretendere a giocare gli intellettuali a tutti i costi. Effettivamente il mondo di Freud non mi trasmette niente e anche se mi applico, trovo le tele di poco interesse. Mi dirigo verso l'uscita e poco prima della porta mi trovo in una piccola saletta dedicata alle impressionanti foto di David Dawson dello studio dell’artista. Tra tutte, un ritratto di Lucien Freud al lavoro, nel suo studio a notte profonda. Un incredibile gioco di chiaroscuro dove l’energia e la determinazione del pittore vengono messe a nudo come in nessuno dei suoi autoritratti. Una foto impressionante che vale tutta la mostra. Peccato che non ci fosse piu’ spazio dedicato ai lavori di David Dawson, un vero peccato.

Saturday, May 22, 2010

Herzog strikes again ! Bad Lieutenant: Port of Call: New Orleans

Nuovo film di Werner Herzog che ha avuto una distribuzione Europea, prima di arrivare nelle sale inglesi. Premetto che non ho ancora visto “Bad Lieutenant” di Abel Ferrara del 1992, quindi non faro' qui paragoni. Si tratta sempre di tenenti di polizia corrotti che si trovano dal lato sbagliato della strada e che cedono a tutte le tentazioni.Per questo film, Werner Herzog ha scelto come attore protagonista Nicolas Cage. E se il suo attore fetticio e’ stato a lungo tempo lo scomparso Klaus Kinski con il quale ha dato vita a dei capolavori quali: Aguirre, the Wrath of God , Nosferatu the Vampyre , Woyzeck e il colossale Fitzcarraldo, non da meno e’ la collaborazione Herzog-Cage. Cage ha di Kinski lo stesso sguardo penetrante che in un attimo puo’mutare dall’innocenza alla piu’ insana follia. Come ben si sa, Nicolas Cage non e’ conosciuto per la sua saggia scelta di film nei quali recitare, forse spinto da un avidita’ economica piuttosto che da una scelta di un percorso qualitativo e quando capita nella mani del regista sbagliato da il peggio di se. Ma quando capita nelle mani giuste, puo’ dare delle performance da oscar come nello struggente Wild at Heart di David Lynch, nel capolavoro di Mike Figgis: Leaving Las Vegas di Mike Figgis e in uno dei capolavori di Martin Scorsese: Bringing Out the dead. Ultima nella lista la sua interpretazione magistrale in Bad Lieutenant di Herzog. La storia e’ quella di Terrence McDonagh (Nicolas Cage), un personaggio senza morale dipendente da farmaci, droghe e gioco che per soccombere ai suoi bisogni cerca prima di corrompere i suoi colleghi per poi unirsi alla mafia locale. Entra nell’equazione anche una famiglia alcolista e il suo amore per una prostituta locale interpretata da Eva Mendez. Ma Terrence non dimentica in tutto questo delirio psicotropo di portare avanti le sue indagini, anche se con difficolta’ e grazie a un colpo di fortuna riuscira' a cambiare tutte le carte in tavola da negative in positive, a risolvere il caso che a essere promosso a capitano, a capitano disonesto. Nicolas Cage riesce ad ingannare chiunque con il suo doppiogioco tra l’immagine del buono e del cattivo, a volte puo’ far strappare una lacrima di commozione e subito dopo farci accapponare la pelle con le sue risate isteriche, la violenza dei suoi gesti improvvisi e la rabbia disumana dei suoi sguardi. Il film, grazie a Herzog, e’ tempestato da trovate geniali, come personaggi e situazioni improbabili e la messa in scena degli stati di allucinazioni del tenente (l’inguana che prende per palcoscenico un pezzo di tavolo o un cadavere che improvvisa una breakdance). E' un film senza un attimo di tregua, e anche se si toccano argomenti duri come quelli della polizia corrotta, della mafia, delle scommesse, droge e prostituzione che per molti di noi rappresenta un mondo a parte, Herzog riesce a renderci partecipi e farci capire che la strada del baratro non e’ lontana per nessuno di noi. Basta solo un gesto come prestare soccorso a qualcuno e la nostra vita potrebbe portarci sulla strada del male come fu per Terrence. Nella scena finale del film il tenente, ora capitano Terrence si ritrova davanti a un acquario in compagnia del prigioniero che nella scena iniziale ha lui stesso salvato dalle acque rompendosi la schiena. Un gesto cristiano e eroico per il quale per curare i suoi dolori ha dovuto iniziare a prendere il Vicodin e altre droghe, un gesto cristiano e eroico che l’ha portato a tuffarsi nelle “acque del male”. Le acque del male, della droga e del crimine nel quale lui adesso e' immerso e sopravvive come quei pesci che adesso osserva, pesci che possono nuotare nelle acque piu’ profonde senza annegare, ma devono essere immersi nell’acqua per sopravvivere.

Wednesday, May 12, 2010

Fottuti Pulsanti! - Fuck Buttons - Koko - London - 20/04/09

Era dall’ultimo concerto londinese dei Sunn 0))), quindi da quasi quattro mesi, che non vedevo un concerto cosi entusiasmante. L’impressione di essere al momento e al posto giusto e con la musica giusta. I Fuck Buttons, i “Fottuti Pulsanti” hanno stile e un fottuto volume.
Stasera, nell’elegante Koko, i Fuck Buttons sono supportati dai Factory Floor, un trio di Hackney, un quartiere all’est di Londra. La prima volta che sentii parlare dei Factory Floor fu tra una mischia e un passaggio di un match di rugby a Parigi.Certamente un gruppo sulle labbra dei connaisseurs musicali francesi.
Un set completamente al buio. Una sessione ritmica impressionante. Una batteria ipnotica che sostiene il ritmo delle bacchette che martellano ossessivamente un basso elettrico, il tutto coadiuvato da tastiere e congegni elettronici. La musica è abbastanza glaciale, le sonorita’ sono post-dark-new wave. Si ritrovano le atmosfere dei Joy Division, Cabaret Voltaire e Fall e anche una certa sperimentazione krautrock degli anni 70. Ho dei ricordi piuttosto tenui delle parti voocali, di certo la musica ne fa da padrona.
I Fuck Buttons: Benjamin John Power e Andrew Hung, si presentano timidamente sul palco. L’uno di fronte all’altro, in mezzo una gigante palla da discoteca che riflette e diffonde luce in tutta la sala. Un pubblico molto vario. Teenagers nelle prime file e qualche over 30 nelle file dietro. La musica inizia piano per poi travolgerci in un vortice di beat a altissimo volume. Le persone attorno a me sgranano gli occhi e iptonizzati iniziano a ballare persi in questo groove di elettronica geniale che non si sentiva più da qualche tempo. E il volume sale e sale fino a quando B.J.Power si lancia quasi messianicamente su un tamburo tenendo un ritmo incredibilmente pazzesco. Sono conscia di utilizzare troppi aggettivi, effettivamente difficile da spiegare, bisogna vederli per capire. Piano anche i corpi dei più reticenti si lasciano alle danze e c’e’ anche qualche quarantenne che irrompe nelle prime file. Spingo violentemente nella mischia questi intrusi ma poi capisco che da tanto si aveva bisogno di un concerto di questo livello, da troppo tempo, forse dai tempi dei concerti di dieci/quindici anni fa di Aphex Twin e/o degli Autechre. Ma i Fuck Buttons fanno anche parte della loro generazione, hanno la stessa energia del duo francese dei Justice ma in versione piu’ oscura e molto meno pop. Si susseguono i pezzi dai loro due album “Sweet Love for Planet Earth” e “Surf Solar” in una lunga e gioiosa festa. Andrew Hung and B.J. Power sono richiamati sul palco, ben due volte. Terminano il loro concerto con una strabiliante versione di “Sweet Love for Planet Earth”. A fine concerto si accendono le luci, gli applausi continuano, visi pieni di stupore e felicita' attorno a me. Il suono dei “Fottuti Bottoni” farà parte del nostro speciale universo sonoro per gli anni venturi.